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“Everyday Mythology” – Il making of dell’esordio discografico dei Loomings

“Everyday Mythology” – Il making of dell’esordio discografico dei LoomingsLa “mitologia di tutti i giorni” è un’idea che mi è frullata in testa a lungo, prima ancora di prendere forma in queste due parole, Everyday Mythology. Tutto ha avuto origine da un mio amico, Nicola Pappalettera, e dal suo personalissimo umorismo: è tipico da parte sua cogliere dei dettagli minimi della vita quotidiana (microscopici difetti di linguaggio, improbabili episodi grotteschi della TV spazzatura, frasi sfuggite soprappensiero) e riproporli — sempre in chiave “comica” — anche ad anni di distanza, in un certo senso trasformando l’effimero in eterno. Tutti questi piccoli dettagli ripetuti all’infinito (queste “gag”, come ci piace definirli) diventano gli innumerevoli punti cardinali di una bizzarra visione del mondo, di una “mitologia”.

E la mitologia in effetti ha da sempre questa funzione: fornire una chiave di lettura del mondo e della vita, ripetendo all’infinito racconti esemplari di dèi ed eroi. La “mitologia di tutti i giorni” fa la stessa cosa ma invece del monte Olimpo o del Giardino dell’Eden racconta del vostro barista di fiducia o di quella volta che la vostra compagna di banco ha tossito talmente forte che sono tremate le pareti. È l’idea che la quotidianità di noi tutti si possa guardare con un occhio diverso e scoprirvi dei significati che vanno al di là dei fatti contingenti.

Anche l’idea di avere una band con cui poter suonare la mia musica è un’idea che mi è frullata in testa un bel pezzo prima di darle forma con Loomings. Ho passato tanti anni a studiare le percussioni e come interprete ho suonato repertori diversi: in particolare ho avuto a che fare con la musica accademica, ma ad un certo punto mi sono accorto di non avere né il talento necessario per fare carriera in quell’ambito né tanto meno il carattere giusto per poter sopportare a lungo termine il mondo della “musica colta” (espressione che mi dà l’orticaria). Più o meno nello stesso periodo, mi sono ricordato che se cercavo di essere un musicista era perché da adolescente mi ero innamorato della musica di Zappa, di Robert Wyatt, degli Henry Cow e di tanti altri outsider, perché volevo anch’io, come questi artisti, sperimentare con la musica in modo autonomo, senza dover rispondere a dettami estetici di alcun tipo.

Da questa “presa di coscienza” a Everyday Mythology il passo è stato (in un certo senso) breve. Considerando che tutti i membri di Loomings hanno una serie di altre attività lavorative ed artistiche al di là della band, se penso alla complessità della nostra musica (non solo e non tanto in termini tecnici) mi sembra incredibile che siamo riusciti a montare questo repertorio nel giro di un paio d’anni: devo rendere merito ai miei partner, alla loro musicalità, competenza, pazienza, ai loro suggerimenti, alle loro critiche e al loro sostegno, se siamo riusciti a tagliare il traguardo del primo album con un risultato che sta ricevendo parecchi apprezzamenti critici.

In effetti, la musica di Loomings è fatta “su misura” per i componenti del gruppo. Prima di formare la band avevo un’idea molto vaga circa il tipo di organico che avrei scelto: certo, sapevo di voler fare delle canzoni, quindi serviva almeno un/a cantante, ma piuttosto che pensare a degli strumenti specifici cercai di coinvolgere delle persone di cui conoscevo e apprezzavo il talento e che sarebbero state capaci di interpretare al meglio il tipo di musica che avrei scritto, indipendentemente da quale fosse il loro strumento. Mi ritrovai quindi con tre cantanti di formazione classica (Maria Denami, Ludmila Schwartzwalder e Benoît Rameau, quest’ultimo anche sassofonista), un altro percussionista (Enrico Pedicone) e un bassista più vicino al jazz e al funk (Louis Haessler). Con lo stesso spirito abbiamo affrontato i successivi “cambi di personale” all’interno della band: quando Benoît ci annunciò che si sarebbe trasferito a Parigi e non sarebbe rimasto nel gruppo, invece che cercare un sostituto per voce e sax ci rivolgemmo all’ottimo tastierista Nils Boyny, capace di adattarsi rapidamente al nostro repertorio e di arricchirlo col suo apporto personale.

La musica di Loomings è difficilmente classificabile dal punto di vista stilistico: siamo spesso associati alla sfera del rock progressivo, ma direi che al di là del nostro legame contrattuale con AltRock (etichetta attiva soprattutto in ambito prog) è obiettivamente arduo — al di là di qualche dettaglio superficiale — associare la nostra musica a ciò che ci si aspetta dal prog (lo dico senza alcuno snobismo: ci sono tanti album prog che mi porterei sulla proverbiale isola deserta). Se siamo vicini a certi artisti del rock progressivo o sperimentale è più nel metodo che nel merito: in particolare, credo di poter rivendicare un’affinità di questo tipo con gli Henry Cow. Come i Cow, mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso riprendere lo stile dei miei musicisti preferiti (a chi interessa la copia quando può avere l’originale?) e che avrei dovuto sviluppare invece un percorso creativo che mettesse in risalto le qualità individuali mie e dei miei partner, magari trovando soluzioni inventive e inusuali ai nostri stessi limiti come musicisti (o come compositore nel mio caso).

I brani di Everyday Mythology hanno spesso qualche caratteristica degli studi, nel senso che in varie occasioni lo stimolo di partenza per comporli è stata la volontà di sperimentare con determinate tecniche o combinazioni tra voci e strumenti: in diversi brani ho utilizzato (in maniera più o meno rigorosa) un modo che permette di arrivare allo stesso tempo a soluzioni atonali ma con un “retrogusto” blues, altrove mi sono inventato una rivisitazione della tecnica medievale del cantus firmus, oppure ho fatto un lavoro di “taglia e cuci” su delle melodie semplici per creare delle polifonie asimmetriche, o ancora ho cercato di coniugare clichés pop o rock con il senso del fraseggio proprio alla tradizione classica (o viceversa). Tutto ciò non è altro, come dicevo, che lo stimolo di partenza: arriva sempre un momento (durante la composizione, l’arrangiamento o il “test pratico” di quanto si è scritto che si fa durante le prove) in cui ogni brano “prende vita” al di là di quelle che erano le mie intenzioni originali. Ed è allora che le cose si fanno interessanti…

Il principio che accomuna gli undici titoli di Everyday Mythology è l’idea della trasfigurazione, che rende conto del titolo dell’album: come la mitologia di tutti i giorni è ciò che permette di vedere un senso più profondo nel quotidiano, così questa musica parte dal “vissuto musicale comune” e cerca di trasfigurarlo per metterlo in una luce nuova e quindi dargli un senso nuovo. Il risultato è talvolta l’allucinazione (come ad esempio in “Black (and Green and Red)” o in “Lockjaw”), talvolta la parodia (“Sweet Sixteen”), la meditazione (“The Things That Change”), l’ironia (“Awkward, A Waiting Game of Nonsense”) o semplicemente ciò che l’ascoltatore sarà capace di scoprirci.

Everyday Mythology non è un album facile: non è musica facile da suonare (non tanto per le difficoltà tecniche — relativamente modeste — quanto per la necessità di dare coerenza espressiva a dei brani con strutture poco lineari); non è musica facile da produrre (credo di poter dire che il sound di Loomings, col suo impasto di voci liriche, strumenti rock, strumenti da camera ed elettronica sia quasi senza precedenti: onore al merito per il grande Paolo “Ske” Botta, responsabile del missaggio dell’album, che non si è mai lasciato scoraggiare dall’impresa). Everyday Mythology non è di certo musica facile da ascoltare: richiede tempo per essere “digerita” e soprattutto richiede una partecipazione “attiva” da parte dell’ascoltatore, che deve aver voglia di avventurarsi su sentieri sconosciuti, di mettere in discussione ciò che è acquisito. Ma forse vale la pena di imbarcarsi in un’impresa simile; i Loomings cercano di ricordare al pubblico che la musica può essere anche riflessione, ricerca, scoperta: magari non immediatamente, ma tutto ciò può dare grandi soddisfazioni.

Buon ascolto!

Jacopo Costa, febbraio 2016

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