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Albergo Intergalattico Spaziale – Albergo Intergalattico Spaziale

Albergo Intergalattico Spaziale (1978) Albergo Intergalattico SpazialeALBERGO INTERGALATTICO SPAZIALE

Albergo Intergalattico Spaziale (1978)

LDM

 

Dopo l’esperienza con i Giganti, Giacomo “Mino” Di Martino, insieme a sua moglie Edda “Terra” Di Benedetto (con cui ha già condiviso il progetto Telaio Magnetico nel 1975), mette in pratica i propri studi di musica d’avanguardia iniziati una volta finita la collaborazione col gruppo di “Terra in bocca (poesia di un delitto)”.

I due, nel 1975, aprono nel quartiere Trastevere a Roma un locale denominato Albergo Intergalattico Spaziale (da cui poi prendono il nome per le loro esibizioni), in cui sviluppano le proprie idee proponendo serate a base di musica, teatro e proiezioni video tutte in stile avanguardistico.

Il duo in questi anni, intanto, inizia a creare proprie opere, alcune delle quali vedranno la luce solo nel 2009 nell’album “Angeli di solitudine” – Provini inediti 1974/1996, e a proporle nei live. Poi, nel 1976, entra nell’orbita della EMI che propone loro la realizzazione di un album. Terminato il lavoro di studio, la stessa etichetta, quasi inorridita all’ascolto dell’opera finale, si rifiuta di pubblicarlo e risolve il contrato.

Gli artisti, per nostra fortuna, non si danno per vinti e, grazie anche al locale che garantisce loro un buon reddito, riescono a recuperare dalla EMI i diritti e le matrici dei brani, così nel luglio del 1978 stampano (con l’aggiunta di altri brani) Albergo Intergalattico Spaziale.

L’opera è incentrata tutta sull’utilizzo delle tastiere di Di Martino, in cui si riscontrano forti similitudini con i brani del Telaio Magnetico (“ripuliti” di fiati e percussioni), ma anche richiami al Battiato sperimentale e ai corrieri cosmici (vedi Tangerine Dream o Klaus Schulze, per esempio), e sulla straordinaria voce della Di Benedetto, un ulteriore strumento. Il lavoro segue un tema principale, quella della lotta al nucleare (molto sentita in quegli anni), ma non si presenta esattamente come un concept album.

L’album si apre con Live Pistoia e, fin da subito, sono confermate le linee guida dell’album: tastiere molto vicine ai corrieri cosmici tedeschi intrecciate alla voce eterea della Di Benedetto. È soprattutto la prima parte del brano a seguire fedelmente questo tracciato, mentre nella seconda troviamo il solo Di Martino che esegue evoluzioni debitrici verso il Battiato di M.elle le “Gladiator”.

Phasing. Tappeto sintetico e testo ([…] Viaggiamo nello spazio / in cerca della nostra storia, / dell’essenza originaria / tra miliardi di sistemi solari […]) richiamano molto da vicino il Battiato sperimentale, l’unica differenza con l’artista catanese è la caratteristica voce della Di Benedetto.

Uno strato sintetico incorporeo (un po’ alla Tangerine Dream) avvolge l’intera Senza titolo.

Tastiera solo racchiude una serie di divagazioni di Di Martino, dai richiami cosmici all’omaggio all’Inno alla gioia di Beethoven, passando per atmosfere inquiete e altre ipnotiche.

Improvvisazione in pratica prosegue il brano precedente. Dopo una breve digressione tastieristica, i due artisti intrecciano le proprie voci (altri richiami a Battiato), prima che la Di Benedetto prenda in mano la scena e si lanci nel canto dell’Inno alla gioia accennato, musicalmente, nel brano precedente. Voce grandiosa.

Varie sequenze di synth s’intrecciano tra loro in 4 Tracce sino a creare un groviglio caotico che si dirada col trascorrere dei secondi.  Una via di mezzo tra Persian Surgery Dervishes di Terry Riley e Il prisma magico o Gli Hins di Arturo Stalteri.

Sono i vocalizzi spettrali della Di Benedetto ad aprire Variazioni su ‘Angeli si solitudine’, poi la stessa cantante inizia il suo solitario, maliardo canto su Angeli di solitudine, brano inciso qualche anno prima (il testo è una poesia esoterica dedicata a Max Ernst), ma rimasto inedito sino al 2009, quando apparve nell’album “Angeli di solitudine” – Provini inediti 1974/1996. In questo caso l’angelo è la stessa Di Benedetto, con la sua voce celestiale, la quale canta senza supporto musicale, quindi in solitudine. Grande prova vocale.

Con Sabbie vergini ricompaiono le tastiere a fungere da leggero sottofondo evanescente su cui si staglia, nuovamente, la voce ultraterrena della Di Benedetto.

Nella ristampa su CD del 1994 compare un ulteriore brano, Himalaya. Le atmosfere si mantengono sui livelli degli otto brani originali con la voce a farla da padrona sulle tastiere, l’unica differenza è la presenza di altri strumenti come batteria, basso e chitarra i quali, però, hanno un compito quasi marginale.

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