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Camisasca Juri – La finestra dentro

Juri Camisasca (1974) La finestra dentroJURI CAMISASCA

La finestra dentro (1974)

Bla Bla

 

Siamo nei primi anni ’70, anni complessi, ricchi di trasformazioni socio-culturali e la musica ne è pienamente coinvolta. In questo clima di cambiamento, tra le innumerevoli proposte musicali che offrono un modo “nuovo” di fare ed intendere musica, si affaccia con sfrontatezza anche un ragazzo milanese, poco più che ventenne: Roberto “Juri” Camisasca.

È l’incontro con quel genio di Franco Battiato, avvenuto durante il servizio militare, ad introdurre Juri Camisasca nel mondo discografico, quello della Bla Bla di Pino Massara, etichetta molto attenta nel campo della musica “diversa”.

Molto distante dalla figura del classico cantautore, Camisasca è in realtà uno sperimentatore in senso stretto, un artista che ama superare le regole (sulla scia di Battiato) e lo fa realizzando un album visionario. Nei suoi testi si scorgono due linee guida preponderanti: una visione “altra” del mondo, surreale, che nasconde tra le righe le brutture che assediano l’uomo e il rapporto con se stesso e con gli altri, e l’inizio di una ricerca interiore che lo porterà pochi anni dopo ad intraprendere il cammino monastico (e il titolo dell’album rappresenta un indizio molto esplicito in tal senso). Gli arrangiamenti dei brani spesso minimalisti, che appaiono, ad un occhio poco attento, privi di struttura, sono in realtà estremamente funzionali alla costruzione dei vari episodi sonori e, se da un lato sono utili nel concedere ampio spazio e risalto alla voce graffiante e ipnotica e ai testi “particolari” di Camisasca, dall’altro descrivono in note i vari stati d’animo, dell’artista e dei protagonisti delle narrazioni, e dipingono con i suoni i diversi paesaggi in cui le storie si sviluppano.

Promotore della “iniziativa Camisasca”, come detto, è Franco Battiato che, oltre a suonare il VCS3 e le tastiere nell’album, è anche il produttore con Pino Massara (compare anch’esso alle tastiere). L’artista siciliano, inoltre, “porta in dote” alcuni dei suoi collaboratori: Gianni Mocchetti (chitarra, basso), Gianfranco D’Adda (batteria, percussioni) e Lino “Capra” Vaccina (percussioni). La “squadra” si completa con la partecipazione di Maurizio Petra (chitarra, in alcuni casi menzionato come Maurizio Petrò), Mario Ellepi (chitarra), Marco Ravasio (violoncello), Antonella e Rossella Conz (voci). Lo stesso Camisasca compare anche come chitarrista.

Un galantuomo. Basta il brano d’apertura per intuire il tipo di cammino lisergico in cui saremo invischiati per circa quaranta minuti. A synth, percussioni e chitarra è affidato l’accompagnamento dei “deliri vocali” di Camisasca. La sua voce squarcia le nubi mentre le sue parole ci guidano in un viaggio “decadente e acido” all’interno del corpo umano, mostrandoci il malessere che i pensieri (topi) creano nell’artista: Nel mio corpo ci sono delle fognature / tutti quanti le chiamano vene / ma dentro ci sono dei topi che corrono / E come un cane che ha le pulci / io mi gratto continuamente / mi gratto la schiena, mi gratto la pancia / Ma io non cedo, io sarò sempre un galantuomo sino alla morte / Però quei topi mi danno un gran fastidio / mi turbano fortemente e dal mattino alla sera / mi rodono il cervello / Ora mi decido prendo un martello / me lo picchio sulla testa / ed ecco che i topi mi escono dal naso / i topi mi escono dalle orecchie / Ma ora, ora me ne pento perché oramai io sono troppo vecchio / E come una pianta che perde le foglie / io perdo i capelli, io perdo le dita / io perdo il controllo della lingua.

In Ho un grande vuoto nella testa è il piano luminoso di Massara, arricchito dal violoncello di Ravasio, a creare la struttura sonora per il testo poetico, intimista e spirituale di Juri Camisasca: Ho un grande vuoto nella mia testa / i miei pensieri li ho messi tutti in un bicchiere / che poi ho rovesciato nel fiume delle illusioni / Ed ora sto cercando qualcosa che non so / ma forse sarà perché ho paura di affrontare la realtà / una realtà che mi è sempre vicina / Ma la risposta la tengo nella mia mano / ed ora dovrò morire, morire prima, se vorrò salvare l’anima.

Con Metamorfosi Camisasca prende in prestito l’opera di Franz Kafka raccontando a modo suo il risveglio e la scoperta del nuovo corpo da parte di Gregor Samsa, offrendo un’illusoria via di fuga al protagonista, diversamente dalla fine tragica dell’opera kafkiana. Il tutto supportato dalle percussioni decise di Vaccina. “Un fastidioso ronzio mi sveglia / Sono due ali di seta sbocciate stanotte sulla mia schiena / Faccio per muovere le gambe, le guardo sono tante / sono mille zampette che si muovono velocemente intorno al mio corpo ovale / Mi alzo dal letto e mi siedo davanti allo specchio / dove noto due antenne sulla testa / ed un pungiglione al posto del naso /Mia madre entra nella stanza ed io salgo sulle pareti / mi nascondo tra i fiori tappezzati / per non farmi vedere in questo stato animalesco / La domestica apre la finestra ed io volo / sono libero”. La via di fuga però sarà poco utile: Io volo nel deserto / ed ho sete / acqua… acqua… / io voglio dell’acqua / ma non c’è acqua nel deserto. Grandioso il modo di restituire l’enormità e la siccità del deserto utilizzando, vocalizzi, percussioni, chitarra e suoni sintetici.

Un suono sordo e ripetuto ci accoglie in Scavando col badile. Dalle prime parole riconosciamo in esso il rumore di un badile in azione. Ed eccoci catapultati al centro della terra dove gli animali regnano e l’uomo è sottomesso: Scavando col badile mi sono trovato improvvisamente al centro della terra / e vidi cose incredibili, cose pazzesche / fatti stranissimi, cose che fanno accapponare la pelle / C’era un bove seduto all’ombra di un ciliegio che, fumando la pipa, / sbirciava il suo uomo che arava / e nella scuderia il cavallo attaccava, attaccava al calesse / un bellissimo uomo da trotto / I coccodrilli usavano la pelle della donna per fare le scarpe / per fare le borsette e le valigie / I maiali tritavano la carne umana / per fare i salami, le bistecche ed i roastbeef / All’ingresso del castello dei Principi Bulldog un serpente suonava il flauto / e l’uomo da una cesta lentamente si allungava / E con occhi di ghiaccio il serpente mi fissava / ed il suo sguardo mi ipnotizzava. Le varie scene descritte sono messe in risalto da un perfetto arrangiamento cangiante, mai invasivo, e dalle varie modulazioni vocali di Camisasca. Un capolavoro. E il testo continua, dopo la sorpresa subentrano la paura e la beffa finale: E per paura io cominciai a miagolare / e a quattro zampe lungo i muri cominciai a strisciare / cercando di non farmi notare. / Finché m’avvicinai al mio scavo per salire in superficie / ma no, non è possibile, mi sono dimenticato la scala. Lasciamo il protagonista miagolante su di un tappeto sintetico tipicamente battiatiano.

Con John l’artista diventa molto più intenso e malinconico, interpretando il suo brano più intimo, la storia di un incontro, durante un’uscita notturna alla ricerca di “incontri facili e/o particolari”, con l’amico John, incrociato per caso durante lo svolgimento del suo secondo “lavoro”. Il testo è caratterizzato dalla dettagliata descrizione del personaggio e dalle parole scambiate tra i due: Non so se ti ricordi di John, il mio amico tanto caro / Quello che lavorava, faceva il muratore / Io l’ho visto ieri sera nella via del piacere ma non sembrava lui / Io mi accorsi dalla voce, perché gli chiesi quanto voleva / per passare con me una notte d’amore / E fu proprio in quell’istante che chiedendomi scusa si sciupò il trucco degli occhi / Non portava i soliti calzoni ma una vecchia gonna rossa / e per coprire i calli delle mani si era messo dei guanti bianchi, ma erano macchiati / Portava calze d’argento però non luccicavano / ma i capelli biondi, lunghi fino ai seni finti, gli stavano bene a John / Aveva un trucco quasi perfetto, lo ingannava un poco la barba / evidentemente non aveva del cerone a sufficienza / Lui mi disse carissimo amico, dalla vita non ho mai avuto niente, non mi rimane che questo.  Anche il finale drammatico restituisce un pathos incredibile: Poi lo vidi salire su una macchina rossa, rossa come le sue labbra / e fu quella l’ultima volta che io vidi il mio caro amico John / Ma in compenso esiste ancora chi ci può dire cosa disse John prima di morire / Ora la sua anima è appesa nel cielo ma non si sa se è quella di una donna / o quella di un uomo, un uomo deluso / Io so solamente che il mio caro amico John era migliore di tanti. Ancora una volta l’arrangiamento, che spazia dal minimalista al “voluminoso”, è funzionale al testo e arricchisce il quadro magnificamente.

La breve Un fiume di luce è un nuovo brano arioso, con il synth che accompagna Camisasca verso un nuovo stato mentale e spirituale: In questo istante la mia mente fa amicizia con la luce / m’illumina per la prima volta in vita mia / Poi attraversa la mia figura e dilaga fra le vene / ora in me esiste un fiume di luce coi suoi piccoli affluenti / E come il ghiaccio alla luce del sole io mi sciolgo lentamente / ed ora io sono incandescente.

Il regno dell’Eden è la summa del viaggio surreale percorso sinora. La prima parte, caratterizzata da un intreccio sonoro quasi bucolico/orientale, ci parla del viaggio affrontato dal protagonista della storia alla ricerca dell’Eden: Ho camminato lungo i sentieri di valli senza anima / Ho vagato per i boschi con la sola compagnia delle querce / Ho percorso tutte le rive dei fiumi nutrendomi d’erba, bevendo gocce di rugiada / tuffandomi nelle fonti di acqua chiara purificando, purificandomi l’anima / Alla sera poi ombre giganti mi si avvicinavano ed io avevo paura / Ma io non sentivo niente, neanche il soffio del vento / udivo solamente il rumore del mio sangue che scorreva lentamente / ed il battito del mio cuore che aumentava sempre più / togliendomi il respiro, togliendomi il respiro. Poi il risveglio in un giardino incantato (ancora una volta i suoni, in questo caso affidati al synth, restituiscono appieno la sensazione provata dal viaggiatore): Quando mi svegliai, mi trovai in un giardino con le pianticelle di melo dorato / e gli usignoli con le piume di cristallo saltellavano su manciate di rubini. A seguire un incontro particolare, evidenziato da cori solenni, e poi ecco iniziare il “vero” avvicinamento all’Eden: Poi arrivò una folla di santi tutti vestiti di bianco sopra delle nuvole rosa / e mi avvolsero nell’aureo manto e poi m’adagiarono sopra una nuvoletta bianca / con le ali di un cigno fatato e tutti i santi mi seguirono verso il favoloso regno dell’Eden. A questo punto l’atmosfera muta diventando più densa e “scura”, con la voce pungente di Juri che s’incastra alla perfezione nella struttura sonora creata da Battiato & Co. E, dopo vari incontri sui generis (“Lungo la strada intravedevo due frati che passeggiavano tenendo per mano un pinguino / e Maria Maddalena che faceva da mangiare ai polli e alle galline del suo cortile / e san Giuseppe che masticava del tabacco uscendo dal monastero con un fiasco di vino in mano”), ecco la meta: E poi arrivai alle soglie dell’Eden con il volto illuminato da un arcobaleno / poi due arcangeli squillarono le trombe e mi aprirono le porte. Ancora una volta i suoni diventano descrittivi della situazione, celestiali e leggeri, arricchiti poi da cori fanciulleschi. Il canto diviene quasi etereo, ma beffardo, e si rispecchia nelle parole: Quando entrai c’era un vescovo rosso con i guanti di raso e mi diede il benvenuto / ed un fanciullo biondo percorreva i labirinti di una ragnatela dorata facendo qui e là qualche capriola / poi arrivò una serva, mi pulì le scarpe, mi diede un grappolo d’uva / poi mi portò l’aureola e mi fece sedere sul trono principale / Ed ora sono io che comando, sono io il creatore / io mi sento un padreterno, io sono il divino / Faccio un gesto ed ecco l’acqua, faccio un altro gesto ed ecco il sole / Mi giro su me stesso e piglio la luna, stella cometa e un grosso pianeta / Ecco, ecco un passerotto che spiega le ali e spicca il primo volo / Vola il vento e le farfalle, le libellule / Sono io il creatore e rimango seduto sul trono principale.

Senza dubbio l’album più estremo e visionario degli anni ’70. Indispensabile.

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