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Con fuoco – La genesi del nuovo album dei Magnolia

Con fuoco – La genesi del nuovo album dei MagnoliaLa pubblicazione dell’album precedente, la Zona d’ombra, era coincisa con la fine di un difficile periodo di vita personale per me e la cantante; anzi, a dire il vero, era stato proprio il gruppo a tenerci a galla, e potremmo definire quel periodo una specie di rinascita, come band e come singoli, nella musica e nella vita. C’era molto entusiasmo intorno al nostro ritorno sulle scene e col passare dei mesi scoprimmo che il nostro album, nonostante la tematica ostica della pena di morte, era stato compreso ed apprezzato soprattutto all’estero, dove chi non conosceva la nostra lingua si era dovuto impegnare a tradurre i testi… Abbiamo trovato testi della Zona tradotti in tutte le lingue e ci siamo trovati in web radio greche e dell’Uzbekistan, oltre a quelle americane o giapponesi… Fu molto eccitante e ci rendemmo conto che la lingua non era più un ostacolo, nonostante fossimo un gruppo sconosciuto che cantava in italiano. Quello che non abbiamo mai raccontato sulla Zona d’ombra è che avevamo scritto testi con due ottiche diverse: Chiara, la cantante, era entrata nel personaggio del condannato a morte, David Hicks, descrivendone le sensazioni e descrivendo anche le aberrazioni del sistema carcerario americano, io invece avevo usato la metafora del condannato a morte per esprimere quella sensazione che può capitare ad ognuno di noi, cioè quella di trovarsi o di sentirsi, ad un certo punto della propria vita, senza speranza  e spalle al muro. L’album fu letto forse più nella direzione “sociale” di condanna verso la pena di morte, e la scelta di aiutare gli ascoltatori con le immagini nel booklet e con l’uso massiccio di suoni esterni fu azzeccata, e portò le persone ad ascoltare l’album proiettandosi nella testa una specie di film.

Insomma, la band era rinata da qualche anno e anche le nostre vite sembravano aver intrapreso la strada giusta, così iniziammo a pensare che sarebbe stato bello parlare di come le battaglie, piccole o grandi, personali o pubbliche, siano più facili da vincere se le combatti insieme, soprattutto in un periodo di egocentrismo esasperato come questo, col “noi” a vincere sull’“io”.  Avevo in testa questa immagine dei  due ragazzi (che poi sarà la copertina, disegnata benissimo da un nostro amico, Gianluca Serratore) che uniti affrontavano le battaglie più difficili, a spasso nella storia, e ne parlammo tutti insieme; a quel punto Chiara iniziò ad elaborare i testi… e così quei due ragazzi erano in piazza a New York con Occupy Wall Street, erano a Genova durante il G8 nella “macelleria” della Diaz, avevano tenuto le bocche chiuse quando la polizia argentina e cilena li torturava e non si erano traditi l’uno con l’altro, avevano sofferto in silenzio le dittature e le avevano spazzate via, insieme al loro popolo. Se il processo di scrittura dei testi è sempre stato piuttosto simile, con Chiara a scrivere il testo ed io ad abbozzare le idee, il processo musicale della creazione dell’album fu molto diverso dal precedente: le canzoni della Zona d’ombra erano in gran parte demo registrate in solitudine e poi elaborate da tutto il gruppo, le canzoni di questo album sono quasi sempre nate da session collettive o improvvisazioni a quattro mani di Donatella e me e la collaborazione attiva di tutti gli elementi anche in fase di scrittura ha portato ad un album molto diverso dal precedente. Il processo di registrazione, che volevamo più snello del precedente, è stato invece molto più lungo del previsto (anche a causa di arrivi fortunati che hanno arricchito la famiglia Magnolia) così come quello del missaggio, avendo scelto di farlo a distanza con un nostro amico che lavora come fonico in un prestigioso studio di Amsterdam.

“Con Fuoco” è il brano strumentale di apertura dell’album, un pezzo che ha un suono molto potente e che evoca l’amore di tre membri del gruppo (Claudio, Donatella ed io) per i Queensryche; l’assolo su un ritmo dispari diventa sempre più incalzante e nasce nel rumore delle notizie sui movimenti no global… argomento che affrontiamo con “Rivolta”, che parla appunto delle rivoluzioni 2.0, di quei movimenti come Occupy Wall Street e la Primavera araba, per arrivare ai movimenti che contestano la ricchezza in mano all’1% della popolazione, ed è una canzone contro gli speculatori immorali che hanno causato improvvisa povertà a lavoratori e risparmiatori; la musica in realtà nasce da una improvvisazione quasi ambient della pianista, poi il riff del chitarrista ha decisamente trasformato il pezzo: volevamo fare un inno, ma non è nelle nostre corde, quindi abbiamo fatto una canzone di protesta molto ritmata, un brano musicalmente inconsueto per noi… sarà per questo che abbiamo deciso di farne un singolo. “La Città della notte” è ispirata ai fatti della Diaz a Genova nel 2001, un brano cupo e doloroso, arrabbiato, brano che abbiamo cambiato tante volte, rimaneggiato, riempito di strumenti (oltre il lecito) e che ci ha dato tanto filo da torcere nel missaggio. Si parte da una semplice chitarra acustica ad accompagnare la voce, pulita e scarna, poi il brano cresce lentamente e diventa più drammatico… La canzone si interrompe all’improvviso e arriva da lontano un ritmo di marcia, da battaglia, ipnotico, dove si possono ascoltare le voci vere dei ragazzi assediati e malmenati nella Diaz, voci inghiottite dagli strumenti in un finale pieno, scandito dalla solennità degli ottoni a creare quest’atmosfera drammatica e marziale. Con “Gea” abbiamo dato voce alla Grecia, vista qui come madre della cultura, della filosofia e dell’arte; in quella terra ci sono le nostre radici e una bellezza che abbiamo dimenticato di proteggere, esattamente come succede qui da noi in Italia… ma la Grecia è anche un paese cannibalizzato da scelte economiche devastanti. Musicalmente “Gea” è un pezzo breve e potente, molto carico, con un bridge centrale acustico dove si sente una voce narrante l’Iliade prima di arrivare al finale ritmato. Si arriva così a “Syrma”,  il brano centrale dell’album, una delle nostre canzoni preferite, con alternanza  di parti e repentini cambi di atmosfera: uno dei brani più progressive dell’album… La prima parte è una morbida armonia di archi, che viene interrotta da stacchi di chitarre furiose quando i due ragazzi della copertina vengono separati da oscuri militari; la seconda parte è una sezione dove pianoforte e batteria si rincorrono, intervallati dalla voce che urla al cielo il titolo della canzone; la parte centrale è un morbido intreccio di chitarra e voce, seguita da una quarta sezione molto aggressiva che sfocia in una quinta parte molto veloce e aperta, la liberazione, prima di arrivare al finale che riprende il motivo principale ma stavolta più lento. “Syrma” è il nome di una stella, ma anche il nome in codice che due innamorati rivoluzionari si danno l’un l’altra: il sistema per non tradirsi nonostante le torture. Non ci siamo ispirati ad un fatto in particolare, ma la storia è piena di soprannomi e personaggi immaginari usati per non essere intercettati.

Siamo arrivati a metà album, se avessimo avuto il vinile avremmo girato lato.

“Stasi” è ispirata alla dittatura della Germania dell’Est e alle dittature in generale. L’ossessione dei regimi era quella di controllare il tuo pensiero e la tua vita, per non lasciare mai spazio al dubbio… è anche un omaggio al bellissimo film “Le vite degli altri”. Il riff iniziale si alterna ad una strofa pianoforte e voce che duettano malinconicamente prima dell’entrata potente di tutti gli strumenti nella parte centrale, a simboleggiare l’entrata dei servizi segreti nella propria vita e la perdita della libertà. “Terre di Mezzo” è un brano che ha una prima stesura negli anni ’90, con l’uccisione di Rabin da parte di alcuni estremisti radicali; la stretta di mano tra Rabin e Arafat, cioè tra i massimi esponenti all’epoca di Israele e Palestina aveva fatto sognare pacifisti di tutto il mondo (come noi) e sperare in un futuro migliore per le popolazioni di quell’area, ma non è andata così. La canzone è dedicata a quegli israeliani e a quei palestinesi che sognano la pace e l’integrazione tra i figli. “Terre di Mezzo” si divide in varie sezioni: la parte iniziale, lenta e malinconica, ha comunque in sé la speranza di un incontro tra le due popolazioni… speranza che viene scacciata con l’inizio quasi metal della seconda parte che descrive rabbia tra i due popoli dopo ogni attentato; il brano si interrompe, inizia una parte quasi ambient di voce, piano e archi che anticipa un finale semi-orchestrale impreziosito dall’assolo finale. “Terre di Mezzo” è sicuramente il brano dove ogni strumento raggiunge il massimo e tecnicamente quello più complesso. L’album si chiude con “Luna del viandante”, una suite in tre parti che si discosta tanto dal resto…  Avevamo tutti voglia di registrare questo brano che in qualche modo ha accompagnato il gruppo fin dagli esordi. Una canzone d’amore? Forse. Più in generale una canzone sui rapporti tra le persone che si amano, si cercano, e quando credono di essersi trovati scoprono che il viaggio è appena iniziato… e che non lo proseguiranno insieme. Per essere un testo scritto dalla cantante quando aveva circa 20 anni, è un testo di grande maturità (quando rileggo i testi che scrivevo io a 20 anni mi vergogno come un ladro e spero nessuno possa leggerli, tanto per dire). Anche la musica fu in gran parte scritta all’epoca, anche se gli arrangiamenti sono molto diversi (questa canzone ne avrà almeno 5 di arrangiamenti), e a differenza degli altri pezzi di quest’album, lo scrissi in completa solitudine. Non so quanti saranno d’accordo con me, ma credo che questo sia il pezzo più floydiano che abbiamo mai scritto: le tastiere dominano tutta la prima parte (Stanze), lenta e maestosa, mentre nel finale un loop acido di chitarra porta tutti gli strumenti a esplodere nel finale, per lasciare spazio ad un carillion. Piano e voce caratterizzano questa seconda parte (Distanze), una vera e propria ballad, stavolta senza fremiti, morbida dall’inizio alla fine. La terza parte (Assenze), che chiude l’album, si apre con un dialogo tra chitarra classica e archi, con il miglior intreccio di voci dell’album e con l’assolo finale che sembra perdersi fra le onde che chiudono il disco, quasi ad avvolgerlo per portarlo via. Nonostante fosse il brano più vecchio e quindi in teoria il più facile da registrare, la registrazione e il mixing sono stati una vera via crucis dalla quale credevamo di non uscire vivi né io né il nostro tecnico Fabrizio Improta, con continui ripensamenti e rimaneggiamenti fino ad un minuto prima dell’editing. Ci eravamo ripromessi di non esagerare con le sovrincisioni, ma penso che “Luna del viandante” quanto a tracce non abbia niente da invidiare a Tubular Bells (quanto a tracce eh! Niente paragoni impropri mi raccomando).

Ecco, questa è più o meno la genesi di “Con Fuoco” e i vari passaggi dalla costruzione delle canzoni alla realizzazione dell’album… Alla fine speriamo che quanto scritto possa suscitare curiosità e magari scoprire se le nostre idee collimino con chi ascolta, anche se l’approccio musicale e le corde dei sentimenti saranno toccate a prescindere… Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Le donne della band avrebbero chiuso l’articolo in modo più raffinato ma tant’è, vi dovete accontentare.

Buon ascolto

Alessandro Di Cori – Magnolia, gennaio 2018

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