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Brainticket – Cottonwoodhill

BRAINTICKET

Cottonwoodhill (1971)

Bellaphon / Hallelujah Records

 

Cottonwoodhill è il primo album pubblicato dai Brainticket, progetto psichedelico / progressive rock / krautrock guidato dal polistrumentista belga Joel Vandroogenbroeck. Un gruppo aperto e cosmopolita quello dei Brainticket, che negli anni ha coinvolto numerosi musicisti provenienti da Belgio, Svizzera, Scozia, Germania e Italia. La formazione che nel 1971 registra questo primo album vede: Joel Vandroogenbroeck (organo, tastiere, flauto e voce), Ron Bryer (chitarra), Werni Fröhlich (basso), Cosimo Lampis (batteria), Wolfgang Paap (percussioni, tabla), Dawn Muir (voce) e Hellmuth Kolbe (tastiere, potenziometri, generatori ed effetti sonori).

Cottonwoodhill è uno dei dischi più insoliti di progressive acido psichedelico, esplicito fin dalle note di copertina che avvertono sul contenuto musicale dell’album: “Ascoltare solo una volta al giorno. Il tuo cervello potrebbe danneggiarsi. Hallelujah Records non si assume nessuna responsabilità”.

Su imitazione degli acid trips californiani, i Brainticket mettono a punto una miscela musicale originale, psichedelica e tuttavia molto più sbilanciata sul fronte progressivo, con tastiere, flauto, voci recitanti, ritmi ipnotici, voci femminili seducenti e deliranti, improvvisazione rumoristica e molto altro.

Black Sand apre questo trip lisergico con l’acido hammond di Vandroogenbroeck e la chitarra funky di Bryer che fastidiosamente torturano i timpani del povero ascoltatore con vere e proprie stilettate elettriche. Come se non bastasse sopraggiunge la distorta e filtrata voce di Vandroogenbroeck, scandita da una base ritmica ipnotica e krauta, che rende ancor più alienante il prosieguo dell’ascolto.

Places Of Light, invece, dona un po’ di sollievo al martoriato udito muovendosi su coordinate più delicate. Una ballata per chitarra, organo e flauto che ha il pregio di introdurre, seppur timidamente, la sensuale voce (filtrata!) della cantante, Dawn Muir. Le soluzioni adottate mostrano inequivocabilmente la vena più progressiva dei Brainticket.

Questi primi due episodi, però, sono solo un piccolissimo assaggio del delirio sonoro e rumorista che, da qui in avanti, travolgerà l’ascoltatore. La suite Brainticket, che occupa una facciata e mezza del disco, viene suddivisa in tre parti: Brainticket Part I, che completa il lato A, Brainticket Part I Conclusion e Brainticket Part II che occupano per intero il lato B.

È proprio Brainticket Part I a creare materialmente una netta frattura con Black Sand e Places Of Light. Vetri in frantumi, suole sull’asfalto, sirene spiegate, auto in corsa e… via, si parte! Sono nuovamente l’hammond di Vandroogenbroeck e la chitarra di Bryer a delineare un’andatura funky ipnotica, ossessiva, ripetitiva. Ancora intrusioni rumoriste con campanelle, folla festante, risate folli e vetri rotti. Un uomo si lava i denti, sciacqua la bocca e sputa. L’ingresso della voce femminile acuisce lo stordimento musicale (e ormonale!). Dawn Muir, la risposta svizzera a Gilli Smyth, si lancia in sensuali e ansimanti sospiri orgasmici, spingendosi ben oltre i noti “space whispers” della cantante dei Gong. L’audacia della Muir è seconda solo all’irriverenza zappiana di “Help I’m a Rock”, e anticipa di un anno la Irene Papas di “Infinity Symbol”.

Ma non finisce qui, il trip continua in Brainticket Part I Conclusion. Le urla della Muir aprono il brano tra voci sovrapposte, campane, passaggi a livello, fischi di una folla inferocita, mitragliatrici e chissà cos’altro. Kolbe esce finalmente allo scoperto e, di tanto in tanto, si diverte a seviziare l’ascoltatore con i suoi aggeggi elettronici. Ciò che però avviene negli ultimi secondi del brano ha dell’incredibile: scimmie urlatrici che annunciano la “Quinta Sinfonia” di Beethoven!!! La materia cerebrale è ormai liquefatta.

Il colpo decisivo arriva con Brainticket Part II, episodio finale in cui la Muir, più invasata che mai, si rende protagonista di un erotico soliloquio in cui detta tempi e modalità di un eccitante amplesso, con versi alquanto espliciti. L’infinito trip di Vandroogenbroeck e soci si attenua solo quando un ipnotico ronzio ripete catatonicamente il nome della band. Una orchestra di martelli pneumatici, potenziometri e generatori è responsabile di una dilatata parentesi space rock, che termina in tempo per far apprezzare gli ultimi affannati sospiri della Muir. Dopodiché la fine, decretata da un’esplosione di suoni e rumori indistinti.

Se lo scopo dei Brainticket era quello di violentare (in tutti i sensi!) la mente dell’ascoltatore, beh, bisogna ammettere che ci sono riusciti in pieno. Cottonwoodhill  è un’opera allucinante che sfinisce fisico, mente e anima! Un assoluto capolavoro dell’underground europeo.

Ah, dimenticavo…  le note di copertina sono chiare: “Dopo aver ascoltato questo disco i tuoi amici non ti riconosceranno più”.
http://youtu.be/_JQ-8bsPkpg

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2 comments

  1. Denis Di Nicolò

    Un disco davvero difficile e non adatto ai deboli di cuore! Il sound è molto affascinante,e viaggia tra soluzioni acidissime (tipiche di certi gruppi californiani,anche se qui molto più enfatizzate) ed altre più tipicamente progressive (grazie anche alla strumentazione adottata dal gruppo che prevede ,oltre alle tastiere,strumenti tipici del genere come il flauto),senza dimenticare però la lezione dei grandi maestri tedeschi!E’ un lavoro parecchio difficile da metabolizzare (io stesso ci ho messo dei mesi per farmelo entrare in testa) e già l’iniziale “Black Sand” non lascia spazio ad alcun tipo di compromesso o concessione melodica! Un album da ascoltare con coraggio e attenzione ma che,con la dovuta calma,potrà essere sicuramente apprezzato da tutti gli amanti del genere. Ottima la vostra recensione,che descrive benissimo l’atmosfera contenuta nel disco!

  2. Grazie Denis! E’ sempre un piacere trovarti concorde con le nostre recensioni!!!

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