Home / News / FIM – Dove la F sta per Festa

FIM – Dove la F sta per Festa

fim_-_genova_-_2

di Enzo Vitagliano

Il FIM, giunto alla sua seconda edizione, mi dicono che nasce come una scommessa fatta con una vena di pazzia da Verdiano e Linda dello studio MAIA di Genova dove ad esempio hanno inciso l’ultimo album i Delirium IGP.

E se la prima edizione potrebbe essere stata penalizzata dalla location (era a Villanova d’Albenga) e dal maltempo, questa seconda, nella Fiera di Genova, ad un passo dal mare, sembra abbia trovato la sua giusta collocazione e mi aspetto che le future edizioni troveranno maggior favore di sponsor e saranno ancora più ricche di ospiti e di frequentatori!

Il FIM deve crescere perché la sua formula è unica e geniale: unisce le esigenze degli addetti ai lavori a quelle dei semplici fruitori della musica.

Sinceramente la mia intenzione principale era di presenziare alle esibizioni che si tenevano sul Palco Verde; quello dedicato al Progressive Rock.

Il Direttore Artistico, Massimo Gasperini della Black Widow, quasi totalmente incurante della sua scuderia di artisti, ha selezionato quelli fra i più rappresentativi del panorama nazionale, dandoci la possibilità di godere di grandissime performance musicali.

Tra le esibizioni della prima giornata spiccano indubbiamente quelle de Il Tempio delle Clessidre e di Sophya Baccini’s Aradia, nonostante in programma ci fossero i bravi Panther & C., i giovani Unreal City e gli interessantissimi e giovanissimi Psycho Praxis.

Il Tempio ci ha regalato una performance micidiale, debordante di good vibrations, con Francesco Ciapica in gran forma, che ha cantato ispirato e grondante di feeling, coprendo gli ampi spazi del palco con la sua innata teatralità, la splendida Elisa Montaldo, che in più di un’occasione ha lanciato uno sguardo al pubblico, felice e quasi incredula di vedere che partecipava attivamente e cantava con la band, il sempre trascinante Fabio Gremo, mai fermo sul palco, in oscillazione perpetua fra il preciso e poderoso Paolo Tixi e il raffinato e virtuoso Giulio Canepa.

Perfino quando è saltata una corda del basso di Fabio (evento raro, visto il loro spessore), Elisa e Francesco hanno velocemente sopperito al tempo necessario alla sostituzione eseguendo “La Stanza Nascosta”. Mitici!

Dopo un simile dispendio di emozioni ed energie non sarebbe stato facile per nessuno salire sul palco e cogliere nuovamente l’attenzione del pubblico, tranne che per Sophya Baccini, la piccola bionda napoletana dalla splendida voce.

Con la sua band tutta al femminile, fatta eccezione per l’ottimo chitarrista Chicco Accetta, Sophya ci ha catapultati nelle opere pittoriche di William Blake, eseguendo brani dal suo ultimo splendido album “Big Red Dragon”.

Attraverso la vibrante interpretazione canora della leader, il sapiente tocco pianistico di Marilena Striano, i virtuosismi al violino di Stella Manfredi e la solida base ritmica di Isa Dido (basso) e Francesca Colaps (batteria), l’energia tutta mediterranea e la musica permeata da riferimenti classici, folk e mediterranei,  i Sophya Baccini’s Aradia ci hanno emozionato e sorpreso, riuscendo a catturare nuovamente l’attenzione dell’audience, mostrandoci, attraverso una sorta di “Sindrome di Stendhal” musicale, come si possa essere catturati e soggiogati dai dipinti, quando questi sono vere opere d’arte.

Nonostante questa pregevole performance sia stata minata da problemi tecnici, legati ai suoni campionati,  il grande entusiasmo e la grande professionalità dei musicisti sul palco ne ha sminuito l’entità, regalandoci un’altra ora di ottima musica, pregevolmente eseguita!

Nella seconda giornata le punte massime, secondo il mio giudizio, sono state La Coscienza di Zeno, gli Spettri (che per me sono stati una vera sorpresa) e gli Osanna di Lino Vairetti, con l’unica contrarietà dell’assenza, per raucedine, di Sophya su “’A Zingara”, brano che, secondo me, senza il suo controcanto potente e ispirato, perde moltissimo in impatto emotivo.

C’è da dire che il piatto era ricchissimo, con C.A.P. (e Alvaro Fella, irriducibile persino in carrozzella) e Alphataurus, storica band RPI, fra gli altri.

La Coscienza di Zeno ha emozionato il pubblico attraverso gli ispirati arpeggi di Luca Scherani, coadiuvato da Stefano Agnini, il canto potente e sapientemente modulato di Alessio Calandriello e i ricchi interventi di chitarra di Davide Serpico, sempre mirabilmente supportati dal basso di Gabriele Guidi Colombi con la collaborazione del drumming di Andrea Orlando.

Gli Spettri non li conoscevo per niente. Tanto che inizialmente non avevo prestato loro attenzione, ma sono bastati pochi minuti del loro sound groovy, a tratti cattivo, trascinante e in perfetta sintonia con la voce scura e roca di Ugo Ponticiello per farmi ritenere opportuno (e doveroso!) prestare loro la giusta attenzione. Ci sono momenti nei quali ricordano i migliori Jumbo ma con accenni decisamente sabbathiani soprattutto per il devastante suono chitarristico. Successivamente si sono concessi un po’ di dolcezza con un brano cantato dalla guest Elisa Montaldo.

Gli Osanna, figli della mia amata Terra Madre, ci hanno regalato una performance di altissimo coinvolgimento emotivo, spaziando nel loro enorme repertorio, riproponendo i brani storici in una veste più moderna, portandosi verso un sound decisamente più funky, arricchito dalla base ritmica di Gennaro Barba (batteria) e Nello D’Anna (basso) e dal canto sempre caldo e ispirato di Lino e Irvin Vairetti. Ho trovato particolarmente incisivi e ricchi di feeling gli interventi di chitarra di Pasquale Capobianco.

Peccato non aver potuto godere della presenza catalizzatrice di emozioni di Sophya Baccini! Ciononostante l’intervento musicale della band, che ci ha portato a concludere la seconda serata a notte inoltrata, resta di elevato livello!

La terza giornata presentava anch’essa un programma piuttosto ricco, che raccoglieva band che hanno fatto la storia del RPI, come La Maschera di Cera, Aldo Tagliapietra e Locanda delle Fate, e altre di più recente formazione, ma non per questo meno interessanti, come gli ottimi Gran Torino e Prophexy (con Richard Sinclair, che ha mantenuto inalterata la sua voce calda e affabile), i sorprendenti Ingranaggi della Valle e Universal Totem Orchestra e i Not A Good Sign che, secondo me, rappresentano maggiormente in Italia quel progressive di estrazione crimsoniana: complesso, ricco di tensione, dai toni ansiogeni e da aperture aeree di innegabile fascino.

Mentre gli Universal Totem Orchestra mi hanno sorpreso con i loro riferimenti tra Magma, Area, Gong, Hawkwind, jazz e classici con la voce spettacolare di Ana Torres Fraile, che passa con estrema disinvoltura dal canto lirico al fraseggio jazz, sempre su un tappeto armonico di pregevole fattura e complessità supportato da una sezione ritmica precisa e pulsante (il che ci fa sperare in un prossimo grande album), gli Ingranaggi della Valle, di cui avevo già ascoltato il loro lavoro “In Hoc Signo”, mi hanno favorevolmente impressionato perché pur essendo giovanissimi ed attingendo ad un patrimonio musicale piuttosto variegato (dai Genesis ai Gentle Giant agli Area e ai Brand X, come asseriscono loro stessi) manifestano una grande personalità e una fluidità esecutiva da musicisti consumati.

La Maschera di Cera, priva di Fabio Zuffanti, impegnato nel tour promozionale del suo album solista, ottimamente sostituito da Guglielmo Mariotti (ex-The Watch), ci ha regalato una bella performance attraverso il vocalism e la grande presenza scenica di Alessandro Corvaglia, coadiuvato dagli altri musicisti componenti della band, tutti di elevato livello tecnico.

Non sono riuscito a presenziare all’esibizione completa dei Gran Torino perché ero impegnato altrove e sono giunto solo al termine, ma ne conosco il loro valore di ottima  band di prog rock strumentale.

Ho sentito nella breve intervista post-concerto che prevedono, per il prossimo lavoro, di inserire alcune linee di canto. Spero che ci ripensino perché ciò rischierebbe di snaturare il loro sound così rotondo e personale.

Particolare plauso ai Not A Good Sign che si sono esibiti con un fastidiosissimo rumore di fondo causato da un palchetto posto poco distante dove suonavano brani dei Police. Non ho nulla contro questa fantastica band, ma nei pianissimo, caratteristici della musica dei NAGS, il sottofondo di “Message in a Bottle” era estremamente fastidioso!

La loro performance, come al solito, ha brillato per l’intensità del canto di Alessio Calandriello, l’impareggiabile scelta dei suoni di Paolo Botta, il drumming sofisticato e complesso del talentuosissimo Martino Malacrida in duetto con il basso poderoso e preciso di Alessandro Cassani e le chitarre ora nervose ora trasognanti di Francesco Zago.

Gran Finale con Aldo Tagliapietra, grande ex-bassista e compositore de Le Orme, che ha suonato brani dai suoi ultimi lavori “Nella pietra e nel vento” (più intimista) e “L’Angelo rinchiuso” (più prog-oriented) e la Locanda delle Fate, una delle band storiche più amate del panorama RPI, con il loro grande poetico cantante e frontman Leonardo Sasso

Siamo già in attesa della prossima edizione!

PROG ON!

Check Also

Atlas – L’Esordio discografico dei Verganti

Atlas – L’Esordio discografico dei Verganti

La band si chiama Verganti, concettualmente un gruppo di persone che “bacchettano” le persone con …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *