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Deadburger

Deadburger - band

Fin dalla loro nascita, i Deadburger hanno sempre considerato sé stessi come un work in progress permanente: 1) line-up cangiante, capace di espandersi o contrarsi, secondo necessità e possibilità, spaziando da duo a ottetto; 2) bioritmi da disturbo bipolare, dove periodi di intensa attività discografica e concertistica si alternano a periodi di silenzio totale (con la band concentrata nella “clausura” dello studio di registrazione, o con i singoli membri impegnati in progetti individuali e collaborazioni con altri musicisti); 3) una musica che, pur restando coerente con le proprie premesse, cerca di non ripetersi mai. Quello dei Deadburger è un progetto che si reinventa continuamente, ad ogni uscita. Il giorno in cui cesserà di farlo, i Deadburger si scioglieranno.

Fase I: I Deadburger nascono come duo, Alessandro Casini (chitarra, computer grafica) e Vittorio Nistri (elettronica), con l’idea di unire la fisicità e l’immediatezza comunicativa del rock con la sperimentazione. Inizialmente, la componente sperimentale è focalizzata principalmente sull’elettronica; col tempo, però, lo spettro di ricerca diventerà, passo dopo passo, più ampio. Al momento di iniziare l’attività live, il gruppo si trasforma in un sestetto, con Vittorio Canovai (voce), Edoardo Mencherini (basso), Silvio Brambilla (batteria) e Stefano Porciani (scratch).

Le prime apparizioni in pubblico hanno luogo nel 1996, quando i Deaburger partecipano e vincono un paio di concorsi (“Indipendenti” e “Arezzo Wave”). L’album “Arezzo Wave 1996”, pubblicato dalla Bmg Ariola, vede l’esordio discografico della band con il brano “Italiano Cyborg”, canzone sulla nascente “corresponsione di amorosi sensi” tra gli italiani e Berlusconi – a quel tempo non ancora Unto Dal Signore, ma già icona esemplare della mutazione sociale e antropologica in corso.

Dopo un anno di concerti in tutta Italia, il “Panino di Morto” pubblica, per l’etichetta milanese Fridge, il suo primo album. Intitolato semplicemente “Deadburger” (Fridge Records 1997), mixato da Paolo Favati (Pankow), contiene 10 brani più un remix a cura di Eraldo Bernocchi. Ma è anche un enhanced cd: oltre alla musica, contiene moltissimo materiale interattivo per PC o Mac, quali filmati live, clips appositamente realizzati dai videoartisti Paolo Bragaglia e Federico Bucalossi, e ipertesti correlati agli argomenti delle canzoni. Probabilmente è il primo cd-rom autoprodotto da un gruppo indie in Italia. Un brano dell’album viene incluso, l’anno successivo, nella raccolta “In-fraction” della nipponica Casio, con tiratura 20 mila copie.

Nel 1999, dopo un cambio di bassista (entra Leandro Braccini, ex Diaframma), i Deadburger pubblicano il loro secondo lavoro, l’EP “Cinque Pezzi Facili”. Uscito per l’accoppiata Sony / Fridge, è la prima ed ultima esperienza del gruppo in ambito major. Mixato nuovamente da Paolo Favati, contiene una cover electroclash di “Io sto bene” dei CCCP (con due anni di anticipo rispetto alla electro-cover dello stesso brano registrata dagli Üstmamò per la colonna sonora del film “Paz”), e altri 4 brani, prevalentemente strumentali, focalizzati sul lato più elettronico del gruppo. Tipicamente, il rapporto con la major si rivela presto un non-rapporto. Promozione zero, nessun resoconto sulle vendite, ecc.

Peraltro i Deadburger, presagendo la cosa, avevano ceduto a Sony i diritti solo di “Cinque Pezzi Facili”, conservando piena libertà per le uscite successive. Possono così riprendere subito a pubblicare nuovo materiale in campo indipendente.

A fine 1999 la band pubblica l’inedito “Io non so” (su testo del poeta apolide Giuliano Mesa) nel cd “Rocksound Speciale Italia Vol 1”. Il brano registra un importante cambio di line up: uscito Vittorio Canovai, al gruppo si è unito Simone Tilli, da allora voce (e molto di più) dei Deadburger.

Nel 2000 la band partecipa all’atto finale del progetto Luther Blissett, ovvero l’album “Luther Blisset The Open Pop Star”. Il brano di Deadburger, “Antigrammatica”, vede la partecipazione speciale dell’art-serial killer Piero Cannata, la cui voce è stata registrata nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo.

Con questi brani si conclude la prima fase di produzione discografica del “Panino Di Morto”, dove sono presenti  determinati elementi che avevano appassionato la band al momento della sua formazione (la cultura cyberpunk, l’industrial rock alla Nine Inch Nails, l’indie-dancefloor alla Primal Scream), ma che presto il gruppo aveva cominciato a sentire come restrittivi.

I Deadburger non rinnegano il proprio passato, ma vogliono provare ad andare avanti. Non si tratta di volersi inserire in una corrente musicale piuttosto che in un’altra, ma di cercare la corrispondenza più onesta possibile tra ciò che si è e ciò che suona. L’obiettivo è una musica che possa riflettere il tempo e il contesto sociale in cui matura, le esperienze personali dei membri del gruppo, l’ambiente in cui gli stessi vivono.

In questa ottica, nel 2001, il “Panino di Morto” decide di prendersi una pausa “di crescita”. L’attività live viene temporaneamente sospesa, e comincia un periodo di ricerca e sperimentazione nello studio di registrazione del gruppo. Nel frattempo, i singoli membri della band portano avanti alcuni loro progetti individuali (che abbracciano interessi diversi: psichedelia, musiche per teatro, noise) e l’attività concertistica all’interno di altri ensemble; riversando poi tutte queste esperienze nel nuovo corso dei Deadburger.

Fase II: Il nuovo corso del “Panino di Morto” comincia nel 2003, quando il gruppo pubblica, per l’etichetta anglo-olandese Wot 4, il suo 3° album, “S.t.0.r.1.e”. Contiene 13 brani, ciascuno dei quali concepito come un racconto. Non a caso, al disco è allegato un booklet a colori di 28 pagine che integra, e a volte continua, le storie delle canzoni. Ogni storia prende spunto da un articolo di cronaca, ma allo stesso tempo si interseca con episodi o situazioni attinti dalle esperienze individuali (lavorative, affettive, politiche, ecc) dei singoli membri del gruppo. Con questo lavoro la musica della band si apre a nuovi colori: schegge di jazz urbano, psichedelia contemporanea, canzone d’autore.

Di pari passo, la band si apre a molteplici collaborazioni. Tra gli ospiti: Quintorigo, Paolo Benvegnù, Roy Paci (nella sua veste più spigolosa e anti-pop), Odette di Maio (ex Soon, attualmente nei “Miss O”).

Dopo l’uscita di “S.t.0.r.1.e”, la formazione del gruppo si stabilizza per qualche tempo in un quintetto, con tre membri “storici” (Alessandro Casini, Vittorio Nistri, Simone Tilli) e due new entries: Lorenzo Moretto (degli Oshinoko Bunker Orchestra, ex DeGlaen) alla batteria, e Carlo Sciannameo al basso. Con questa line up il gruppo riprende l’attività sia concertistica che di registrazioni e sperimentazioni in studio.

Proseguono anche le collaborazioni e i progetti individuali dei singoli musicisti. Vittorio Nistri, tra le altre cose, collabora con i liguri St Ride e Jacopo Andreini per una performance organizzata dal Teatro del Ponente di Genova in occasione del venticinquesimo dalla scomparsa di Demetrio Stratos. Vittorio pubblica inoltre, per la net-label inglese Woven Wheat Whispers, l’omonimo album degli In Yonder Garden (2006), progetto in trio con Antonello Cresti (Nihil Project) e l’inglese Simon Lewis (the Phoenix Cube), che vede la collaborazione di Dathys B (attualmente con i Walking The Cow), Michele Staino (attualmente con Une Passante), e la violinista Jamie Marie Lazzara. La musica proposta da In Yonder Garden si basa sull’incontro tra psichedelia acustica ed elettronica, e sulla compenetrazione tra trance e melodia, anticipando alcune direzioni di ricerca che verranno in futuro riprese, sotto una diversa angolazione, dai Deadburger (album “la Fisica Delle Nuvole”).

Nel 2007 esce il 4° album dei Deadburger, “C’è Ancora Vita Su Marte”. Pubblicato da Goodfellas Records, contiene 22 brani, di cui 15 cantati e 7 strumentali, mixati da Fabio Magistrali, e registrati con numerosi collaboratori, tra cui Enrico Gabrielli, Vincenzo Vasi, Jacopo Andreini, Paolo Benvegnù. Il brano “Istruzioni per l’uso della Signorina Richmond” è la trasposizione in musica, con il consenso dell’autore, dell’omonima poesia dello scrittore neoavanguardista e artista visuale Nanni Balestrini.

L’album prosegue la svolta intrapresa con “S.t.0.r.1.e”, ma spingendosi oltre. Pur rimanendo 100% Deadburger, “C’è Ancora Vita Su Marte” esplora concezioni compositive e di arrangiamento diverse da tutto quanto la band ha fatto in passato. Permane l’interscambio tra rock ed elettronica (da sempre una costante del suono della band), ma l’elettronica è usata in modo profondamente diverso rispetto ai lavori precedenti del gruppo. Scompaiono infatti sequencer, drum machines e “programmazioni” in genere, in favore di una elettronica “fatta a mano”, “organica”, non più contrapposta ai suoni “naturali” degli strumenti acustici ed elettrici, ma fusa e compenetrata ad essi. Spesso non ci sono neppure sintetizzatori o tastiere, e la componente elettronica si esplica nel filtraggio degli strumenti acustici ed elettrici, che vengono “infettati” e rielaborati fino a diventare altro.

Ugualmente importante diviene l’interscambio tra improvvisazione e scrittura, che da qui in poi diventerà uno dei punti cardine della ricerca del gruppo. Il procedimento compositivo è il seguente: tutti i brani nascono da cellule sonore ridotte all’essenziale (un semplice loop, un’immagine visiva o un’idea di atmosfera, a volte una micro-frase arrecante un imprinting tonale). Su queste cellule-loop, i musicisti improvvisano liberamente e anarchicamente. Anche per ore, come in stato di incoscienza. I files delle improvvisazioni vengono in seguito riascoltati e selezionati, cercando di estrapolarne gli elementi che meglio sviluppano le coordinate emotive e le atmosfere dell’idea iniziale. Gli elementi così individuati vengono poi strutturati, con un certosino processo di assemblaggio, filtraggi, scrittura di arrangiamenti “a posteriori”, sovraincisioni (anche col coinvolgimento di musicisti ospiti, ove il nascente arrangiamento richieda ulteriori colori). Questo lavoro può protrarsi a lungo nel tempo, e termina solo al momento della completa definizione di ogni singola composizione.

Non tutti i procedimenti usati nelle registrazioni possono essere replicati dal vivo. Il gruppo non vede questo come un problema, ma come uno stimolo. In concerto, arrangiamenti e suoni vengono reinterpretati, adeguandosi agli ambienti dei live set e alla strumentazione disponibile, con ampio spazio alle improvvisazioni e agli esperimenti. Nel bene o nel male, nessun concerto dei Deadburger è uguale a un altro.

Alla prima presentazione live di “C’è Ancora Vita Su Marte” la band si presenta insieme a Virgilio Villoresi, che “mixa” in diretta il concerto con proiezioni dei suoi disegni animati. Villoresi è uno dei più originali artisti visuali italiani. Nei suoi cortometraggi piega alla sua poetica animazione in stop motion, marionette, figurine, e materiali insoliti (incluse le proprie stesse mani, dipinte e trasformate in personaggi).

Nel 2008, dopo un ultimo concerto alla Flog di Firenze insieme ai catanesi Uzeda, il batterista Lorenzo Moretto, sempre più impegnato con i Diaframma, lascia i Deadburger. Nei tre anni successivi, vari collaboratori si alterneranno alle bacchette della band: Pino Gulli (ex C.S.I.), Ivan Broccardo (Metalmilitia), Emanuele Fiordellisi (Une Passante).

Dalla Fase II alla Fase III: Nel periodo tra la fine del 2008 e il 2010, i Deadburger portano avanti il progetto “Post Atomic Cafè”, uno spettacolo che è contemporaneamente un recital teatrale e un concerto di psichedelia acustica con larghi spazi di improvvisazione. Per l’occasione la band si presenta in una versione espansa a ottetto. A Simone Tilli, Vittorio Nistri, Alessandro Casini e Carlo Sciannameo si aggiungono: Giulia Nuti (membro degli Underfloor e collaboratrice di Claire Hammill, Graziano Romani e innumerevoli altri) alla viola, Irene Orrigo al flauto e voce, Pino Gulli (CSI) alla batteria, e Massimo Giannini alle percussioni.

Sul palco, l’ottetto interagisce con la compagnia teatrale di Silvia Bagnoli e la videomaker e scenografa Daniela Bertini, sviluppando il lato “narrativo” delle proprie canzoni. Il repertorio alterna canzoni tratte dai precedenti dischi della band, rivisitate fino ad una totale reinvenzione, e nuovi brani scritti appositamente per lo spettacolo. La necessità di abbassare i volumi, imposta dal contesto teatrale, porta i Deadburger a sperimentare una strumentazione prevalentemente acustica, con cui la band non si era mai cimentata prima. La scommessa è quella di cercare di rimanere coerenti con sé stessi, evitando i luoghi comuni del “gruppo rock che rilegge le proprie canzoni in chiave unplugged”. Con sorpresa degli stessi musicisti, che inizialmente non erano affatto sicuri della fattibilità dell’esperimento, la cosa funziona.

Nel frattempo, proseguono, come sempre, le attività individuali dei singoli musicisti e le collaborazioni.

Il bassista Carlo Sciannameo si presenta come autore completo, chitarrista e voce solista nelle Macchie di Rorschach, il cui album di esordio, registrato nel 2010, viene pubblicato l’anno successivo dalla Suburban Sky. Nella formazione, altri due musicisti dei Deadburger versione ottetto: la violista Giulia Nuti e il batterista Pino Gulli.

Una nutrita delegazione deadburgeriana (Vittorio Nistri, Simone Tilli, Carlo Sciannameo e Giulia Nuti; con l’aggiunta di Dathys B e Jamie Maria Lazzara, che già avevano suonato con Vittorio nel progetto “In Yonder Garden”) collabora con i messinesi Maisie, in quattro brani del doppio album “Balera Metropolitana” (Snowdonia 2009), probabilmente uno dei vertici dell’indie-pop italiano di sempre.

Nel 2010, i Deadburger vengono chiamati dal musicista e scrittore torinese Davide Riccio a partecipare al suo progetto “NEUMI”, che si concretizzerà in un libro con allegato cd, pubblicato nel 2011 dall’Editrice Genesi di Torino. Il libro è un excursus nella storia delle notazioni musicali non pentagrammatiche. Nell’album, 18 musicisti (dal pianista Girolamo De Simone a Jacopo Andreini, dal flautista Gregorio Bardini allo stesso Riccio) si cimentano con altrettante partiture “senza pentagramma”.

Il contributo dei Deadburger (qua nella formazione base a cinque, con i membri storici Alessandro Casini, Simone Tilli, Vittorio Nistri e Carlo Sciannameo, affiancati per l’occasione dal batterista Ivan Broccardo), è “Kirye Eleison”, reinterpretazione in chiave sperimentale – ma anche “politica” – di un manoscritto norvegese del XV secolo, con notazione a testa di martello su trigramma. Alessandro Casini cura inoltre il progetto grafico del libro.

In questo stesso periodo, i Deadburger mettono a fuoco l’idea del progetto “Mirrorburger”. Esso ha origine da alcune riflessioni che l’esperienza in teatro ha stimolato nella band. L’ottetto acustico ha fatto prendere coscienza al gruppo che i Deadburger, a questo punto del loro percorso, hanno ormai un loro mondo, sonoro e non. Potrà valere poco, potrà valere molto (certamente, più “poco” che “molto”, se il parametro di giudizio è quello dei ritorni economici), ma è il loro mondo, e prescinde dalle sonorità impiegate, visto che, in qualche modo, conserva una sua coerenza sia quando usa chitarre distorte e stratificazioni di rumori e suoni elettronici, sia quando usa viole e chitarre acustiche.

Il gruppo ha inoltre preso coscienza che nella sua musica, disco dopo disco, concerto dopo concerto, sono venute a delinearsi due anime, complementari l’una all’altra. Una è “realista”, spigolosa, nervosa; l’altra “surrealista”, visionaria, cinematica. Musica di città (sia di cemento che di bit) da un lato; musica psichedelica dall’altro.

La doppia anima era già presente, ancorché in modo meno marcato, nei primi lavori del gruppo (brani come “Piano con quell’acido Eugenio” e “Deadburger # 2” sull’album di esordio, o “Io” sull’EP “Cinque Pezzi Facili”, erano già altrettanti viaggi psichedelici), per poi accentuarsi progressivamente nei lavori seguenti, fino a emergere con piena evidenza nello spettacolo teatrale. Frutto non di una “scelta stilistica” premeditata, ma del desiderio di fare una musica che rispecchi, con la maggiore sincerità possibile, chi la fa. Per la prima anima, i membri del gruppo attingono al contesto sociale e ambientale in cui vivono; per la seconda, al proprio “inner space”.

Con la sintesi del linguaggio anglosassone, si potrebbero usare i termini “inside/outside”. Da queste considerazioni, scaturisce l’idea di realizzare un dittico, composto da due blocchi di uscite discografiche apparentemente antitetiche, e certamente fruibili l’una indipendentemente dall’altra, ma di fatto inscindibili – come è inscindibile l’immagine in uno specchio da quella della persona che vi si riflette.

Il progetto dello “specchio Deadburger” prevede di realizzare per primo il blocco focalizzato sul lato “inside”. Blocco consistente in un box con tre album (non un disco triplo, ma proprio tre album autonomi, accomunati dall’attitudine di “immagini per le orecchie”).

Per il blocco focalizzato sull’anima “outside”, è previsto prima un singolo con allegato DVD live, e poi un album (realizzato in doppia versione, italiano e inglese) imperniato sul lato più ritmico della band, e caratterizzato dall’uso costante della doppia batteria.

Fase III: Dopo un live alla Flog di Firenze, che – in vista del futuro DVD live – viene filmato da una equipe professionale con quattro videocamere sincronizzate, il gruppo inizia un nuovo periodo di “clausura” in studio di registrazione.

Il 2011 vede infatti la band immersa nella realizzazione dei tre album destinati a “La Fisica Delle Nuvole”, il box con 3 album che costituirà la prima parte del progetto “Mirrorburger”.

Le registrazioni coinvolgono numerosi membri passati e presenti dei Deadburger (tra cui l’ottetto del “Post Atomic Café” al completo), così come altri preziosi collaboratori (Emanuele Fiordellisi e Giulia Sarno degli Une Passante, Paolo Benvegnù, Enrico Gabrielli, Fabio Magistrali, Marina Mulopolus, ecc).

Nel gennaio 2012, l’interfaccia tra vita e musica dei Deadburger presenta un conto da pagare. Simone Tilli (cantante, polistrumentista e motore pulsante del gruppo) effettua un viaggio andata e ritorno nell’Aldilà. Ogni attività della band è sospesa per tutta la prima metà dell’anno.

Poi Simone ritorna, con due scintillanti valvole cardiache nuove di zecca, un polmone restaurato, e un EP solista autoprodotto (“Gualty Vol I”)  che è il diario della lotta con il proprio corpo in rivolta.

I Deadburger ripartono. Curano gli ultimi ritocchi e i mixaggi dei tre album de “La Fisica delle Nuvole”, per poi dedicarsi – con la medesima cura riservata alla musica – alla parte grafica. Per quest’ultima, la band instaura una fruttuosa collaborazione con Paolo Bacilieri, uno dei migliori disegnatori di fumetti italiani contemporanei. In un momento in cui il peer-to-peer ha smaterializzato i supporti della musica, i Deadburger reputano giusto ricompensare i passionali che ancora acquistano i dischi “fisici”, dando loro un qualcosa che sia anche bello da vedere, da sfogliare, da tenere in mano. L’apporto di Bacilieri si rivela fondamentale in questo senso. “La Fisica Delle Nuvole” va in stampa nel giugno del 2013, ma – non essendo esattamente “un Disco per l’Estate” – l’uscita ufficiale viene fissata per il 15 settembre. Il lavoro uscirà come coproduzione tra le etichette Goodfellas Records (grazie all’interessamento di Simone Fringuelli, che aveva già pubblicato il precedente album dei Deadburger) e Snowdonia (l’etichetta diretta da Alberto Scotti e Cinzia La Faucidei Maisie, ai quali la band è legata da un lungo rapporto di stima reciproca e collaborazione).

Per maggiori info: www.deadburger.it

Formazione:

Alessandro Casini: chitarra, vibroplettri, graphics

Vittorio Nistri: elettronica, tastiere, manipolazioni sonore

Simone Tilli: voce, tromba

Carlo Sciannameo: basso

Discografia:

1997 – Deadburger (Fridge Records)

1999 – Cinque Pezzi Facili (Fridge/Sony)

2003 – S.t.0.r.1.e. (Wot4)

2007 – C’è ancora vita su Marte (Goodfellas)

2013 – La fisica delle Nuvole (Snowdonia/Goodfellas, a nome Deadburger Factory)

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