Home / Recensioni / Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate

Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate

L'Albero del Veleno (2017) Tale of a Dark FateL’Albero del Veleno

Tale of a Dark Fate (2017)

Black Widow Records

Il 31 ottobre 2017, quattro anni dopo il debut album “Le Radici del Male“, la formazione fiorentina L’Albero del Veleno pubblica per la Black Widow Records il suo secondo lavoro in studio, Tale of a Dark Fate. L’opera è un concept in due atti che narra la leggenda dell’Albero del Veleno (secondo la quale chi ne mangia i frutti si addormenta per non risvegliarsi più) attraverso metafore ricavate da alcuni personaggi della mitologia greca.

L’invariata line-up vede sempre impegnati: Nadin Petricelli (tastiere, synth), Lorenzo Picchi (chitarra), Michele Andreuccetti (basso), Marco Brenzini (flauto), Claudio Miniati (batteria) e Jacopo Ciani (viola, violino, archi). Da registrare la nuova collaborazione di Cesare Valentini agli arrangiamenti. Grazie al prezioso contributo iconografico dell’artista Steve Indronant ogni brano è affiancato da un’originale illustrazione che lo rappresenta.

I – Prelude – The poison tree. La storia ha inizio con il protagonista che raggiunge l’Albero del Veleno (The poison tree), si nutre dei suoi frutti e si ripara all’ombra delle sue fronde per riposarsi. Le allarmanti tastiere di Nadin, i colpi secchi di Claudio alla batteria e la tonante chitarra di Lorenzo descrivono l’avventato atto dell’uomo di cibarsi dei frutti del venefico albero.

ACT I – Hypnos

Il primo atto è nel segno dalla figura di Hypnos, dio del sonno, figlio della Notte e fratello gemello di Thanatos. Hypnos affida l’uomo ai suoi tre figli, Morpheus, Phobetor e Phantasos, noti anche come Oneiroi, coloro i quali governano i sogni impersonificandone una particolare forma. Ha così inizio un viaggio onirico tra i mostri partoriti dal delirio indotto dal veleno.

II – Morpheus, “il modellatore”, è colui che sfiorando le palpebre dei sognatori con un mazzo di papaveri riesce ad assumere le sembianze delle persone sognate. È l’ipnotico basso di Michele a segnare il passo sornione del più potente degli Oneiroi, che, tra archi nervosi e un soave flauto, dona all’uomo illusioni realistiche. Le pacate melodie creano un’atmosfera sognante, avvolgente, che consegna l’uomo, ormai profondamente addormentato, alle “rassicuranti” braccia di Morpheus.

III – Phobetor, “lo spaventoso”, è colui che compare nei sogni sotto forma di esseri aberranti o bestie feroci. Il suo potere metamorfico genera mostri che gli scintillii chitarristici, le ovattate e calde folate del flauto e i solenni archi proiettano in una dimensione onirica, a tratti aliena.

IV – Interlude I – Momus è la rappresentazione del sarcasmo, che si prende gioco di colui che ha mangiato i frutti dell’albero. Il breve divertissement scherza proprio sulle alterne trame del serioso pianoforte e dei beffardi archi.

V – Phantasos, “l’apparizione”, è colui che genera tutti gli oggetti inanimati o i paesaggi sognati dai mortali. Si differenzia dal fratello Morpheus per via delle continue menzogne: egli, infatti, non annuncia mai la verità. È proprio lui a palesarsi all’uomo emergendo da una densa coltre fumosa, accompagnato dal sinistro synth e dalla ansiogena chitarra. L’incantevole melodia orientaleggiante del flauto, complici i disperati stridii elettronici e le scabrosità elettriche di basso e chitarra, si trasfigura in straziate spire sonore dagli accenti sempre più tragici. Dall’ossessivo pianoforte sgocciolano note inquiete che preludono la macabra coda sinfonica ordita da synth ectoplasmatici, batteria funerea e chitarra sabbathiana.

VI – Interval separa il primo atto, più pacato, sognante, melodico, dal secondo, contraddistinto da toni più crudi, esasperati, schizzati. L’esperienza onirica dell’uomo prende qui una piega sempre più angosciosa che muta il sogno in oscuri presagi di morte.

ACT II –  Thanatos

Nel secondo atto entra in scena Thanatos, il dio della morte nonché fratello gemello di Hypnos. Al suo seguito le tre Moire, Clotho, Lachesis e Atropos, “le tessitrici della vita”, personificazioni del destino ineluttabile. Il loro compito è tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte.

VII – Clotho, “il filo”, è colei che fila il seme della vita. “Le Radici del Male” tornano ad infestare l’atmosfera con fare sinistro e malvagio. Clotho tesse la tela della vita incalzata da un basso minaccioso e da un ossessivo piano mentre una nervosa chitarra scandisce l’inesorabile scorrere del tempo. Le brevi parentesi di puro jazz rock gobliniano rimarcano i tratti immaginifici del sound della band favorendo l’apertura di temi cinematografici di stampo bacaloviano, nei quali risultano determinanti i contributi di Mellotron, flauto e archi.

VIII – Lachesis, “il destino”, è colei che avvolge il filo sul fuso e decide quanto ne spetta ad ogni uomo. Travolto da affannose sfuriate dark prog, il destino è lasciato in balìa di tetre raffiche sintetiche e di una funesta campana che non lasciano presagire nulla di buono. L’improvvisa apertura melodica degli archi, sostenuta anche da flauto e piano, tradisce ancora una volta ascendenze bacaloviane ma gli umori malvagi che permeano l’intero brano preludono un tragico finale.

IX – Interlude II – Ananke è la dea del destino, della necessità inalterabile e del fato, nonché madre delle Moire. La sua figura, ibrida e austera, striscia sinuosa tra oscuri riverberi ed atmosferici soundscape mentre scorta l’uomo nel viaggio verso il lato oscuro, verso la morte. I confini del dark ambient vengono ampiamente superati nella ricerca di una dimensione mistica che contempla le dilatate divagazioni floydiane ma anche le nere celebrazioni del primo capitolo della saga Lunatic Soul.

X – Atropos, “l’inflessibile”, è colei che taglia il filo e decide la morte. La sua macabra danza è in realtà un acido funk dalle sfumature vintage marcato da cadenzate ritmiche tribali à la Black Widow. La parentesi più progressiva dell’album culmina nella struggente coda classica che descrive il sofferto taglio.

XI – Postlude – Moros è la rappresentazione del destino avverso che porta ogni essere alla morte. Al mesto piano di Nadin e ai dolenti archi di Jacopo il duro compito di congedare l’uomo consegnandolo all’inesorabile epilogo.

Per maggiori info: L’Albero del Veleno | Facebook | Bandcamp

Fotogallery

  • Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate
  • Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate
  • Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate
  • Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate
  • Albero del Veleno, L’ – Tale of a Dark Fate

Check Also

The Samurai of Prog (2018) Archiviarum

Samurai of Prog, The – Archiviarum

THE SAMURAI OF PROG Archiviarum (2018) Seacrest Oy Il 15 febbraio 2018, a nove mesi …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *