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Fleeting Steps – Il making of dell’album di Gianluca Livi, Stefano Pontani, Massimo Sergi, Domenico Dente

Fleeting Steps – Il making of dell’album di Gianluca LiviBand e disco nascono per puro caso. Alex Marenga, uno dei fondatori della label Eclectic Productions, aveva mostrato interesse per “Tardis”, un brano sperimentale contenuto in una suite dedicata a Doctor Who, pubblicata nel 2013 nell’album “Window In Time”, degli Anno Mundi, band di cui faccio attualmente parte.

Contrariamente al trend dell’album e del gruppo – piuttosto orientato verso un hard rock di ispirazione seventies, tendenzialmente legato al sound dell’indimenticata etichetta Vertigo, Black Sabbath in testa – quel brano esplorava un genere musicale del tutto trasversale, di stampo sperimentale, lambendo addirittura noise e drone, cioè il range musicale di cui si occupa la citata label Eclectic.

Alla proposta di Alex di includere il pezzo in una compilation edita dalla sua etichetta, fece eco la mia offerta di un nuovo brano, altrove inedito, che fu immediatamente accettata.

A quel pezzo, ha fatto seguito un altro e poi un altro ancora fino ad arrivare a 50 minuti di musica. A quel punto, divenne chiaro ad entrambi che l’idea della compilation appariva superata, sostituita dalla più allettante possibilità di pubblicare un album solista.

La collaborazione di Stefano Pontani è stata la prima a concretizzarsi, vera e propria coronazione di un (mio) sogno (più verosimilmente incubo suo).

Costui ha bisogno di ben poche presentazioni: è fonico, tecnico del suono, compositore e, soprattutto, apprezzatissimo chitarrista ad inclinazione empirica, che vanta trascorsi in seminali gruppi di prog e fusion, primi fra tutti, gli Ezra Winston, unanimemente riconosciuto tra i pionieri e i propulsori del movimento new prog italiano. Stefano vi milita fin dal 1990, nelle preziose vesti di ingegnere del suono, divenendone poi lo stabile chitarrista nel 1994, introducendo per primo il guitar synth nella compagine prog.

Ma altre importanti band lo hanno visto in organico, sempre in coppia con diversi membri dei citati Ezra Winston: i Vu-Meters (con Ugo Vantini, ex Balletto Di Bronzo e Divae, anche egli attualmente in forza alla scuderia Eclectic, con i validi Silent Chaos) offrono soluzioni in bilico tra la liquidità magnetica dei Pink Floyd e le idee schizoidi e nevrotiche dei King Crimson più criptici, passando per le sperimentazioni stilistiche vicine ai Djam Karet e le atmosfere oniriche dei primissimi Porcupine Tree; con gli Anagramma (vi milita l’ex Ezra Winston Daniele Iacono) egli si misura con la fusion a cavallo tra ’70 e ’80, con omaggi ripetuti alla chitarra virtuosa di estrazione jazz, in particolar modo quella dell’indimenticato Allan Holdsworth; i Matilda Mothers Project, infine (in coppia con Paolo Lucini, anch’egli appartenente al gruppo madre), hanno firmato la sonorizzazione de “L’ultima lezione”, film vincitore di un Golden Globe Award.

A questo punto, il lettore avrà capito che dovremmo tutti sciacquarci ripetutamente la bocca, parlando ovviamente di un semidio e non di un comune mortale. Ed infatti, non è finita: è l’unico artista attualmente conosciuto capace di tradurre i dati geofisici in musica utilizzando una procedura di sonificazione grazie alla quale, realizzando in diretta un sondaggio TEM, viene tradotta in note musicali la geologia di un determinato luogo.

La sua musica è stata pubblicata da etichette quali Progressivamente, Eclectic Productions, Rock Symphony, Terre Sommerse, SanLucaSound e soprattutto Musea, prolifica label francese annoverata tra le primissime realtà indipendenti dedicate al progressive europeo e alla sua esportazione in tutto il mondo.

Sono molto orgoglioso della sua collaborazione perchè Stefano è un musicista in possesso di un background artistico che generalmente mi intimidisce, per spessore e caratura. Ci siamo conosciuti grazie alla mia attività di giornalista musicale, che mi ha sempre visto sostenere gli Ezra Winston e tutti i suoi gruppi paralleli. Mi è bastato chiedere il suo aiuto, più in termini di implorante supplica, che di cortesia personale, per avere il suo appoggio.

Mi ha onorato di contributi non soltanto esecutivi, ma anche compositivi, in tre degli otto brani – “Birth Of A Flower (In A Post-Atomic Landscape) Part 1”, “Zero Gravity In My Lair”, “Talkin’ To An Alien About Eternity” – tutti generalmente votati tanto all’elettronica riflessiva di certa musica teutonica, quanto all’ambient seducente e lisergico che trae ispirazione dal Robert Fripp solista, tra soundscape e frippertronics.

È quest’ultima, peraltro, la sua ultima propensione, bene espressa nel disco “I suoni della Viterbo sotterranea”, del collettivo “EMusic”, alla cui realizzazione egli ha recentemente contribuito.

Domenico Dente è un giovane bassista di estrazione squisitamente rock, che vanta una estemporanea partecipazione al nuovo album dei citati Anno Mundi, la cui pubblicazione è prevista per la fine del 2017. A mio modesto avviso, è molto più dotato a livello compositivo che esecutivo. È ovviamente un grande complimento. Infatti, approcciandosi con entusiasmo al progetto “Fleeting Steps”, ha manifestato una multiforme poliedricità, adottando uno stile ipnotico e seducente che evoca i Goblin più magnetici, chiaramente rinvenibile nei due brani di cui è anche co-autore, “Fujiko Mine Part 1” e “Lost In Space”.

La scoperta del tastierista Massimo Sergi è stata del tutto causale. Devo dire che, inizialmente, le tastiere di questo lavoro erano state affidate a Mattia Liberati, già in forza ad Ingranaggi della Valle e Anno Mundi. Effettivamente, le idee iniziali che avevo proposto a Mattia avevano incontrato il suo pieno riscontro. Negli Anno Mundi, Mattia ha fatto delle cose incredibili, riuscendo a valorizzare alcune mie idee scartate dal primo album, castrandole della loro matrice hard rock, mutandole abilmente in espressioni fusion/jazz-rock o in fluide manifestazioni vicine alla liquidità dei primi Porcupine Tree e al magnetismo dei Led Zeppelin di “No Quarter”. Una cosa piuttosto impensabile per gli altri membri degli Anno Mundi, certamente abili rockers, ma poco orientati verso queste direzioni. Tutto ciò ha dato vita ad un brano, “Hyperway To Knowhere”, incluso nel prossimo album, i cui prodromi iniziali a mia firma sono stati da lui talmente manipolati ed elaborati, che mi sono quasi vergognato di registrarlo alla SIAE a nome di entrambi.

Tornando a “Fleeting Steps”, tuttavia, le cose non hanno funzionato altrettanto bene: la promozione dal vivo dell’album “Warm Spaced Blue” degli Ingranaggi Della Valle, uscito poco tempo prima, ha di fatto vanificato ogni possibilità di ottenere un suo contributo in tempi brevi. La sua defezione, onestamente, stava per mettere in bilico la riuscita del lavoro se non fosse stato per il classico colpo di fortuna. Per puro caso, infatti, ho scoperto che un mio collega di lavoro, Massimo Sergi, suonava il piano e le tastiere. Avvicinatomi a lui con molto scetticismo, ho potuto scoprire un talento che mi ha lasciato esterrefatto, autore di incantevoli e suggestive musiche per solo piano, fantasiose espressioni di synth, tastiere organiche ed attraenti.

Il suo stile eterogeneo e cangiante costituisce il punto di forza dell’album, al quale egli ha donato dolcezza e irrequietezza al tempo stesso, non soltanto nei due brani che ha contribuito a comporre – “Birth Of A Flower (In A Post-Atomic Landscape) part 2” e “Irrational Thoughts” – ma anche in quelli a firma altrui, in special modo “Talkin’ To An Alien About Eternity” e “Zero Gravity In My Lair”.

L’osmosi è stata talmente immediata che mi ha chiesto – se non sotto l’influsso di una qualche potentissima sostanza stupefacente, quantomeno nel pieno di una crisi depressiva che ha immancabilmente pregiudicato la sua capacità di giudizio – di svolgere il ruolo di ingegnere del suono nel suo album solista, “Walkaround”, che sarà a breve pubblicato per i tipi di Terre Sommerse. In questo disco, egli propone ambientazioni per solo piano di stampo squisitamente intimista e più rare espressioni sonore a metà tra sperimentazione e ambient. La collaborazione in un paio di brani con il sottoscritto e Stefano Pontani, ancora una volta assieme, è una genuina testimonianza di un sodalizio che sembra perdurare nel tempo (ma anche di una crudele perseveranza di stampo chiaramente diabolico).

Il risultato di questi incontri ha dato quindi vita a “Fleeting Steps”, un’opera di gruppo, piuttosto che un lavoro solista. Non a caso, ho preteso dalla label che i nomi dei musicisti comparissero in copertina, a fianco al mio.

Il disco esprime un concetto di musica visionaria, a tratti sediziosa, talvolta allucinata, che demolisce schemi precostituiti e modella utopistici archetipi a vocazione intimista. Offre sonorità in bilico tra ambient e sperimentazione, elevando a fonte di ispirazione le criptiche elucubrazioni del Peter Gabriel a vocazione strumentale, l’espressionismo dei Tangerine Dream più enigmatici, il magnetismo multistrutturato dei frippertronics intersecanti ed ambigui, l’oscura propensione dei Goblin più cupi e anticonformisti.

La label mi chiede giustamente di precisare che l’opera è stata stampata nel formato CD in una tiratura limitata a 100 copie (può essere richiesta alla label www.eclectic.it/ o scrivendo all’email annomundigroup@gmail.com), mentre è disponibile in versione digitale sulle piattaforme Itunes, Amazon, Beatport, Junodownload, Deezer, Spotify, Dj Tunes, Clone. Il disco fisico è reperibile anche presso il negozio Pink Moon Records (a Roma, in Via Antonio Pacinotti n. 5 – Tel. 06 5573868 – sito: www.pinkmoonrecords.com/)

Appena due giorni dopo la pubblicazione, tutte le musiche sono state garibaldinamente piratate da più siti esteri.

Una cosa fighissima, a detta del mio discografico: “Certo che ci fa piacere!!!”, ha incalzato a specifica mia domanda, “è un canale promozionale del progetto molto capillare e potente. I pirati sono dei veri opinion leader. Se il disco non ci fosse, vorrebbe dire che non conteremmo un cavolo…”.

Ne consegue che, a metà tra lo spaesato e l’incredulo, mi sono obbligato a sentirmi lusingato: colpito più dalla repentinità dell’evento, che dalle sue conseguenze materiali, ho quindi immediatamente festeggiato, fischietto in bocca e cappellino in testa.

Per quanto riguarda la critica di settore, l’opera è stata accolta ottimamente: in tal senso, mi ero preparato a schivare innumerevoli palate di melma, convinto, come ero, di aver dato alle stampe un album noioso o irritante (e tale risulterà, ne sono sicuro, ai fruitori della musica hard & heavy degli Anno Mundi, come Giovanni Loria, apprezzato critico musicale in forza alle testate Classix e Classix Metal, che ha giustamente rifiutato di recensirlo perché totalmente estraneo ai suoi gusti musicali, cosa di cui lo ringrazio, perché ha probabilmente evitato una sonora stroncatura).

Ho invece scoperto con enorme stupore che il disco è risultato assai gradito ai fruitori dello specifico genere musicale, primo fra tutti, colui che l’ha pubblicato, Alex Marenga, non soltanto un discografico, ma anche un apprezzato critico musicale e un pregevole musicista, in forza a gruppi prog (Simmetrie, Epsilon Indi) e sperimentali (Entropia, Amptek). Insomma, tutt’altro che un principiante.

Recensioni fino ad ora pubblicate in rete si sono rivelate assai generose di commenti positivi, peraltro non soltanto in Italia, ma anche in Francia e UK.

Tra un “Fleeting Steps reveals Gianluca Livi to be a phenomenal sculptor of sound” e un “L’ouvrage (.) est en réalité riche d’une beauté fatale qui ne pourra être perçue que par les plus réceptifs”, passando anche per “…é un album che funge come punto di snodo nevralgico di innumerevoli citazioni e ispirazioni sonore…” (tutti questi commenti mi fanno ipotizzare che il mio tastierista non si sia limitato a consumare la sostanza stupefacente di cui sopra, donandola, invece, a destra e a manca), c’è anche chi ha avuto l’adire di tirare in ballo l’influenza di un musicista sperimentale piuttosto apprezzato, il canadese Tim Hecker.

Sembra inoltre che il brano “Fujiko Mine”, diviso in due parti, vada molto forte, soprattutto (e prevedibilmente) in Giappone (ed infatti, recentemente, ho dato l’assenso alla sua inclusione in un’antologia di genere), circostanza che mi spingerà ovviamente a tradurre in musica anche le gesta degli altri comprimari della serie animata (con la sola eccezione dell’ispettore Zenigata, che vedo più vicino alla formula della banda di paese, piuttosto che alle elucubrazioni tipiche della compagine sperimentale).

Se c’è un aneddoto che si nasconde dietro alla realizzazione di questo album riguarda il mio approccio pressoché nullo verso la musica elettronica/ambient/sperimentale. Diciamo che io nasco come fruitore di musica prog, per poi passare (anche) alla musica seventies in generale (che si tratti di hard rock, psych, blues, art rock, folk di oltremanica) e successivamente al metal, al jazz, senza dimenticare la classica e il cantautorato italiano. Parlando di musica trasversale non sono mai andato oltre “Passion” di Peter Gabriel, “Phaedra” dei Tangerine Dream nonché i lavori più arditi di Magma, SBB, Embryo e pochi altri.

Ed infatti, prima che venisse citato, io non avevo idea di chi diavolo fosse Tim Hecker (e credo di poter parlare anche a nome di Stefano, Massimo e Domenico). In tal senso, spero che in futuro non vengano fatti altri nomi altisonanti ma per me sconosciuti, perché ciò significherebbe il dover ostentare influenze blasonate, pur ignobilmente ignorate.

Tutto ciò ha una morale: l’approccio alla composizione e alla esecuzione di “Fleeting Steps” è stato genuino, puro, per niente condizionato da altri artisti, semplicemente dettato dall’istinto mio e degli altri tre, dalle nostre intuizioni ed espressioni creative.

Finito.

Si, lo so, è venuta fuori una cosa un tantino lunga ma spero che il lettore abbia apprezzato il taglio piuttosto ironico che ho volutamente adottato allo scopo di non appesantire la lettura, allontanandomi dai toni seriosi fin troppo abusati, purtroppo, da chi si pregia di ostentare musica non usuale o, peggio, “impegnata”.

Doverosamente, e contro il mio interesse – più animato dai doveri informativi che gravano sul giornalista, quale sono, piuttosto che da esigenze di promozione tipiche dell’autore, quale anche sono – posso dire che questo titolo tornerà gradito a chi, del prog, ama l’ala più sperimentale e meno commerciale, lontana dai ricchi fraseggi e dalle melodie romantiche, più vicina all’intimismo assennato, talvolta inquietante, ma sempre riflessivo e misurato.

Per coloro che non hanno apprezzato, assicuro l’inesistenza di un capitolo secondo (anche se, ad onor del vero, un brano inedito è già stato sfornato dal quartetto in vista di una compilation che sarà pubblicata da Celtic Moon Edizioni).

Gianluca Livi, ottobre 2017

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