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Djam Karet – Sonic Celluloid

Djam Karet (2017) Sonic CelluloidDJAM KARET

Sonic Celluloid (2017)

HC Productions

La lunga e prolifica avventura musicale della band californiana Djam Karet, entrata da tempo nel suo terzo decennio di vita, si arricchisce di un nuovo capitolo discografico, Sonic Celluloid, pubblicato dalla HC Productions il 27 gennaio 2017. Tenendo fede al verbo del progressive rock più atmosferico, la band prova con il suo diciottesimo album in studio a tracciare i contorni di un sound sempre più immaginifico, cinematografico. Fin dal titolo, infatti, Gayle Ellett (chitarra elettrica, chitarra acustica, bouzouki, Moog, Mellotron, Hammond, Rhodes), Mike Henderson (chitarra), Henry J. Osborne (basso), Chuck Oken, Jr. (batteria acustica, batteria elettronica, tastiere, soundscape), Mike Murray (chitarra, piano) e Aaron Kenyon (basso) delimitano lo spettro sonoro dei quarantacinque minuti di musica strumentale di cui si compone l’album.

L’opener Saul Says So muove i primi passi tra siderei soundscape floydiani e divagazioni space à la Ozric Tentacles. Proprio quando il caldo Rhodes prova ad abbozzare tenui acquerelli psichedelici, l’atmosferico Mellotron irrompe deviando la rotta verso lidi crimsoniani che il roccioso basso di Osborne e la disarticolata ritmica di Oken rendono ancor più cupi e minacciosi. Di contro, la chitarra gilmouriana di Ellett si lancia in caldi e luminosi ricami che rimarcano le sonorità mediterranee  dei Ciccada.

Le fluide divagazioni elettroniche di Forced Perspective chiamano nuovamente in causa la creatura del clan Wynne. I circolari spunti fusion di chitarra, basso e tastiere, invece, tradiscono evidenti richiami ai Weather Report di “Black Market”, qui attualizzati e resi spaziali dalle fredde sonorità dark ambient e da ritmiche sintetiche.

Long Shot emerge da una densa coltre nebbiosa di fredda kosmische musik tra synth siderei ed interferenze spaziali. Il sinistro Mellotron apre un’oscura danza in cui trovano sfogo ritmiche frammentate e scomposte, stilettate chitarristiche, tastiere vintage e marcate incursioni elettroniche.

Nella stessa dimensione cosmica fluttua No Narration Needed, elogio alla dilatazione sonora e all’espansione sensoriale, ipnotica trance scandita dapprima da suoni robotici e successivamente consegnata ad acustici umori rinascimentali.

Il circolare ed ossessivo carillon di Numerous Mechanical Circles ammalia col suo fluttuante mix di suoni acustici ed effetti elettronici. Nei passaggi più incisivi riecheggiano le atmosfere kraute e le soluzioni sperimentali degli Organisation di “Tone Float”.

Le scroscianti onde del mare e l’acuto canto dei gabbiani aprono la meditativa Oceanside Exterior. L’estetica floydiana esercita pesantemente il suo ascendente sul suono dei Djam Karet evocando i medesimi soundscape dell’ultimo Wright e la dilatata solennità di Gilmour.

Di diversa materia si compone Au Revoir Au Rêve, traccia dal taglio cinematografico che riesce a mutare continuamente umore senza mai allontanarsi dal tema portante. La sua natura mutevole e il suo andamento flessuoso non possono non ricondurre alla celluloide del titolo, allo stesso modo, però, non si possono non notare i rimandi a melodie dal gusto retrò.

L’impressionistica Flashback, con le sue drammatiche aperture sinfoniche e i suoi riflessi cristallini, gravita ancora in orbita Floyd. L’andatura blues, i contorni spigolosi, il Mellotron plumbeo, la chitarra tagliente e l’Hammond inquieto dirottano il brano in prossimità del sound potente, profondo e raffinato di “Ummagumma”.

Lower riprende il discorso avviato da Oceanside Exterior. I rarefatti sondscape sembrano propagarsi dall’etere ad un’affollata sala d’attesa di un aeroporto, in un percorso che parte della lezione dei corrieri cosmici e giunge ai più atmosferici linguaggi post-rock.

La conclusiva The Denouement Device espande lo spettro sonoro di Sonic Celluloid facendone un’intensa esperienza sensoriale che supera i meri confini musicali e dà vita ad un viaggio interiore che conduce ad un’onirica dimensione spaziale. Un’operazione resa possibile dalla sapiente maestria della band californiana che riesce a perfezionare i tratti immaginifici del proprio sound.

Per maggiori info: Djam Karet

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