Home / Recensioni / Deep Purple – Burn

Deep Purple – Burn

Deep Purple (1974) BurnDEEP PURPLE

Burn (1974)

Purple Records / EMI

Il 15 febbraio del 1974 i Deep Purple pubblicano il loro ottavo album in studio, Burn. L’album segue di un anno “Who Do We Think We Are”, lavoro che non aveva riscontrato il successo sperato e che di fatto aveva acuito i conflitti tra Gillan e Blackmore portando ad una netta rottura all’interno del gruppo. Il 1973 è un anno ricco di cambiamenti per i Deep Purple, impegnati a ricompattarsi intorno alle figure di Blackmore, Lord e Paice, a seguito delle defezioni di Gillan e Glover.

I tre superstiti vanno subito alla ricerca di un sostituto, individuato nel bassista e cantante dei Trapeze, Glenn Hughes. Alla fine di un concerto dei Trapeze al Marquee di Londra, Jon Lord propone a Hughes di entrare nel gruppo. Blackmore, Lord e Paice avrebbero voluto Hughes nel suo duplice ruolo di bassista e cantante, ma il loro manager gli consiglia di mantenere la formazione a cinque elementi. Dopo aver ascoltato alcune registrazioni, Lord ingaggia lo sconosciuto David Coverdale completando così la formazione che sarà ricordata come “Mark III” e che debutta proprio con Burn: David Coverdale (voce), Ritchie Blackmore (chitarra), Jon Lord (tastiere), Glenn Hughes (basso, voce) e Ian Paice (batteria).

Burn segna il ritorno della band a sonorità più dure, abrasive e dirette, un hard rock con venature soul e funk che diventeranno sempre più evidenti nel successivo “Stormbringer”. A segnare il nuovo percorso musicale dei Purple sono proprio i contributi vocali dei due nuovi arrivati. Al timbro ruvido e blues di Coverdale fa da contraltare l’ugola acuta e sottile di Hughes, un connubio perfetto che arricchisce ulteriormente il sound prodotto dai reduci Blackmore, Lord e Paice. La nuova formula sembra voler prendere le distanze dalla deriva in cui si era cacciata la band con “Who Do We Think We Are”, favorendo un ritorno ai fasti della riuscita terna “In Rock” / “Fireball” / “Machine Head”.

L’album viene registrato nel novembre del 1973 e, come per “Machine Head”, la band si reca a Montreux, in Svizzera, e utilizza la Rolling Stones Unit Mobile. L’ingegnere del suono è Martin Birch e i produttori sono gli stessi Purple.

Il disco si apre con la title track Burn, ottimamente introdotta dal micidiale riff di Blackmore e scandita dal pirotecnico drumming di Paice. Sui versi fantasy “The sky is red, I don’t understand, / Past midnight I still see the land. / People are sayin’ the woman is damned, / She makes you burn with a wave of her hand”, Coverdale effettua il suo ruvido ingresso nella storia dei Purple e del Rock. Lord ingaggia presto un’avvincente lotta con Blackmore, rimarcandone i riff col suo organo Hammond, mentre su “All I hear is “Burn!” arriva la prima “collisione” vocale tra Coverdale e Hughes, col secondo impegnato nel sottilissimo ponte “You know we had no time, / we could not even try. / You know we had no time”. Lo sviluppo del brano passa, quindi, nelle sapienti mani di Blackmore e Lord, entrambi artefici di due magistrali soli. Il primo a lanciarsi a capofitto nei suoi spediti virtuosismi è Blackmore, seguito poi dalla piacevolissima parentesi barocca di Lord all’Hammond, che tradisce una palese ascendenza bachiana.

Segue Might Just Take Your Life, brano che nel marcato incedere ritmico di Paice e nelle aperture melodiche di Blackmore e Lord richiama alcune soluzioni di “Woman from Tokyo”. La graffiante voce blues di Coverdale monopolizza la scena confinando Hughes nelle sole parti corali. Il dialogo tra le due voci, però, si ripropone nella seconda parte del brano, quando Coverdale lascia trasparire la sua anima soul e Hughes lo incalza con la sua più acuta voce rock. Nel finale c’è spazio anche per un avvincente assolo d’organo di Lord, sul quale i due vocalist ripetono orgogliosamente “Got more than I asked for / Got more than I need”.

Lay Down, Stay Down è il pezzo più veloce e diretto dell’album, impostato sui potenti riff di Blackmore, sulle ritmiche hard funk di Paice e sul piano honky tonk di Lord. A rendere il tutto ancor più accattivante è la continua alternanza delle due differenti timbriche vocali di Coverdale e Hughes, che si dividono equamente un testo abbastanza esplicito. Blackmore non fa mancare il suo puntuale e velocissimo assolo, sostenuto dall’altrettanto dinamica batteria di Paice.

Sail Away è un blues venato di funk, strutturato sui riff di Blackmore e sulle linee di basso di Hughes che innescano un groove ipnotico e coinvolgente. La ritmica marziale di Paice segna il passo alla voce calda e sofferta di Coverdale. Lord dà sfogo alle sue macchine dividendosi tra le soluzioni acide e scandite dell’Hammond ed affascinanti divagazioni “impressionistiche” che illustrano il metaforico peregrinare per mare del testo. Nel melodico assolo finale di Blackmore si avverte già quel malinconico alone che, di lì a qualche mese, segnerà le sorti di “Soldier Of Fortune”.

Con You Fool No One si ritorna alla velocità e all’immediatezza di Lay Down, Stay Down. A trarne vantaggio sono sicuramente il colorato drumming di Paice, qui impegnato in una sorta di ritmica samba, e la chitarra boogie rock di Blackmore. Le parti iniziali di ogni strofa vedono impegnati entrambi i vocalist, mentre nelle restanti parti i due si alternano nella sequenza Coverdale / Hughes / Coverdale. Trascinanti come al solito le svisate all’Hammond di Lord e i soli di Blackmore, che accompagnano il brano fino alla fine.

What’s Goin’ on Here ripropone un gradevole rhythm’n’blues scandito dalla veloce batteria di Paice e ravvivato dal piano honky tonk di Lord. Le parti cantate sono a completo appannaggio della timbrica blues di Coverdale, ma non mancano nemmeno le acute sottolineature di Hughes che si sovrappongono nei passaggi più rilevanti.

Mistreated è senza dubbio il brano che, insieme a Burn, ha consegnato questo album alla storia del Rock. L’incedere lento, sofferto e allo stesso tempo  solenne della chitarra di Blackmore infierisce sul canto affranto di Coverdale delineando un blues marcato che enfatizza i tristi passaggi del testo. In quest’ottica va letta l’intensa interpretazione di Coverdale che, in linea con la natura del testo da lui composto, rinuncia al contributo di Hughes relegandolo a qualche sparuto coro di accompagnamento. Il brano a firma Blackmore/Coverdale sarà continuamente riproposto dal chitarrista anche nella sua successiva esperienza con i Rainbow, quasi a volerne rivendicare la paternità.

Chiude il disco lo strumentale “A” 200, un duetto di sperimentazioni sonore intessuto dal synth di Lord e dalla chitarra di Blackmore e sorretto dalla ritmica marziale di Paice.

Per motivi contrattuali il nome di Hughes non compare nei crediti dell’album, ma si pensa che ci sia stata anche la sua mano in sede compositiva su Burn, Might Just Take Your Life, You Fool No One, “A” 200 e soprattutto su Sail Away e Mistreated.

Burn è senza dubbio una pietra miliare della storia dell’hard rock e lo dimostrano gli ottimi piazzamenti raggiunti in tutte le classifiche europee e i dischi d’oro vinti negli Stati Uniti, in Argentina, in Francia e nel Regno Unito.


Check Also

Paidarion (2016) Two Worlds Encounter

Paidarion – Two Worlds Encounter

PAIDARION FINLANDIA PROJECT Two Worlds Encounter (2016) Seacrest Oy Paidarion è un progetto nato nel …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *