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Anglagård – Viljans Öga

ÄNGLAGÅRD

Viljans Öga (2012)

Änglagård Records

Per gli amanti del prog sinfonico e del folk scandinavo il ritorno degli Änglagård con questo Viljans Öga, loro terzo album in studio, è forse la miglior notizia del 2012.

Gli svedesi Änglagård, infatti, hanno conquistato una posizione di rilievo nel panorama prog degli anni ’90 con la sola pubblicazione di due album, “Hybris” (1992) ed “Epilog” (1994). Prematuramente scioltisi per poi riformarsi nel 2002, gli Änglagård riescono a portare avanti solo l’attività live che culmina nell’esibizione al NEARfest del 2003 a Bethlehem, PA, Stati Uniti. In quell’occasione la band propone due soli inediti allora semplicemente noti come New Song #1 e New Song #2. Solo ora, a distanza di quasi dieci anni, i due brani vengono pubblicati in un album con i titoli “Sorgmantel” e “Längtans Klocka”.

La formazione è la stessa di dieci anni fa e vede: Mattias Olsson (batteria, percussioni, noise), Johan Brand (basso, Taurus bass pedals), Thomas Johnson (piano, mellotron, synth), Jonas Engdegård (chitarre) e Anna Holmgren (flauto, sax). Collaborano alle registrazioni dell’album anche: Tove Törnberg (violoncello), Daniel Borgegård Älgå (clarinetto, clarinetto basso, sax baritono) e Ulf Åkerstedt (basso tuba, tromba).

Dotati di una tecnica sopraffina e con un suono sempre orientato verso i maestri del prog (King Crimson su tutti, ma anche Genesis, Yes, Gentle Giant e, non ultimi, i connazionali Trettioåriga Kriget), gli Änglagård tornano ad occupare il ruolo di protagonisti di quella scena prog scandinava che, soprattutto negli ultimi venti anni, ci ha regalato opere di rara bellezza.

L’album non sembra risentire dei numerosi anni di distanza che lo separano dai suoi predecessori. La band svedese, infatti, riesce a mantenere quella continuità compositiva che fa di Viljans Öga il naturale seguito di “Hybris” ed “Epilog”. Ovviamente gli anni passati non sono trascorsi invano. Pur mantenendosi sulla stessa linea gli Änglagård apportano alcune modifiche al loro sound, filtrando progressive sinfonico e folk nordico con soluzioni decisamente più classicheggianti.

Registrato tra il 2011 e il 2012, l’album si compone di sole quattro tracce strumentali  che per la loro notevole durata possono considerarsi delle mini-suite.

Ad aprire l’album è Ur Vilande. Un dialogo malinconico tra flauto e piano, impreziosito da arpeggi di chitarra e linee di violoncello, sostenuto da tappeti di mellotron e organo, conferisce al brano un sapore classico. Al quarto minuto la svolta: le atmosfere bucoliche dei Genesis si inquietano fino all’esplosione sonora di matrice crimsoniana. A farla da padrone soprattutto il mellotron di Johnson e la chitarra di Engdegård. Ottimo il lavoro della Holmgren al flauto, che mostra grande tecnica e personalità. Nella seconda parte del brano è la sezione ritmica a prendere il sopravvento. Il drumming sezionato di Olsson è ben coadiuvato dal robusto basso di Brand. Negli ultimi minuti succede di tutto. Accelerazioni di chitarra, sax e incursioni di mellotron come nei più oscuri Crimson. Organo e piano ripercorrono le atmosfere enfatiche dei Genesis scandite da una sezione ritmica molto prossima ai Gentle Giant. Il tutto sapientemente filtrato dalla grande classe degli Änglagård.

Sorgmantel, un po’ come l’opener, sfoggia una intro bucolica basata principalmente su chitarra, synth, mellotron e violoncello. Ben presto però anche qui si cambia scena. L’ingresso del flauto contribuisce ad esasperare i toni della chitarra che, complice una vigorosa sezione ritmica, vira verso sonorità nervose. La convulsa circolarità dei riff di chitarra viene più volte interrotta dal basso di Brad e dal sax della Holmgren. La sezione fiati trova il giusto compromesso tra i primi Crimson e i più attuali Shining, con interventi frenetici, discontinui e ritmati. Olsson qui si conferma sempre più batterista dalle straordinarie doti.

Snårdom si distingue sin da subito per la sua vivace andatura. Chitarra, synth e mellotron non fanno altro che seguire una sezione ritmica brillante e ispirata. Il basso metallico e distorto ricorda il miglior Squire e il sound degli Yes risulta il riferimento più prossimo alle soluzioni adottate. Ma i riff frammentati à la Fripp sono forse l’elemento più apprezzabile nella gestione del brano, perché capaci di “costruire” ulteriori soluzioni ritmiche che facilitano i numerosi cambi di tempo (e di tema). Come consuetudine nella seconda parte del brano i toni si attenuano diventando più lirici, merito soprattutto del lavoro di piano, chitarra e sezione fiati.

Längtans Klocka, quarto ed ultimo brano, conferma la struttura dei brani precedenti. Un preludio per flauto e piano che, dopo alcuni accordi di supporto, lascia spazio a una chitarra che disegna spirali cariche di tensione. La continua frammentazione sonora messa in opera dalla chitarra e dall’eccellente sezione ritmica è solo in parte smorzata dagli interventi di mellotron e fiati. Le soluzioni sinfoniche, in più di un’occasione, lasciano il posto a marcette circensi e temi folkloristici che ricordano alcune cose dei Gentle Giant di “Octopus”.

Nel complesso Viljans Öga è un disco eccellente – magistralmente suonato nella sua sorprendente complessità – che si candida prepotentemente a contendere il titolo di “capolavoro della band” al precedente “Epilog”. Il ritorno degli Änglagård non poteva essere migliore!

Per maggiori info: www.anglagard.net/

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