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Daal – Dodecahedron

DAAL

Dodecahedron (2012)

Agla Records

I Daal sono un progetto nato dalla collaborazione tra Alfio Costa (già con Tilion, Prowlers, Colossus Project, Fufluns) e Davide Guidoni (già con Gallant Farm, The Far Side, Taproban, Nuova Era, Aries, Doracor, Pensiero Nomade, Ozone Player). Il sodalizio artistico prende il via nel 2008, e, a distanza di soli quattro anni, Costa e Guidoni arrivano a pubblicare il loro quarto album in studio, Dodecahedron.

Già dall’artwork e dal titolo dell’album si avverte una diffusa aura esoterica che avvolge l’intera opera, tra toni scuri e simboli arcani. Ad una prima e più superficiale lettura si potrebbe far derivare il titolo dell’album alla suddivisione dello stesso in dodici parti, dodici brani, dodici racconti gotici selezionati tra il materiale proposto a Costa e Guidoni da amici e fan. Se però ci si spinge nella decifrazione dei simboli e delle figure che caratterizzano questa quarta opera dei Daal, si riesce ad apprezzare ancor più la vera essenza dell’album. Partiamo dal termine dodecaedro, nome di uno dei cinque “solidi platonici” (gli altri sono il tetraedro, il cubo, l’ottaedro e l’icosaedro) formato da dodici facce pentagonali, trenta spigoli e venti vertici. Secondo la “teoria degli umori” legata alla “medicina umorale” di Ippocrate, ad ogni solido corrisponde un elemento, una categoria di essere umano, un umore circolante all’interno del corpo umano. Così mentre al tetraedro corrisponde il fuoco, il bilioso e la bile gialla; al cubo corrisponde la terra, il melanconico e la bile nera; all’ottaedro corrisponde l’aria, il sanguigno, il sangue; all’icosaedro corrisponde l’acqua, il flemmatico, il flegma (o muco); al dodecaedro viene associata una sorta di imprecisato etere (o quintessenza), nonché la sfera dell’Universo che contiene gli altri quattro elementi. Nell’opera “De divina proportione”, del matematico italiano Luca Pacioli, il dodecaedro viene posto in stretta relazione con la sfera celeste e con la Divinità. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’incisione dell’artista tedesco Albrecht Dürer, “Melancholia I”, in cui un dodecaedro in pietra (molto più verosimilmente un cubo con due vertici troncati) fa da contorno alla raffigurazione allegorica della Malinconia. Il cubo in questo caso, ricollegandosi alla teoria di Ippocrate, conferisce al dodecaedro anche una natura “nera” e malinconica. Premesso ciò, cosa aspettarsi in chiave musicale se non delle composizioni cupe, malinconiche, orrorifiche, che mescolano sapientemente progressive, elettronica, ambient e avanguardia delineando così l’oscuro universo Daal.

Oltre ad Alfio Costa (hammond, rhodes, mellotron, minimoog, piano, harmonium, farfisa, synths, samplers) e Davide Guidoni (batteria, percussioni, samplers), prendono parte alla realizzazione dell’opera una nutrita schiera di ospiti prestigiosi: Ettore Salati (Soul Engine, The Watch / chitarre), Bobo Aiolfi (Tilion, Prowlers / basso, contrabbasso), Ale Papotto (Banco del Mutuo Soccorso / sax, oboe , clarinetto), Vincenzo Zitello (arpa, viola, flauto), Sylvia Trabucco (Höstsonaten / violino), Chiara Alberti (Höstsonaten / violoncello) e Luca Scherani (Höstsonaten / bouzouki).

Part I apre il disco tra oscuri sospiri à la Goblin e il sax di Papotto, che, in breve tempo, vengono letteralmente travolti dall’atmosferico mellotron di Costa, dal continuo basso di Aiolfi e dalle percussioni di Guidoni. Negli episodi più dark sinfonici si avvertono numerose affinità con le band scandinave dedite alla “vintage italian progressive horror music” (Anima Morte, Morte Macabre e Nicklas Barker). Ciclicamente si presentano degli intervalli in cui la tensione cala (solo apparentemente) per lasciar spazio al piano, alle percussioni e agli arpeggi di chitarra di Salati.

Part II è introdotta dall’arpa di Zitello che, con una delicatezza unica, riesce a farsi apprezzare nonostante tutto intorno risuonino rumori oscuri e inquietanti. L’ingresso della triste chitarra di Salati acuisce le atmosfere malinconiche di Costa e Guidoni, facendo registrare dei picchi di grande emotività nel finale.

Synths crimsoniani squarciano con veemenza i primi istanti di Part III, brano che, con l’ingresso del violoncello della Alberti prima, e le intrusioni chitarristiche di Salati dopo, non sfigurerebbe affatto in “Island” dei King Crimson. Costa si divide ordinatamente tra piano e minimoog, creando allo stesso tempo dolci melodie e suoni penetranti e stridenti, mentre Guidoni mette in atto ritmiche marziali e serrate che sottolineano le sfumature più oscure del brano.

Part IV è un episodio dannatamente oscuro, gotico, inquietante ma allo stesso tempo lirico. Per la realizzazione del brano, non a caso, Costa e Guidoni mettono su un ensemble quasi esclusivamente acustico. Se si esclude il piano elettrico di Costa, infatti, ci si affida solo alla batteria di Guidoni, al morbido contrabbasso di Aiolfi, al violino della Trabucco e al violoncello della Alberti. In linea di massima Part IV è un’oscura ballata gotica che non disdegna momenti di grande tensione emotiva, giocata quasi interamente su una ritmica di chiara matrice jazz. Davvero interessante il videoclip del brano, che mette in scena inquietanti animazioni dal vago sapore retrò.

Su territori più avanguardistici si muove invece Part V. Suoni sintetici si fondono ai fiati di Papotto, mentre Guidoni avanza gradualmente tra ritmi lenti e incursioni percussive e Costa rende il tutto più oscuro e inquietante con l’immancabile mellotron.

Part VI si spinge ben oltre le soluzioni avanguardistiche di Part V. Rumori di fondo e suoni sinistri introducono il flauto di Zitello in oscuri labirinti sonori che sembrano provenire da un’altra dimensione. Tra elucubrazioni orbiane e sconfinamenti ambient, Costa sfodera tutto il suo armamentario analogico e digitale, mentre Guidoni dà sfogo alle sue pulsioni ritmico/rumoriste. Solo l’ingresso della chitarra di Salati, artefice di un epico assolo, ci salva dalla trance cosmica architettata del duo titolare. Nulla possono, però, l’arpa e il flauto di Zitello in Part VII, contro l’anima più ambient dei Daal.

Con Part VIII si ritorna a sonorità più oscure e inquietanti, realizzate tanto dai sytnhs di Costa, quanto dall’ottimo lavoro al basso di Aiolfi e al bouzouki di Scherani. Il curioso mix di elettronica e strumentazione acustica (in questo caso il bouzouki) riporta sempre alla mente l’illustre precedente dei Goblin. Qui l’atmosfera è sicuramente più siderea e meno terrificante, ma il nervoso bouzouki contribuisce ugualmente a creare un clima opprimente e angosciante. Ancora un’ottima prova dell’eclettico Guidoni alla batteria.

In Part IX si calca ancor più la mano. L’apporto chitarristico di Salati, il mellotron di Costa, la sezione ritmica complessa e varia di Guidoni e Aiolfi e, non ultimo, il violino della Trabucco fanno di questo nono brano l’episodio più attinente alle soluzioni crimsoniane dei primi Anekdoten.

Part X, invece, propone atmosfere morbide, arrotondate dal basso e arricchite dal sax, che ben si prestano ad accogliere i delicati passaggi al piano di Costa e il leggerissimo drumming di Guidoni. Nemmeno il tempo di rilassarsi sulle note di Part X che ecco arrivare Part XI, brano strutturato sulle linee di violoncello della Alberti, sulle percussioni dal sapore etnico di Guidoni e sulle immancabili incursioni elettroniche di Costa.

Chiude l’album Part XII, brano che vede la partecipazione corale di tutti gli ospiti presenti nel brano. Quello che ne viene fuori (ovviamente) ha dell’incredibile. I malinconici accordi di Costa al piano danno il via ad un dark prog sinfonico enfatizzato dagli archi della Trabucco e della Alberti, dalla chitarra di Salati, e ulteriormente arricchito dal flauto di Zitello e dal bouzouki di Scherani. Davvero interessante!

Dodecahedron nel complesso resta un concept album strumentale suddiviso in dodici capitoli, dove oltre al sound tipico del gruppo si possono apprezzare alcune novità stilistiche (come l’uso maggiore di chitarre ed archi) che lo rendono a tratti più immediato e godibile dei precedenti lavori.

Per maggiori info: www.daal.it

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