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Area – Arbeit Macht Frei

Area (1973) Arbeit Macht FreiAREA

Arbeit Macht Frei (1973)

Cramps Records

Un progetto ambizioso e di respiro “internazionale” quello degli Area, che nasce e si sviluppa come un laboratorio volto al rinnovamento del linguaggio musicale e con l’idea di tradurre in musica gli innumerevoli impulsi e le tensioni di “quel” particolare periodo storico noto col nome di “anni di piombo”.

Il fulcro intorno al quale il progetto Area inizia a prendere forma è Giulio Capiozzo, nel ’72 giovane batterista di ventisei anni con alle spalle già numerose esperienze, al quale inizialmente si aggiungono Leandro Gaetano (tastiere), Yan Patrick Ehrard Djivas (basso), Johnny Lambizzi (chitarra). Presto, però, entrano nel progetto anche Demetrio Stratos (cantante già attivo con i Ribelli), Victor Edouard Busnello (fiati) e il giovanissimo Patrizio Fariselli (tastiere), appena congedato dal servizio di leva e pronto a sostituire Leandro Gaetano (che pare fosse meno portato per l’improvvisazione e che mal sopportava l’attenzione per i problemi sociali, sempre più presente nei programmi del gruppo).

In questo periodo, grazie soprattutto all’impegno del manager Franco Mamone, il primo nucleo degli Area riesce a tenere concerti importanti di spalla a diversi gruppi inglesi come Atomic Rooster, Gentle Giant e i Nucleus di Ian Carr. Nel ’73 Lambizzi abbandona il progetto e Mamone contatta una sua vecchia conoscenza: Paolo Tofani, chitarrista fiorentino appassionato di elettronica che in quel periodo è intento a manipolare sintetizzatori in quel di Londra. La sua particolare tecnica chitarristica, nevrotica e rumorista, si fonde meravigliosamente con l’innovativa ricerca musicale del progetto. Con l’ingresso di Tofani si delinea la prima vera formazione degli Area.

La natura “internazionale” del progetto – ripresa anche nel nome del gruppo Area International POPular Group, partorito da Capiozzo e ispirato da un brano dei Nucleus, “Torrid Zone”, incluso nel famoso “Elastic Rock” – si palesa nelle diverse origini dei componenti del gruppo: Stratos aveva origini greche ma era nato ad Alessandria d’Egitto, Busnello era nato in Belgio, Djivas in Francia da famiglia tunisina di origini greche, mentre Capiozzo vantava origini turche (il cognome originario era Capiöz). Un progetto multietnico, dunque, di chiara matrice mediterranea, il cui obiettivo è quello di inserire nel linguaggio del pop elementi musicali mutuati dalle più diverse tradizioni e culture, capaci di canalizzare l’attenzione sugli eventi della politica e della cronaca internazionali.

In quest’ottica svolge un ruolo importante l’estro creativo e comunicativo di Gianni Sassi (imprenditore intellettuale, produttore discografico nonché personaggio chiave della scena culturale e giovanile italiana degli anni ’70/’80), che riesce a fornire agli Area testi in italiano incentrati su tematiche socio-politiche e un corredo iconografico fortemente comunicativo che fonde diversi linguaggi artistici.

Il 1° settembre del 1973, dopo una lunga gestazione, viene pubblicato Arbeit Macht Frei, esordio discografico del progetto Area International POPular Group. L’oscura copertina situazionista-dadaista mostra un curioso pupazzo col petto inchiavardato da un grande lucchetto Yale. All’interno campeggia una foto che ritrae i cinque membri degli Area distesi a terra, uno accanto all’altro, circondati da simboli religiosi e politici (l’angelo in volo dell’iconografia cattolico-cristiana; la falce e il martello della tradizione comunista; la foto di un campo di concentramento nazista; la kefiah palestinese indossata da Capiozzo). Un artwork dall’impatto visivo diretto, rafforzato da un titolo fin troppo eloquente: Arbeit Macht Frei (“Il lavoro rende liberi”), il triste motto che dominava i cancelli dei campi di concentramento nazisti. Allegata al disco, inoltre, vi è una sagoma di cartone raffigurante una calibro 38, pistola divenuta in quella fase storica una sorta di “icona” rivoluzionaria. All’uscita dell’album lo sfondo nero della copertina e la formula in tedesco del titolo contribuirono a disorientare non poco un pubblico più attento alla “forma” che alla “sostanza”. L’operazione architettata da Sassi e dagli Area, tuttavia, non aveva intenti provocatori quanto più il sapore di una sfida intellettuale ed artistica. Ne è un esempio il brano di apertura dell’album, Luglio, agosto, settembre (nero), che sin dal titolo si ricollega ai tragici fatti avvenuti il 5 settembre del 1972, durante i giochi olimpici di Monaco, quando un commando di terroristi palestinesi, appartenenti al gruppo denominato “Settembre nero”, sequestrò un gruppo di atleti israeliani che partecipava ai giochi. Nel conflitto a fuoco che ne scaturì rimasero uccisi nove atleti, un poliziotto e sei fedayyìn. Il brano è introdotto da una registrazione pirata, effettuata in un museo del Cairo, in cui una voce femminile recita in arabo i seguenti versi: “Mio amato / Con la pace ho depositato i fiori dell’amore / davanti a te / Con la pace / con la pace ho cancellato i mari di sangue / per te / Lascia la rabbia / Lascia il dolore / Lascia le armi / Lascia le armi e vieni / Vieni e viviamo o mio amato / e la nostra coperta sarà la pace / Voglio che canti o mio caro  / E il tuo canto sarà per la pace / fai sentire al mondo, / o cuore mio e dì / Lascia la rabbia / Lascia il dolore / Lascia le armi / Lascia le armi e vieni / a vivere con la pace”. All’intro in lingua araba segue dapprima il canto sillabato e mediterraneo di Stratos e in seguito il vivace tema balcanico ispirato da un canto popolare macedone (“Yerakina”). L’energico riff e le ritmiche complesse pongono l’accento sull’impressionante livello tecnico dei giovani musicisti. A sottolineare un tema di per sé già ricco ed eclettico concorrono anche i fiati di Busnello, la chitarra e il VCS 3 di Tofani e le tastiere di Fariselli, che, specie nella parentesi impressionistica segnata dalla corale improvvisazione, riescono a ricreare il clima caotico e affollato di un sūq, enfatizzando la vivacità dell’eterogeneo mondo arabo. A demarcare i confini ideologici del mondo Area ci pensano i versi conclusivi: “Non è colpa mia / se la tua realtà / mi costringe a fare / guerra all’umanità”, uno slogan per la lotta all’indipendenza e, per certi versi, una sorta di “giustificazione” agli atti terroristici.

L’appoggio alla causa palestinese è solo uno dei temi affrontati dagli Area in Arbeit Macht Frei. Con la title track, infatti, l’attenzione si sposta verso le alienanti e usuranti condizioni lavorative che riducono l’operaio a mero ingranaggio di una macchina volta a sacrificare la vita umana per il profitto. Non senza un pizzico di provocazione il parallelo degli Area riconduce l’inganno storico del motto “Arbeit Macht Frei” di Auschwitz alla critica situazione del 1973. Il brano è forse il più compiuto esempio di progressive rock in stile Area, in cui prevale una ricchezza sonora che non si limita all’esplosiva tecnica dei musicisti, ma che si arricchisce di suoni reali come il sinistro rumore di un cancello, uno strano sgocciolio e il cinguettio degli uccelli. Ad aprire il brano è dapprima il movimentato drumming di Capiozzo, seguito a ruota da flauto, synth e steel drums. Ma è con l’ingresso dell’acido sax contralto di Busnello che la tensione sale fino all’esplosione corale. Capiozzo e Djivas mettono in piedi una ritmica insistente e sfaccettata, mentre Tofani dà vita ad un fraseggio nervoso, aggressivo, scandito (quasi di stampo crimsoniano) che facilita l’inserimento a pieni polmoni di Stratos. Un impatto sonoro allo stesso tempo elegante e devastante, impreziosito dalle velocissime svisate di Fariselli e dal suono “disturbante” del sax. A chiarire il senso del brano sono i versi scritti da Frankenstein (pseudonimo dietro il quale si celavano Gianni Sassi e quasi sicuramente Sergio Albergoni) che recitano “Tetra economia / quotidiana umiltà / ti spingono sempre / verso arbeit macht frei”.

Con Consapevolezza il linguaggio concreto degli Area mostra di non avere legacci ideologici, prendendo le distanze dal fare propagandistico di molti artisti (soprattutto cantautori) che in quegli anni si elevavano a “guru” indicando alle giovani generazioni linee e percorsi obbligati da affrontare. Consapevolezza, appunto, come capacità di mettersi liberamente in discussione in ogni momento, sognando una vita e una società migliori, questo è il messaggio racchiuso nei versi “Schiaccia sul muro senza pietà / la tua morale che ti vuole ancora / imprigionato tra mediocrità / lascia partire il tuo ascensore / lascialo andare e prendi il potere”. Dal punto di vista musicale il brano si struttura su ritmiche articolate, con ampio utilizzo di tempi dispari, quasi a voler sottolineare la ricerca di libertà suggerita dal testo. L’arpeggio orientaleggiante di Tofani apre la strada all’organo di Stratos e al piano di Fariselli, che si rincorrono più volte alternando momenti più vivaci a parentesi più delicate. In queste ultime c’è spazio per l’ottimo sax di Busnello, a tratti “lirico” e struggente.

Sulle stesse coordinate tematiche si muove anche Le labbra del tempo, un’attenta analisi della società di quegli anni che si snoda tra politica, lavoro e sociale. La forte valenza critica del testo è chiara sin dai primi versi “Dentro di me / sale la rabbia sorda / che mi hai risvegliato tu / un mondo che non ho”. La struttura musicale dilatata delinea un jazz-rock a tratti sperimentale con venature free jazz, il tutto innervato dalla chitarra di Tofani, dal sax di Busnello, dal piano elettrico di Fariselli e dalle superbe ritmiche di Capiozzo e Djivas. Da brividi la performance canora di Stratos che raggiunge l’apice nel verso conclusivo “è un diritto che io ho… io ho”.

240 chilometri da Smirne è senza dubbio il brano in cui più prevale la componente improvvisativa. A farla da padrone è Busnello – tra i musicisti il più esperto e maturo – anche se nello sviluppo del brano tutti riescono a ritagliarsi il giusto spazio. È un continuo rincorrersi e sovrapporsi di suoni in piena libertà. Appena si placa la rabbia sonora di Busnello, Djivas ne approfitta per lanciarsi in un solo morbido e rotondo, sostenuto dall’inesauribile Capiozzo. A ruota si inseriscono anche Fariselli e Tofani, prima del ritorno al tema principale e dell’imminente chiusura.

L’ultimo brano dell’album è L’abbattimento dello Zeppelin, episodio tra i più sperimentali di Arbeit Macht Frei. Il pezzo ha un’andatura frammentata, nervosa e spigolosa, tanto da riuscire a risultare cattivo e lirico allo stesso tempo. Sotto il mirino degli Area stavolta ci sono i discografici e il music business, rei di portare avanti idee vecchie, antiquate; simboli di un imperialismo musicale (qui raffigurato dal “pallone sgonfiato”) che gli Area iniziano a combattere proprio con questo loro primo album.

Si chiude così un capolavoro assoluto del rock progressivo italiano e della musica italiana in generale. Un lavoro unico nel suo genere. Una vera e propria opera d’arte di cui andare fieri!

Per maggiori info: www.area-internationalpopulargroup.com





http://youtu.be/433wf2jDkhA

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2 comments

  1. Davvero una bellissima recensione/celebrazione di uno dei dischi piu’ importanti ed originali della musica italiana (e non solo). Ho un unico appunto: in “Luglio, Agosto, Settembre (nero)” il riferimento non e’ tanto ai fatti delle olimpiadi di Monaco del 1972 quanto al Settembre nero del 1970 in Giordania in cui ci fu una dura repressione a danno dei palestinesi da parte del re di Giordania.

  2. Tommaso ti ringraziamo per le belle parole. Su “Luglio, agosto, settembre (nero)” il riferimento in realtà è al nome del gruppo terroristico “Organizzazione Settembre Nero” (meglio noto come “Settembre Nero”) e non ad uno specifico avvenimento. Il nome dell’organizzazione – come giustamente riporti tu – deriva dal conflitto sorto il 16 settembre 1970 in Giordania, quando Re Husayn, in risposta ad una serie di attentati organizzati da palestinesi residenti in Giordania e deciso a riprendere il controllo totale del suo paese, ordinò l’espulsione di migliaia di palestinesi dalla Giordania (operazione che costò la vita a numerosi palestinesi). Seguirono una lunga serie di attentati terroristici rivendicati da “Settembre Nero”: l’uccisione del primo ministro giordano Wasfi Tall al Cairo nel settembre del 1971; gli attacchi condotti con l’esplosivo contro le raffinerie in Olanda e a Trieste; gli attacchi mortali contro gruppi di giordani presso Colonia; il fallito tentativo di impadronirsi di un jet della Sabena all’aeroporto di Lydda (conclusosi anch’esso con la morte di due fedayyìn); il massacro di Tel Aviv e, per finire, l’ultimo e più tragico episodio di Monaco del settembre del 1972. Mediaticamente e cronologicamente i fatti di Monaco sono contemporanei alla gestazione di “Arbeit Macht Frei” e ciò porta a pensare ad un più concreto parallelo tra i due eventi.

    p.s. – A conferma dell’attenzione e della sensibilità che da sempre il gruppo dimostra a favore della causa palestinese ti invitiamo a leggere la nostra cronaca del concerto tenuto dagli Area, domenica 23 luglio 2013, in occasione della chiusura della IX edizione di FestAmbienteSud. Oggi come allora l’attenzione resta viva! 😉

    http://www.hamelinprog.com/gli-area-chiudono-festambientesud-cronaca-di-un-concerto/

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