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Ciro Perrino racconta Celeste (2/5)

La ricerca intanto continuava. Perrino e Lagorio, ed ora Schiavolini, avevano ben in mente come dovesse essere composta la formazione. Chitarra, clarinetto e violino sarebbero stati curati da Mariano. Pianoforte, flauto, sassofoni ed eventualmente tastiere varie, si vociferava dei primi sintetizzatori non monumentali tipo il Moog Modulare che usava Keith Emerson, sarebbero stati appannaggio di Leonardo. Ciro avrebbe curato la percussione, ma non più la sola classica batteria del rock, bensì percussioni varie (quelle che oggi chiameremmo etniche) oltreché il flauto, i flauti dolci soprano, alto e tenore, il mellotron e l’intenzione era anche quella di iniziare a curare lo studio e l’introduzione di suoni sintetici. Aveva appena acquistato un favoloso Davoli Synth!

Mancavano, in quella che era l’idea iniziale, un basso elettrico per dare un buon sostegno e corpo al suono che si pensava di ottenere. Dopo lunghe ricerche ed audizioni fu individuato Giorgio Battaglia che si dichiarò entusiasta della nuova esperienza e del nuovo percorso. In quel periodo militava in un trio rock formato da chitarra, basso e batteria. Era certamente l’elemento giusto. Molto preciso, molto rigoroso e creativo.

Mancavano tuttavia altre “voci”. Si pensava di affiancare agli strumenti già esistenti un violoncellista, un violinista ed un altro elemento che potesse curare altri fiati, altre percussioni ed eventualmente altre tastiere. Trovarono in Marco Tudini, un dinamico e precoce musicista, all’epoca nel 1972 appena quattordicenne, l’elemento che poteva adoperarsi con seconde e terze voci di flauto, seconde voci di sassofono, piccole percussioni ed aiutare con le parti vocali. Riccardo Novero fu il violoncellista che partecipò alle prime sessioni di prove con l’organico completo.

Quindi iniziarono i primi incontri con un ensemble di sei elementi: Mariano Schiavolini (chitarra acustica, violino e clarinetto), Leonardo Lagorio (flauto, sassofoni, pianoforte e mellotron), Giorgio Battaglia (basso elettrico), Ciro Perrino (percussione, flauto, flauti dolci, mellotron), Marco Tudini (flauto, sassofoni, percussione) e Riccardo Novero (violoncello).

Alcuni amici, fra quelli che iniziavano a frequentare le prime sessioni di prove, si affrettarono subito a definire questo organico come un gruppo di Folk Sinfonico. Il nome del gruppo era di là da venire.

La sede delle prove, dopo alcuni primi timidi tentativi in casa di Perrino, dove inizialmente si erano riuniti i musicisti, fu trovata ad Imperia Porto Maurizio in un appartamento, che Lagorio mise a disposizione, situato proprio sullo stesso pianerottolo dell’abitazione del musicista imperiese. Vi fu soltanto un breve intermezzo quando parve che il violoncellista avrebbe potuto ospitare, in un vano della casa dove ancora abitava con i genitori, le prime sessioni di prove dell’organico.

L’ambiente era estremamente suggestivo poiché situato in una stanza di un appartamento della vecchia Sanremo carico di storia e dalla splendida acustica dovuta alla presenza di archi e naturali trappole sonore. Ma nessuno aveva fatto i conti con i genitori del violoncellista che, amanti della musica classica ed operistica mal tolleravano la presenza fra le mura domestiche di questi musicisti che, seppur non assolutamente rumorosi ed irriverenti, non rappresentavano certo il loro ideale musicale e di quanto speravano per il loro figlio aspirante concertista.

Una volta perduta la possibilità di potersi riunire nel luogo che pareva adatto e definitivo nasceva il problema che tutti i musicisti erano originari di Sanremo ad eccezione di Schiavolini che era di Isolabona, un centro situato nell’entroterra di Ventimiglia, e che dovevano per questo motivo spostarsi tutti insieme ogni sera per essere presenti alle prove ad Imperia.

Fu così che la non particolarmente spaziosa Autobianchi A112 di Perrino divenne il mezzo di trasporto per Ciro stesso, Mariano, Giorgio, Marco, Riccardo ed il suo violoncello. Ancora oggi tutti si chiedono come fosse possibile entrare in cinque, più uno strumento piuttosto ingombrate come il violoncello, in un abitacolo così angusto come quello di una delle utilitarie più popolari di quegli anni.

A partire da una sera del mese di dicembre del 1972 iniziarono i quotidiani viaggi da Sanremo ad Imperia Porto Maurizio e ritorno, mai prima della mezzanotte. Le prove erano previste anche nei giorni di domenica e spesso anche nei pomeriggi di altre feste comandate. La lezione del Sistema era sempre presente. Passione, impegno e disciplina.

Occorre dire che i primi approcci, soprattutto per Lagorio e Perrino, furono piuttosto traumatici poiché, eccezion fatta che per Mariano e Riccardo, tutti i musicisti provenivano da esperienze con gruppi dalla chiara impronta rock, jazz e blues. Ma fu proprio per questo motivo che, sovvertendo tutti gli stilemi e le abitudini contratte nelle precedenti avventure musicali, fu possibile accedere a nuovi schemi espressivi ricchi di stimoli ed orizzonti più ampi.

Il tessuto ritmico armonico doveva dipanarsi intorno alle strutture create da Schiavolini, che erano costituite principalmente da arpeggi, ma che fornivano immediatamente l’esatta indicazione di come avrebbe dovuto svolgersi l’intero brano. Ognuno dei musicisti concorreva a riempire spazi, fornire nuovi spunti colorando con il proprio intervento ed il proprio strumento la tavolozza musicale che veniva concretizzandosi. Tutto nasceva in parte dall’improvvisazione, in parte da scelte precise, meditate e verificate più volte.

Uno dei primi brani affrontati fu quello che in seguito prese il titolo di “La Danza del Fato”. Grande suggestione ed atmosfera onirica.

In quei giorni i musicisti di Celeste ricevettero due visite tanto gradite quanto inattese.

La prima fu quella di Vittorio De Scalzi che, curioso di ascoltare a che punto fossero gli sviluppi delle composizioni, assistette alle prove un’intera serata per poi unirsi in una sorta di improvvisazione con i musicisti al gran completo suonando la chitarra acustica.

Il secondo visitatore fu Luciano Cavanna che, durante una delle sue ormai rare puntate nel Ponente ligure, affascinò i suoi vecchi compagni di viaggio musicali, Ciro e Leonardo, con un brano che si intitolava Giona ed era ispirato al ben noto episodio biblico. Ma grande fu anche l’impressione che vissero gli altri elementi che di Luciano ne avevano solo sentito parlare. Ormai le composizioni di Cavanna non potevano più prescindere dalla sua fede religiosa ma il fascino che riusciva ad emanare ed a trasmettere era sempre profondo e coinvolgente. La sua voce sempre calda ed espressiva dette i brividi ad ognuno. (continua)

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