Home / L'artista racconta / Acqua Libera – Il making of dell’esordio discografico degli Acqua Libera

Acqua Libera – Il making of dell’esordio discografico degli Acqua Libera

acqua-libera-making-ofPer tre anni, dal 2013 al 2016, Acqua Libera si ritrova progressivamente a riprendere e arrangiare brani originali di due gruppi storici senesi, il “Livello 7” e il “Juice Quartet” e ad affiancarli a composizioni originali per fissare tutto in un CD.

“Alla Luce della Luna” e “Prog Mood” sono due brani scritti e suonati dal Livello 7 negli anni ’70, i cui titoli originali, Undiciottavi e Seiottavi, facevano esplicito riferimento ai tempi con cui venivano eseguiti.

L’unica testimonianza di questi pezzi era rappresentata da una registrazione live effettuata con mezzi semplici il 14 aprile del 1976 al Teatro comunale dei Rinnovati di Siena. Il Livello 7 era composto da Claudio Canocchi al flauto e sassofono tenore, Roberto Nannetti alla chitarra, Luigi Campoccia alle tastiere, Franco Caroni al basso elettrico e Fabio Maddii alla batteria.

“Alla luce della Luna” è un brano nato “a luci spente”, con le orecchie aperte e tutta l’intensità e l’ingenuità emotiva di quegli anni. Al riff di basso in 11/8 si affianca la pulsazione del charleston in quarti, del piatto in ottavi e il resto della batteria al servizio dei colori utili alla valorizzazione del tema. Anche le tastiere hanno pennellato efficacemente di colori la tela compositiva del pezzo. Acqua Libera ha seguito queste indicazioni e da lì siamo partiti per personalizzare il brano. L’inciso è in 6/8 con un tempo più veloce suggerito per uscire momentaneamente dall’intimità del tema che si ripresenta poi per chiudere la storia.

“Prog Mood” è più solare, più semplice e più immediato, non ti nasconde nulla, è un 6/8 con un tema abbastanza lineare che ricorda gli esordi del Prog, quando ancora non si chiamava così. Seguono due assolo di chitarra e di tastiere che si alternano con un crescendo espresso con moderazione e che sfocia in un riff su cui si appoggia un solo di batteria e poi uno di basso che, terminando senza accompagnamento, riporta il gruppo alla riproposizione del tema finale.

“Mr. Lou” è un brano scritto negli anni ’80 da Luigi Campoccia, pianista eclettico, oltre che cantante e arrangiatore, da oltre trent’anni sulle scene musicali, sedici dei quali passati al fianco di Giorgio Gaber. Il brano fu suonato dal Juice Quartet dove, oltre a Campoccia, comparivano Roberto Nannetti, Lino Gerardi (successivamente Paolo Corsi) e Franco Caroni.  In questo caso la base di partenza per questo brano è stata una registrazione video di un concerto svoltosi il 15 dicembre 2005 al Teatro dei Rozzi di Siena. Il materiale è stato oggetto di cure amorevoli da parte del gruppo, come del resto per gli altri pezzi del Livello 7, arrangiamenti compresi, tutti opera di Acqua Libera, con il tastierista Jonathan Caradonna in prima linea. Un riff introduce il tema che viene esposto prima dal basso e poi doppiato dal synth. Segue un solo di chitarra che nel primo chorus suona su quattro battute di 6/4 e due di 4/4, mentre nel secondo chorus ripropone le quattro battute in 6/4 seguite da una in 4/4 e di nuovo una in 6/4, in perfetto stile Prog. La parte centrale, molto articolata tematicamente, è altrettanto semplice dal punto di vista formale, trattandosi di una successione di quattro battute in 13/8 e due in 15/16 ripetute quattro volte. Dopo un ponte “distensivo” eseguito dalla chitarra solista il brano riparte da capo per concludersi con una progressione di quattro accordi aperti ripetuta per quattro volte.

Franco Caroni è l’ideatore di due brani, “Marcina” e “QuoVadis”. L’aiuto di tutto il gruppo è comunque risultato determinante per la loro costruzione finale.

“Marcina” risponde a regole compositive più classiche rispetto al resto dei brani, dopo una breve atmosfera introduttiva di tre battute di 3/4 e una di 4/4, ripetuta due volte, il basso espone il tema, sempre in 3/4, nella voce superiore, eseguendo le fondamentali sul secondo movimento, realizzando un curioso controtempo tra melodia e accento armonico. Il crescendo del brano si realizza con gli assolo della chitarra in 5/8 e della tastiera in 7/8, ciascuno con due progressioni di accordi diverse; alla fine del solo di tastiera si ritorna al tema con un breve passaggio distensivo formato da due battute di 6/8.

In “Quo Vadis” il riff di basso iniziale, insieme agli altri due riff seguenti, è l’elemento più caratterizzante del brano e suggerisce l’evoluzione ritmica e melodica del pezzo. I temi aggiuntivi di chitarra sono volutamente semplici, così come quelli di tastiera risultano molto particolari, in una sorta di contrappunto estetico. L’assolo di batteria nella parte centrale, che si svolge sopra tre diversi nuovi riff, fa da collante fra le due componenti. Brano semplice e contemporaneamente d’effetto. Lo schema di base, inizialmente molto semplice, è stato arricchito dal chitarrista e dal tastierista in modo significativo con l’inserimento di assolo, frammenti melodici, frasi ritmiche e alleggerimenti vari. Il bassista ringrazia.

Gli altri tre brani strumentali (“Tempi Moderni”, “Sans Tambour Ni Musique” e “Nautilus”), sono nuovi e sono stati concepiti collegialmente da Acqua Libera, direttamente nella “stanza delle prove”.

La nascita dei disegni ritmici, delle poliritmie e delle progressioni armoniche di questi tre brani ha rappresentato il momento più creativo di una composizione istintiva materializzatasi durante le prove, mai costruita a tavolino. Le parti dei brani che componevano ogni singolo pezzo una volta “individuate” sono state suonate fino allo sfinimento finché non giravano come ci piaceva quindi, quando abbiamo avuto la percezione che tutto “funzionasse” e il suono “uscisse” come volevamo, il pezzo era da considerare finito.

Questo è accaduto per ognuno dei tre brani e soprattutto nel caso di Nautilus, ultimo pezzo realizzato in ordine di tempo e quindi immagine finale del percorso attraversato insieme in questi tre anni.

Momenti particolari di questa fase? Le interminabili e giocose disquisizioni tra Marco e Jonathan sul metodo di scrittura dei tempi dispari usati con disinvoltura nella stesura delle parti ritmiche.

Quando volevamo rilassarci un po’ dall’intensità della prova (e divertirci), proponevamo la scrittura di ciò che era stato suonato, per fermarlo non solo nella nostra mente… Cominciava così il divertimento, lo sfottò reciproco, le interpretazioni ovvie e impossibili, le note secche, cicciottelle, le battute “ventose”, con l’appendice infiammata, i “ro bemolli”, i “fu bequadri”… un glossario improbabile e un approccio dialettico fra l’impertinente e il divertente, una serie di schermaglie dove era proibito prevalere, una specie di break usato come momento di relax…

In fin dei conti era una simpatica forma di gestione dello stress, dal quale uscivamo più rilassati e pronti per continuare a spremere più a lungo i nostri neuroni (o le nostre idee).

Ma ritorniamo a noi e affrontiamo adesso un’analisi necessariamente più approfondita di questi ultimi tre brani, sintetica, ma anche sufficientemente esaustiva, vista la complessità emersa nello studiare e descrivere le loro strutture.

Ci teniamo a dirvi che nessuno di noi ha preventivamente deciso di suonare i pezzi con la complessità che abbiamo scoperto nel descriverli, saremmo stati dei ragionieri della forma musicale… Questi pezzi sono stati prima suonati per come li sentivamo, per come ci piacevano… e solo un’analisi a freddo, resasi necessaria per questa presentazione, ci ha permesso di avere una visione completa della complessa costruzione metrica e compositiva di ciò che abbiamo suonato. Ci tenevamo a fare questa precisazione poiché siamo consapevoli che spesso più le strutture sono pensate e costruite in modo innaturalmente complesso e più è facile che non suonino, che risultino false, non musicali… Non è il nostro mondo, se questi brani non dovessero piacere è solo perché non siamo stati sufficientemente bravi, non perché siamo geometri della musica. Buona lettura.

“Tempi Moderni” in effetti è un brano dalla struttura molto complessa. Il pedale di introduzione è costituito da quattro battute (tre in 5/8 e una in 6/8) ripetute per due volte. Questo alternarsi di battute in 5/8 e 6/8 si ripete per altre sei volte arricchito da una trama di chitarra elettrica e da una progressione armonica di tastiere. L’ultima battuta di questa sezione è in 4/4 (al posto di 6/8) ed è occupata da una frase ascendente di chitarra che lancia il primo tema. Questo tema, della durata di tre battute (due in 4/4 e una in 5/4), viene esposto quattro volte e ogni volta viene sviluppato in maniera diversa e articolata. Alla fine dell’area tematica c’è una lunga transizione che riutilizza dal punto di vista ritmico lo stile dell’introduzione, ma stavolta alternando sempre una battuta di 5/8 e una di 6/8 (al posto di tre in 5/8 e una in 6/8), conferendo a questa parte un carattere più regolare e interlocutorio molto adatto a preparare con un crescendo di tensione la fase successiva dei solisti. Costituita da otto parti, la parte dei soli conserva l’alternanza di una battuta in 5/8 e una in 6/8 e si presenta in forma palindroma [ keyb.(Bm) – gt.(C#m) – keyb.(Am)  –  gt.(C#m)  // gt.(Bm) – keyb.(Am) – gt.(C#m) – keyb.(Bm) ]. Questo stratagemma fa sì che i due strumenti solisti (chitarra e tastiere) si cimentino su tutte le tonalità esposte in questa fase. Unica eccezione metrica è nel primo solo in Am delle tastiere dove l’uscita dal solo invece di essere 5/8 e 6/8 inverte l’andamento in 6/8 e 5/8 (evento sottolineato all’unisono da tutta la band). Una breve frase di collegamento che si estende su due battute di 5/8 e una di 3/8, seguita da uno degli sviluppi tematici utilizzati in precedenza, riconduce all’ultimo tema. Si giunge quindi al finale, dove alcune brevi frasi all’unisono concludono il brano.

“Sans Tambuor Ni Musique” forse è il brano più impressionista e romantico del cd, vede il 5/4 come metrica preponderante. In realtà l’introduzione che ruota attorno al Cm, dal carattere acido e spiccatamente funky, non lascia presagire quella che sarà una componente sobria e introspettiva che si affermerà nella parte centrale del pezzo. Ma andiamo per ordine. Dopo la citata introduzione, allo stesso impianto ritmico armonico in 5/4 si aggiunge il tema di chitarra distorta molto cantabile seguito da una frase apparentemente rubata ma che in realtà occupa esattamente due battute di 5/4. L’effetto percettivo di dilatazione deriva dal fatto che il 5/4 quarti fino a quel punto era in pratica un assemblaggio di due cellule ritmiche in 5/8 con una conseguente alternanza degli accenti forti sul battere del primo movimento e sul levare del terzo movimento. È a questo punto che si nota l’altra sfaccettatura del brano, quella classico-romantica. In una sezione di otto battute ripetute con la medesima progressione armonica dal forte carattere tonale, il pianoforte acustico si prodiga in un’esecuzione a cavallo tra un tema vero e proprio e un’improvvisazione. L’evento successivo è rappresentato da quattro battute ripetute nelle quali un potente obbligato armonizzato per terze conferisce un forte aspetto drammatico al brano. Quindi viene riproposta la parte del tema di pianoforte, stavolta arricchita da variazioni. La tensione accumulata fin qui (da notare che la metrica non ha mai abbandonato il 5/4) si distende improvvisamente in un ostinato del basso in 6/8 della durata di sei battute, seguito ancora da sei battute in 6/8 dove ancora il basso, in compagnia soltanto del ride e del hi-hat sul 3 e sul 6, esegue una breve variazione tematica. Questo evento è significativo perché è un’avvisaglia di quello che succederà nella parte seguente, caratterizzata da polimetrie dove gli elementi tematici e ritmici si scambiano i ruoli. Scendendo nel dettaglio, dapprima il piano elettrico esegue una successione di quindici frasi in 4/4 mentre la ritmica accompagna con una successione in rapporto polimetrico di dieci frasi in 6/4, poi i ruoli si invertono e il pianoforte esegue una successione di sei frasi in 6/4 contrapposte a nove battute in 4/4 della ritmica. Nel frammento seguente la polimetria viene troncata. Infatti le due frasi di pianoforte elettrico in 6/4 non si realizzano completamente perché la ritmica sottostante esegue solo due battute in 4/4 e una in 2/4.  Infatti la cellula polimetrica completa sarebbe: 2 x 6/4 = 3 x 4/4. L’aspetto drammatico della troncatura viene ribadito dalla sospensione dell’accordo di Gm. Da qui si dipanano otto battute dal carattere più rubato all’interno delle quali frasi dilatate di chitarra dialogano con intervalli larghi di basso in una successione Gm – Eb ripetuta due volte. A questo punto inizia una progressione di sedici battute (quindici in 4/4 e una in 6/4) dove gli ingredienti principali sono arpeggio di piano acustico, riff di chitarra elettrica light-crunch e, dalla sesta battuta, arpeggio di synth. È questa la parte più progressive del brano e forse dell’intero disco.  Nei due quarti finali di questa sezione trova spazio una sospensione sull’accordo di Db (sostituzione del G7) che riporta al Cm del tema esposto qui quattro volte, due volte monofonicamente e due volte in versione armonizzata. Conclude una frase di sette sedicesimi all’unisono.

“Nautilus” è l’ultimo nato, il più giovane, quello che aveva più possibilità di evolvere in modi e situazioni diverse, e in effetti si è svolto con una complessità tale che per farne una sintesi efficace diventa necessario individuare dei procedimenti analitici semplificativi. Una chiave di lettura è l’individuazione di una sorta di “raga” di 22 battute con una precisa articolazione ritmica interna che ha la seguente forma: [due battute in 5/16, una in 2/4, sei in 5/16, una in 2/4, sette in 5/16, una in 2/4, una in 5/16, una in 2/4 e due in 5/16]. Questa forma viene utilizzata per sei volte. La prima come introduzione dove suonano percussioni pad e power-chords di chitarra; nelle tre successive si aggiunge prima il basso che espone un lungo solo che termina con una propaggine formale di quattro battute in 5/16. Nelle ultime due viene riproposta l’introduzione con l’ultima battuta in 3/8 invece di 5/16. Due battute di collegamento (una in 7/8 e l’altra in 6/8) portano finalmente a un nuovo periodo diviso in tre fasi di otto battute in 4/4. Nella prima assistiamo a una progressione armonica ricca di scambi intermodali sulla quale la chitarra espone il primo tema cantabile del brano. Nella seconda e terza la progressione armonica è strettamente diatonica. Nella seconda la chitarra suona il secondo tema e nella terza il synth esegue un solo. Al termine del solo del synth un “cammeo” di otto battute in 5/16 riporta al quinto e sesto raga riproponendo la stessa uscita con la battuta di 3/8 seguita da una in 7/8 e l’altra in 6/8 che riportano al primo e al secondo tema in 4/4, seguiti stavolta da un solo di chitarra nella terza sezione. A questo punto (saltando formalmente l’evento del “cammeo”) parte la lunga coda dove assistiamo a una modulazione in D maggiore occupata dal terzo tema e caratterizzata da una scansione ritmica basata sui sedicesimi. La forma è la seguente: sei battute in 4/4, una in 6/4, tre in 4/4, una in 5/8 e una in 7/8. La coda prosegue modulando in G maggiore. Il synth e la chitarra eseguono il quarto tema con uno sviluppo di otto battute in 4/4 ripetuto due volte e una scansione ritmica dove compaiono elementi ternari (terzine di ottavi). Nella seconda esposizione il basso doppia il tema all’ottava alta. Quindi inizia la fase finale della coda dove synth e batteria eseguono terzine di sedicesimi molto serrate su una progressione armonica modale dal carattere quasi sinfonico.

Per concludere è giusto ricordare come questi tre brani attingano alle reciproche storiche radici musicali dei componenti del gruppo: un misto di Rock, Progressive, Fusion, Jazz… la musica dei rispettivi nostri vent’anni, che si fonde inesorabilmente con quella che viviamo attualmente ogni giorno, un meraviglioso equilibrio fra quella che è rimasta nei nostri cuori e quella che li fa pulsare giornalmente.

Questo è il mondo musicale in cui è nata Acqua Libera e questo progetto lo vorremmo condividere con il maggior numero di persone appassionate e consapevoli di ascoltare una musica non facile, che non è detto risulti bella o debba piacere per forza, ma che è sincera, possiede nota dopo nota la nostra impronta emotiva e musicale, è l’espressione genuina del gruppo e dei singoli componenti con tutte le nostre differenze di stile, storia e abilità.

Siamo noi quattro, nudi e crudi, veri e sinceri, si suona quello che siamo e che sappiamo rifare dal vivo, con il minimo indispensabile di sovra-incisioni… A volte ci piace suonare tempi con pulsazioni diverse, i colori e le sfumature non sono mai abbastanza curati, scappano di mano a turno come se l’emozione di certe frasi prenda il sopravvento sull’esecuzione complessiva. Questo CD è un laboratorio dove i brani si rifiutano di essere parte di un’opera compiuta, a un certo punto ci siamo obbligati a fermare la loro costruzione e ogni pezzo risulta chiaramente con la sua “età”, alcuni sono proprio come degli adolescenti e così resteranno, altri sono come vestiti a metà, pochissimi sono praticamente finiti, forse due, al massimo tre. In fin dei conti così doveva essere… un lavoro in itinere, un divertente elaborato su cui a un certo punto abbiamo deciso di smettere di lavorare. Per certi brani resteremo sempre con un po’ di acquolina in bocca, chissà se ciò potrà servire per accendere in noi la curiosità di sapere cosa potrebbe accadere se iniziassimo a fare un altro esperimento…. un nuovo brano, un nuovo CD, o è meglio solo una cena fra amici?…

Acqua Libera, novembre 2016

Check Also

Rebis – La genesi dell’esordio discografico dei Bridgend

Rebis – La genesi dell’esordio discografico dei Bridgend

Rebis (dal latino “cosa doppia”) è il termine utilizzato in alchimia per indicare l’unione degli …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *