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Comus – First Utterance

COMUS

First Utterance (1971)

Dawn Records

I Comus sono una delle più oscure e misteriose band del panorama folk prog inglese degli anni ’70. Passati alla cronaca per aver dato alle stampe quel capolavoro di folk oscuro e allucinato che risponde al nome di First Utterance, i Comus hanno raggiunto lo status di cult band solo dopo il loro scioglimento.

Con una insolita formazione a sette i Comus realizzano un paio di album in pochissimi anni. La formazione originaria vede: Roger Wootton, voce e chitarra folk; Bobbie Watson, voce e percussioni; Andy Hellaby, basso elettrico, basso fretless e cori; Gordon Coxon, batteria; Glen Goring, chitarra 6 e 12 corde, chitarra elettrica, slide, tamburello  e cori; Colin Pearson, violino e viola; Rob Young, flauto, oboe e tamburello.

È proprio il leader della band, Roger Wootton, a partorire questo concept album basato, tanto per la musica quanto per i testi, sulla letteratura inglese e sulla sensibilità pagana o, comunque, precristiana. L’album, infatti, sembra sia ispirato tanto al poema pastorale “The Masque”, di John Milton – il cui protagonista è per l’appunto il Comus, un demone lussurioso e malvagio che sottrae una donna ai due fratelli per portarla nel suo palazzo del piacere, dove cerca di farle ingerire il contenuto di una coppa magica, simbolo della sensualità e dell’abbandono – quanto all’analoga figura della divinità pagana Comus, (o Komos, figlio di Bacco e Cerere), legata alla potenza disordinata del caos, ai festeggiamenti e alle baldorie alcoliche notturne, assai ricorrente nei rituali dionisiaci.

I testi, di natura drammatica, trattano di violenza, assassini, rapimenti, abusi, sangue, magia e disordine mentale. L’abilità dei Comus sta nel riuscire a realizzare, con una strumentazione quasi esclusivamente acustica, sonorità sinistre, inquietanti e imprevedibili, lontane dalle ariose soluzioni barocche dell’epoca. Caratteristiche del suono dei Comus sono il contrappuntarsi della voce animalesca e drammatica di Roger Wootton, a quella limpida e acutissima della cantante Bobbie Watson, nonché l’utilizzo di eleganti arpeggi di chitarra e l’inconsueta presenza di strumenti come l’oboe e la viola, fino ad allora sconosciuti alla scena rock.

Apre la sbilenca e inquietante melodia di Diana, e Wootton e la Watson fanno subito intendere quale sarà l’andazzo dell’album: voci contrastanti e cori da rituale pagano si rincorrono su un basso nervoso, percussioni primitive e un violino demoniaco. Lo scenario rappresentato è quello di una fanciulla, Diana, in fuga dagli intenti lussuriosi di Comus. Wootton con la sua bestiale voce incarna al meglio la natura malvagia del dio/demone, così pure la Watson che, tra passaggi più lirici e momenti più drammatici, si immedesima straordinariamente nell’impaurita fanciulla in fuga.

The Herald si differenzia subito dall’opener per il delicatissimo canto della Watson che, quasi a voler scongiurare le angosce iniziali, si intreccia con i raffinatissimi arpeggi di chitarre e con le melodie di flauto, oboe e violino, per esaltare l’unico lampo di luce di questa oscura e inquietante opera.

Con Drip Drip ritornano le atmosfere più luciferine. Una danza macabra in cui il canto di Wootton e della Watson si avvicina spaventosamente ai vocalizzi  demoniaci di Christian “Shrat” Thierfeld e Renate Knaup-Krotenschwanz degli Amon Düül II. Un progressive folk guidato dal violino di Pearson (che la Watson rincorre con impressionante naturalezza), dal metallico suono della slide e dagli innumerevoli tamburelli. Inumana la voce di Wootton che, senza menzionare il Comus, ripercorre la seduzione brutale e forzata di una donna che – più instabile e malefica del suo stupratore/assassino – una volta uccisa viene trascinata nella sua tomba e sepolta. Il testo non risparmia nemmeno i dettagli più raccapriccianti e descrive, minuziosamente, la violenza e il luogo del delitto: il bosco. Un bosco che fa paura quello dei Comus, luogo selvaggio denso di tenebre e di orrore.

Song to Comus è una ballata per chitarra e flauto che porta avanti il tema dell’album su alterne soluzioni, ora calme, ora tormentate. Il paragone più scontato sono i Tull di “Stand Up”, per intenderci quelli più folk e con un flauto predominante. Il brano è dedicato al dio/demone Comus, abitante in una grotta, e ne descrive le malefatte legate soprattutto alla passione per le vergini.

Con The Bite si ritorna a sonorità più oscure: un frenetico flauto e un tragico violino descrivono una fuga marcatamente prog. La diversità delle voci, ancora una volta, acuisce quel senso di drammaticità che avvolge tutto l’album. Qui il testo racconta, in netto contrasto con l’ambientazione tutta pagana del concept, il martirio di un cristiano davanti a un’esultante folla di spettatori.

Bitten è un breve strumentale composto da suoni sinistri tirati fuori da strumenti torturati.

Il brano che chiude l’album, The Prisoner, ha il pregio di illustrare al meglio l’immaginario dei Comus: l’uomo è dominato da principi più grandi di lui, a cui si abbandona come in un incubo di desiderio e solitudine. Il tema del brano è la cura forzata della follia come gabbia sociale – argomento sempre di grande attualità – e tratta l’esperienza di un malato di mente rinchiuso in un manicomio e sottoposto alle torture dei suoi medici. Il brano è un dialogo che uno schizoide paranoico, impersonato da Wootton, intreccia con le sue voci interiori, ottimamente interpretate dalla Watson. Il continuo crescendo di tensione drammatica suona come un’aperta accusa contro i medici che hanno deciso il suo isolamento.

Il tema dell’alienazione, della follia, caratterizza pesantemente molta della produzione progressiva e psichedelica tra fine anni sessanta e inizi anni settanta. The Prisoner si distingue però, da tutte le altre varianti sul tema, per maggiore originalità musicale e lirica.

Come “In The Court Of The Crimson King” anche la cover di First Utterance, con quella oscura figura deforme e straziante, creata da Wootton e Goring, è diventata una delle icone più note del prog anni ’70.

Il folk sbilenco dei Comus, con le sue atmosfere sinistre e i suoi testi inquietanti, non è riuscito a convincere critica e pubblico nel lontano 1971, ma con gli anni è stato molto rivalutato tanto da diventare una delle gemme della musica folk progressiva inglese degli anni ’70.

Proprio grazie alla riscoperta e alla rivalutazione di First Utterance, i Comus hanno deciso, nel 2007, di riunirsi e ritornare in attività.

“Cominciam nostri riti notturni,

Né d’errar ci ritenga timore.

Fallo è sol quel che i raggi diurni

Fan palese all’umano rigore,

Ma la fida ombra folta silente

Celerà nostri fatti alla gente”.

[“The Masque”, John Milton]

Per maggiori info: www.comusmusic.co.uk

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