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44 anni di “Abbey Road”

The Beatles - Abbey Road

Il 26 settembre del 1969 i Beatles pubblicano il loro penultimo disco, Abbey Road, l’ultimo realizzato in studio dalla band (il successivo ed ultimo “Let It Be”, infatti, contiene brani registrati in precedenza, tra il dicembre del 1968 e il gennaio del 1969).

L’album ha una struttura unica nella discografia dei Beatles. Il lato B, infatti, è costituito quasi interamente da un lunghissimo medley in cui ballate e brani rock and roll si susseguono senza soluzione di continuità, con temi ripresi e variazioni, fino a un imponente crescendo finale.

Con Abbey Road si assiste al definitivo affrancamento dei quattro autori dal gruppo. Tutti iniziano a muoversi verso nuove direzioni già nella consapevolezza di volerle percorrere autonomamente. Le canzoni di John tendono ad una nuova essenzialità, in sintonia con le strade intraprese nel sodalizio artistico con Yoko. George trova la sua ispirata semplicità nelle parole di “Something” e “Here Comes The Sun”. Paul sperimenta nel medley del lato B una sua idea drammaturgica basata sull’accostamento di brani in cui inserisce richiami metaforici alla situazione della band e alla sua inevitabile implosione.

Abbey Road è senza dubbio una delle migliori opere beatlesiane. I motivi di questa eccellenza sono riscontrabili: nella raggiunta maturità compositiva di Harrison, nell’idea assolutamente rivoluzionaria per i tempi del medley nel secondo lato, nell’incipit fulminante della lennoniana “Come Together” e nella soave “The End” di McCartney nel finale, nell’uso accorto del Moog che non scade mai in abuso, nello sberleffo della ghost track “Her Majesty”, nell’evoluzione tecnica di Ringo Starr, nell’eccellente ricamo compiuto dagli archi. Tutto contribuisce a dare una sensazione di armonia e compattezza che spiegano come questo resti ancora oggi uno degli album più venduti del quartetto. La rivista Rolling Stone ha inserito l’album al 14° posto della sua lista dei 500 migliori album.

Anche l’immagine di copertina gioca un ruolo fondamentale nell’ottima riuscita dell’album. È il fotografo Ian McMillian, posizionato su una scala nel centro della deserta e assolata Abbey Road (l’8 agosto 1969), ad immortalare il leggendario scatto nel quale i quattro Beatles attraversano le storiche strisce pedonali. La scelta della foto fu effettuata da McCartney, che apprezzò molto la direzione verso destra, a significare simbolicamente l’uscita dagli Studios dove avevano registrato tutti i brani della loro carriera.

A John Lennon (voce, chitarra ritmica, pianoforte elettrico ed acustico, organo Hammond, sintetizzatore, tamburello, maracas), Paul McCartney (voce, basso, pianoforte elettrico ed acustico, organo Hammond, sintetizzatore, percussioni), George Harrison (chitarra solista, voce, organo Hammond, harmonium, percussioni) e Ringo Starr (batteria, percussioni, cori, pianoforte, timpani, voce in “Octopus’s Garden”), si aggiungono anche George Martin (pianoforte, clavicembalo), Billy Preston (organo Hammond in “Something” e “I Want You (She’s So Heavy)”) e orchestre con oltre trenta elementi.

Si parte con uno dei brani più rappresentativi di Lennon. Timothy Leary gli aveva chiesto di trarre una canzone da uno slogan da lui coniato, “Come Together”, allo scopo di promuovere la campagna politica per la sua candidatura a governatore della California contro Ronald Reagan. Tale proposito saltò mentre Lennon progettava già di utilizzare in altro modo il risultato del suo impegno. “Come Together” rappresenta una summa degli stili di scrittura adottati di John, sovrappone aspetti autobiografici e non senses, metafore e giochi di parole. Il protagonista è dunque lui stesso, ma non mancano anche menzioni a Yoko e velati richiami alla loro relazione (d’altra parte non è difficile dare un’interpretazione in chiave sessuale a quel come together”).

Segue una delle più popolari canzoni di George,“Something”, il cui testo ricalca ancora una volta la miglior tradizione della canzone d’amore.

“Maxwell’s Silver Hammer” fu motive di uno dei più clamorosi casi di divergenze di opinione tra Paul, che ne era l’autore, e John. Il testo secondo l’autore rappresenta un’allegoria sulle cadute nella vita: “Proprio quando tutto sta andando tranquillamente, bang bang, si abbatte il martello d’argento di Maxwell e rovina tutto”. La scrittura del brano rivela il gusto tipicamente anglosassone per un certo umorismo nero e la predilezione di McCartney per l’inserimento di numerosi e talvolta ingombranti personaggi di fantasia.

“Oh! Darling” è un brano già presente nelle riprese di “Let It Be”, con il quale Paul ritorna agli anni ’50. “Octopus’s Garden” è la seconda e ultima canzone nella storia dei Beatles firmata dal solo Ringo. Per il testo l’autore sembra richiamarsi alla stessa “Yellow Submarine”, da lui interpretata anni prima. L’idea centrale, la vita sotto il mare, è la stessa come pure l’atmosfera. Il brano è una sorta di rivisitazione del mito di Atlantide e dell’Utopia di Tommaso Moro ad esso legato.

“I Want You (She’s So Heavy)” è, con i suoi 7’51”, la più lunga canzone mai incise dai Beatles (escludendo “Revolution 9”). Basato su pochissimi versi, il brano segna inequivocabilmente il nuovo corso di Lennon come autore. Lo stesso John disse sul brano: “Parla di Yoko… Non c’è nient’altro che potevo dire su di lei, se non ‘ti voglio’”.

Apre il lato B “Here Comes the Sun”, una bellissima composizione di George che riesce a legare il testo con la parte musicale in una riuscita sintonia che tende a disegnare con semplicità uno stato d’animo legato ad un’immagine.

“Because” nacque da un’idea “sperimentale” di John di utilizzare gli accordi del “Chiaro di Luna” di Beethoven, invertendone la sequenza. “You Never Give Me Your Money” è il secondo brano del medley nel quale Paul riproduce uno schema basato sul concatenarsi di parti slegate da un disegno comune. Il tema di apertura è allusivamente autobiografico e affronta anche i disastrosi problemi finanziari della Apple.

“Sun King” e “Mean Mr. Mustard” sono entrambe di Lennon. “Polythene Pam” e “She Came In Through the Bathroom Window” furono registrate di seguito, come fossero un’unica canzone. La prima risale all’epoca del “White Album” e si ispira ad un episodio vissuto da Lennon durante un tour nel Jersey, mentre la seconda si rifà ad un episodio che vede protagonista Paul e l’improvvisa invasione di una fan.

“Golden Slumbers”, che originariamente comprendeva anche la successiva “Carry That Weight”, si basa su un brano di Thomas Dekker, intitolata appunto “Golden Slumbers”, di cui Paul trovò uno spartito nella casa del padre nel Cheshire. La difficoltà nell’eseguirlo lo spinse a scrivere una sua “Golden Slumbers”, partendo dallo stesso testo, dal quel prese, oltre al titolo, i versi che divennero la strofa centrale con alcune variazioni.

“The End” è idealmente l’ultimo brano dell’ultimo album registrato dai Beatles. Il testo di Paul si concentra su due soli versi, il secondo dei quali assume una serie straordinaria di significati: “E alla fine l’amore che prendi è uguale all’amore che fai”. È il commiato del gruppo dal suo pubblico e anche il suo testamento artistico. La ghost track “Her Majesty” è, con i suoi 23 secondi di durata, il brano più breve della discografia dei Beatles: un irriverente tributo alla Regina d’Inghilterra e all’establishment politico.
http://youtu.be/h2SByNLjAJA

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