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Ciro Perrino racconta Celeste (3/5)

Fu in quel periodo che un amico, che partecipava sovente alle prove del gruppo, suggerì quello che poi divenne il nome dato all’organico. Fu proprio lui che una sera disse che la musica che suonavano gli faceva venire in mente il colore celeste di un cielo limpido sgombro di nubi. Da questa impressione per arrivare all’adottare definitivamente il nome di Celeste il passo fu davvero breve. Tutti furono entusiasti e convinti che quello fosse il nome veramente adatto a definirli.

Però a questo punto si presentava il problema di chi potesse ricoprire il ruolo di voce solista. Nessuno del gruppo, a parte Perrino che, nel Sistema, cantava brani dei Deep Purple, dei Free etc. aveva né le doti né i talenti di cantante, per cui ci si mise alla ricerca di qualcuno che potesse interpretare le melodie composte da Schiavolini ed i testi scritti da Perrino.

E’ utile far notare che quando Mariano proponeva le sue composizioni al gruppo era solito intonare le parti dei cantati con un particolare falsetto, usando tra l’altro singolari fonemi che ricordavano la lingua inglese, mimando con la voce anche quelli che sarebbero in seguito diventati spunti per la percussione e per gli interventi di altri strumenti.

Parve chiaro a tutti che, data l’impostazione che ormai era andata costituendosi, si rendeva necessario l’utilizzo di una voce femminile sicuramente più adatta ed aderente al progetto.   La ricerca di questa voce in Italia risultò infruttuosa fino a quando non fu presa la decisione di “emigrare” nel Regno Unito dove si pensò, dopo molte audizioni e provini, di aver individuato la cantante adatta.

Nikki Berenice Burton, questo il nome della probabile futura interprete delle melodie e delle liriche di Celeste.

Ciro, Giorgio e Mariano tentarono in quel di Londra, tramite le conoscenze della stessa Nikki, di  avere un incontro con Chas Chandler, mitico bassista degli Animals, ma soprattutto talent scout e manager di Jimi Hendrix. L’intenzione era quella di verificare se vi potesse essere un interesse per questa nascente realtà musicale. Purtroppo questo incontro non avvenne mai. Per ora il progetto di Celeste sarebbe stato limitato alla sola Italia. Infatti rientrarono in Italia in compagnia di questa bravissima cantante, dalla voce suadente ed affascinante quasi da folk singer. Questa fu la scelta di Battaglia, Perrino e Schiavolini nella loro trasferta in Terra d’Albione.

Iniziarono subito le prove con questo nuovo inserimento nell’organico. Quindi Celeste era in quel momento un sestetto più una cantante. I testi furono subito adattati per essere cantati in lingua inglese.

Ed arrivò anche un’occasione insperata in quell’estate del 1974. Celeste fu invitato a prendere parte ad un Festival dell’Unità che si teneva ad Imperia: splendida opportunità per testare dal vivo la validità del gruppo al gran completo. Parve che la formazione avesse assunto il suo assetto definitivo. Ma purtroppo dopo aver ultimato i provini in studio con la voce femminile, l’artista inglese decise di rientrare in patria per seguire quella che era la sua carriera solista che, comunque, aveva già avviato in Gran Bretagna prima dell’incontro con i Celeste.

Le sedute erano avvenute nello Studio G. di Genova e restarono quindi le testimonianze registrate di questa esperienza su alcuni nastri che sono sopravvissuti all’usura del tempo. Da quel momento, purtroppo, punto e a capo.

Vale la pena di fare un breve accenno a quelle che furono le sedute di incisione presso lo Studio G di Genova che in quegli anni era ancora situato in Via Fieschi, all’interno della struttura di un vecchia chiesa sconsacrata.

Tutto l’organico di Celeste si era a più riprese spostato da Sanremo ed Imperia per portare a termine le registrazioni dei provini di quei brani che poi sarebbero diventati parte integrante di “Principe di un giorno”. In quei tempi non lontani, all’inizio degli anni settanta, le macchine presenti negli studi non erano certo digitali. Erano apparecchiature analogiche, naturalmente a bobine, monumentali, ingombranti e sembravano enormi elettrodomestici. Il tutto spesso per supportare solamente poche piste sulle quali incidere le opere di musicisti ed artisti.

Nel caso particolare dello Studio G i registratori erano dei tre piste della Philips. Per cui la pratica più comune consisteva nel registrare, rigorosamente in monofonia, una prima traccia chiamata base comprendente di solito chitarra, basso e percussione più eventualmente qualche altro strumento che non fosse particolarmente importante per l’economia del brano. In seguito venivano sovraincisi sulla seconda traccia quegli strumenti che iniziavano ad avere una certa rilevanza e che davano già l’idea di qualcosa di definitivo. Quindi piccoli contrappunti e controcanti. A questo punto si passava, come si soleva dire, a premissare sulla terza, che era restata vuota, le prime due tracce incise.

Ora si potevano cancellare le prime due tracce che erano presenti fuse insieme indissolubilmente sulla terza traccia e si potevano cancellare la prima e la seconda per guadagnare due nuove tracce sulle quali poter registrare nuove parti ed andare avanti così sino all’esaurimento delle possibilità di sovraincisione. Sull’ultima traccia disponibile veniva di solito registrata la voce e le parti cantate perché si potessero meglio controllare una volta passati alla fase del missaggio.

Questo per comprendere quanto vi fosse ancora di artigianale nel lavoro di ripresa del suono. Tanta passione e tanta, tanta pazienza. Poiché, e spesso accadeva, che non soddisfatti di una parte ormai registrata e premissata, presente sulle prime tracce incise e quindi non recuperabile poiché ormai cancellata, si doveva ritornare indietro e magari ripartire proprio dalla base. Per cui tutto il lavoro già svolto veniva vanificato ed era necessario ripartire da zero. Tanta passione e tanta, tanta pazienza. Si era lontani dalla filosofia delle piste separate, magari otto o meglio sedici o ventiquattro di pochi anni dopo o meglio ancora delle tracce infinite dei software digitali. (continua)

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