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Ciccada – The Finest of Miracles

Ciccada (2015) The finest of miracles (28 febbraio)CICCADA

The Finest of Miracles (2015)

AltrOck/Fading Records

Il 28 febbraio 2015, a ben cinque anni dalla pubblicazione dell’album d’esordio “A Child In The Mirror”, i Ciccada danno alle stampe il loro secondo album in studio, The Finest of Miracles. Sempre supportata dalla AltrOck/Fading Records, la band greca propone una raffinata miscela musicale che, fortemente radicata nella musica popolare e nelle melodie tradizionali, riesce a combinare il classicismo di Renaissance e Gryphon, la complessità ritmica dei Gentle Giant, il folk progressive dei Jethro Tull e le fantastiche ambientazioni degli Änglagård.

Il progetto poggia sempre sui tre membri originari: Evangelia Kozoni (voce), Nicolas Nikolopoulos (flauto, sax, organo, Mellotron, synth, pianoforte, piano elettrico, glockenspiel) e Yorgos Mouchos (chitarre, cori), ai quali si aggiunge in pianta stabile Yiannis Iliakis (batteria, percussioni). Per la realizzazione dell’album, tuttavia, i quattro titolari si avvalgono dei contributi di numerosi ospiti: Lydia Boudouni (violino), Omiros Komninos (basso), Savvas Paraskevas (piano, piano elettrico), Jargon (voce), Yorgos Lambadis (basso), Marianna Vassou (violoncello), Panayiotis Sioras (clarinetto, clarinetto basso), Johan Brand degli Änglagård (basso) e i componenti del Suono Brass Quintet, Yannis Moraitis (trombe), Panayotis Zafiropoulos (trombone), Dionysis Agalianos (seconda tromba), Spyros Kakos (corno francese) e Sakis Myronis (tuba).

Registrato tra ottobre 2012 e giugno 2014, presso gli S19, Kyriazis Studios e Genesis Studios di Atene, The Finest of Miracles si articola come i classici vinili in due distinti “lati”: il primo composto da cinque suggestivi brani, il secondo interamente occupato dalla suite che dà il titolo all’intera opera.

Ad aprire l’album sono le melodie languide e sognanti di A Night Ride, brano strumentale capace di accarezzare vette di altissima liricità, specie nei contributi della Boudouni al violino e di Nikolopoulos al flauto, ma anche di graffiare con i marcati riff e i taglienti soli di Mouchos e le svisate d’organo. Non mancano passaggi più articolati nei quali accordi liquidi si alternano a vivaci aperture sinfoniche.

Con Eternal fa il suo ingresso la lirica voce della Kozoni che schiude le porte ad un mondo nel quale regnano eleganti atmosfere medioevali e suoni fiabeschi. Acquerelli sonori si susseguono in rapida successione e con estrema fluidità. Dall’oscuro scenario abbozzato dal Mellotron si passa presto alle delicate melodie del flauto di Nikolopoulos e del clarinetto di Sioras. A cullare il canto di Evangelia, inserito in un’elegante cornice acustica, sono gli arpeggi di Mouchos, il violino della Boudouni e il violoncello della Vassou. La presenza al basso di Brand aggiunge quel tocco abrasivo al sound che richiama tanto gli Änglagård quanto i Renaissance di “Turn Of The Cards”. Non mancano oscure fughe innescate da organo e synth, mentre la tromba di Moraitis rievoca lo spettro del gigante buono prima del travolgente finale.

Tra gli episodi più interessanti dell’album vi è sicuramente At The Death Of Winter, traccia il cui testo si ispira alla poesia di Mike Harding “The Green Man” e alla figura dell’uomo verde (nota in gran parte della letteratura popolare europea quale allegoria di rinnovamento e rinascita). Qui l’influenza dei Gentle Giant si fa ancor più marcata, e non tanto per i continui cambi di scena e il clima fiabesco, quanto più per le ricercate armonie vocali che Evangelia e Jargon cesellano seguendo alla lettera i dettami dei fratelli Shulman. Alla causa contribuisce anche il talentuoso Nikolopoulos – il Minnear dei Ciccada – sempre pronto a dar fondo al suo invidiabile bagaglio musicale: sono suoi i briosi giochi al glockenspiel e ai fiati, che, uniti agli eccellenti spunti percussivi di Iliakis, rimandano direttamente a “In A Glass House”.

In Around The Fire e nel breve intermezzo strumentale Lemnos (Lover’s Dance) la band riesce a fondere le melodie popolari elleniche al più tradizionale folk progressivo britannico. Le influenze ci sono e sono molteplici: dal flauto andersoniano di “Thick As A Brick” agli arpeggi classici degli Strawbs più maturi, dalle reminescenze medioevali dei Gryphon alle poesie musicali dei Camel. Ciononostante la musica che ne viene fuori risulta assolutamente autentica, moderna ed emozionante, frutto di un lungo lavoro in studio che tiene conto della formazione e delle esperienze di ciascun musicista.

Viene poi il turno di The Finest Of Miracles, suite composta da cinque movimenti che dà il titolo all’album. Si parte con Birth Of The Lights, oscura frazione che affida le proprie sorti agli ossessivi accordi del piano e ai frammentati arpeggi di chitarra. La ritmica zoppa e inquieta ben si presta ad accompagnare la marcia funerea mossa da Mellotron e violino, ma a far tornare la luce ci pensano chitarra, flauto, clarinetto e piano, che nella parte finale danno vita ad una piacevole coda bucolica. La tranquilla Wandering si vivacizza presto con continui cambi tematici che includono brevi parentesi tulliane nelle quali al flauto di “Thick As A Brick” si alterna il sax di “War Child”. Ad amalgamare il tutto ci pensano le svisate d’organo, gli arpeggi di chitarra classica, piano, Mellotron e uno struggente violino, capaci di tirar fuori l’anima progressiva della formazione greca. Sirens’ Call è una preziosissima gemma strumentale che riesce ad armonizzare delicate melodie folk e brillanti spunti canterburyani. Arie medioevali tornano con As Fall The Leaves, traccia dal marcato lirismo che la Kozoni canta in lingua madre cucendole addosso una veste ancor più tradizionale. La stessa soluzione viene adottata per la conclusiva Song For An Island che però mostra un piglio più deciso, marcato, elettrico, che si contrappone e allo stesso tempo si impasta alle ariose vibrazioni del quintetto di ottoni. Un’altra gran bella prova per la raffinata band greca!

Per maggiori info: Facebook

Per ascoltare e/o acquistare l’album: Bandcamp

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