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Flashmen – Pensando

FLASHMEN

Pensando (1972)

Kansas

 

Seconda fatica del gruppo cremonese dei Flashmen che, dopo il primo album “Cercando la vita” del 1970, dalle sonorità molto melodiche con organo e voce in evidenza (riedito l’anno seguente con il titolo “Hydra”, un brano in più e una copertina più “accattivante”), da alle stampe un disco che rientra appieno nel filone progressivo italiano. Siamo nel 1972.

Pensando è un disco tecnicamente ben suonato, con ottime individualità (su tutti Roberto Caroli alla batteria, un trascinatore, e l’organo a tratti anglosassone di Silver Scivoli, anche voce della band). Non troviamo lunghe suite nell’album, ma dieci brani, alcuni un po’ brevi, altri sui 5 minuti, che fanno di questo lavoro una sorta di eccezione nella carriera della band, la quale tornò quasi subito ad incidere brani dalle venature molto più pop e commerciali.

Ingresso. Un “semplice motivetto”, inizialmente di sola chitarra pulita, poi cammin facendo arricchito da organo, chitarra distorta e cori, dà il via al disco. Forte il richiamo al Banco del Mutuo Soccorso.

Un piano e dei cori molto New Trolls introducono la voce “sporca” di Silverio “Silver” Scivoli, veramente intensa, in Ma per colpa di chi. Dopo circa un minuto la batteria di Caroli prende in mano la situazione e lo farà fino alla fine del brano. Eccezionale. Da sottolineare i grandiosi fraseggi chitarra-organo e le riprese dei cori.

Brano più vivace del precedente Per un pugno di mosche, ma dal testo piuttosto triste e beffardo. Un militare che torna a casa dalla guerra sicuro di trovare la sua donna a casa, ma questa non c’è più (resta col pugno di mosche del titolo). Tornando alla parte musicale è l’organo che la fa da padrona, sostenuto da un’altra ottima prova della batteria. Ascoltate bene il coro che accompagna Scivoli su come prima son sicuro di trovarti e son deluso veramente non dovevi”. Sembra davvero Nico di Palo.

Avvio intimo di chitarra classica, la quale precocemente si trasforma in una ballad con un cantato molto leggero, per Amo mia madre. Poi, come già accaduto in precedenza, la batteria prende il sopravvento, sostenuta dall’organo e dalla chitarra. Intorno ai due minuti una sorta di timida imitazione degli “urletti” di Ian Gillian in “Child in time”.

Un organo e, più in là, dei cori da castello degli orrori cinematografico aprono Maria. L’atmosfera iniziale si ha anche nell’inciso con l’organo di Scivoli sostenuto dall’immancabile batteria. Dal quarto minuto assolo malinconico di chitarra.

Sogni e delusioni sembra richiamare alla lontana la precedente Maria con un fraseggio a tre (organo, batteria e chitarra). Ritmo molto sostenuto per quasi tutto il brano, anche per quanto riguarda la parte cantata. Intorno al terzo minuto breve accenno di solo di batteria, poi ripresa alla grande da parte dell’intera band. Da segnalare la chiusura del brano con il verso ricchi premi ed estrazioni ma gioia mai non c’è”.

L’inizio di Fortuna e ragione sembra molto meno prog rispetto ai brani precedenti, poi chitarra e solita batteria ricordano al gruppo qual è la sua anima. Molto presente il piano.

Partenza in crescendo per Nella tua mente, con dei cori molto beat e l’ingresso parlato ed “impegnato” di Scivoli: politicanti che si illudono d’averti in mano col lor potere / generazioni, generazioni e ancor generazioni di gente che ti parla di dovere, di lavoro, di sacrificio, di vivere insieme / ma tu sei libero, con la tua mente e tu vuoi vivere libero, libero! / ma ti riprendono, tu stai sbagliando a lor parere e ti rispiegano tutto da capo / e poi, finito, per esser certi d’averti ancor nella lor morsa ti chiedon, con viso ipocrita: hai capito? e poi maligno: hai capito? e poi violento: hai capito?”. Il testo ricorda quelli di Fabio Celi e gli Infermieri in “Follia“. Musicalmente troviamo un altro buon esempio delle capacità esecutive della band.

L’avvio con l’armonica di Qualcosa per sognare sembra quasi una voce fuori dal coro per quanto riguarda l’intero disco. Il brano poi si avvia sui livelli dei precedenti. La supplica al Signore del testo a tratti sembra richiamare “Signore, io sono Irish” dei New Trolls (fase beat), così come alcuni acuti della voce. Molto beat anche il la la la la finale.

Sortita riprende inizialmente Ingresso, poi vi è la fuga dell’organo e gli ingressi di chitarra e batteria ad accompagnare. Fino alla fine gli strumenti si divertono in un gioco di quasi sicura improvvisazione molto trascinante.

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