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Gentle Knife – Gentle Knife

Gentle Knife (2015) Gentle KnifeGENTLE KNIFE

Gentle Knife (2015)

Bajkal Records

Gentle Knife è una formazione norvegese, originaria di Oslo, composta da ben dieci elementi: Astraea Antal (flauto, fiati), Pål Bjørseth (tastiere, voce, tromba), Odd Grønvold (bassi), Thomas Hylland Eriksen (sax, legni), Håkon Kavli (voce, chitarra acustica), Eivind Lorentzen (chitarre, synth), Ove Christian Owe (chitarre), Melina Oz (voce), Ole Martin Svendsen (batteria, percussioni) e Brian M. Talgo (samples, testi).

Immersa nelle fiabesche atmosfere scandinave, la band mette a punto un’innovativa formula musicale che trascende il genere con originalità riuscendo a combinare le sonorità degli anni ’70 con soluzioni moderne, ottenendo risultati allo stesso tempo lirici ed inquietanti, sinfonici ed urbani.

Il 2 maggio 2015 la Bajkal Records pubblica Gentle Knife, omonimo concept album di debutto incentrato attorno ad un’unica suite divisa in otto movimenti. Il concept narra la storia di un avventuriero e della sua sfortunata morte in un’incantevole foresta.

Per la realizzazione dell’album la già ampia formazione è ulteriormente estesa ai contributi di: Ole Michael Bjørndal (chitarre aggiunte in Eventide, Tear Away the Cords that Bind, Beneath the Waning Moon, The Gentle Knife, Coda: Impetus), Øivind Hånes (organo aggiunto in Epilogue: Locus Amoenus) e Astrid Lenvik (testi di Eventide e Remnants of Pride).

Ad aprire l’album è la sinfonica Eventide, traccia abilmente orchestrata da un romantico e circolare pianoforte, da una chitarra solenne e da una sezione fiati di chiara scuola scandinava. Ad impreziosire il tutto è l’elegante duetto tra il caldo timbro vocale di Håkon e la più aerea ugola di Melina, che nei vocalizzi ricorda l’algida Nettermalm dei Paatos. L’improvvisa accelerazione nel finale, invece, è totale appannaggio di chitarra (più cupa ed abrasiva), tastiere neoprog e fiati.

L’andatura marziale di Our Quiet Footsteps crea un curioso parallelo con l’hard prog de Il Bacio della Medusa e i più oscuri Marillion di “Fugazi“. Nei riflessi cristallini delle tastiere e nell’apporto dei fiati (eccezion fatta per il sax di chiara derivazione jacksoniana) si avvertono richiami al folk progressivo degli Änglagård di “Viljans Öga” e dei Ciccada di “The finest of miracles“. Al giro di boa si registra un ottimo fraseggio tra chitarra ed organo, complice anche il sornione inserimento dell’onnipresente sax di Eriksen. La solennità della chitarra di Owe e le tastiere di Bjørseth chiamano direttamente in causa il sound dei The Flower Kings, avvalorato anche da una più ispirata e movimentata trama ritmica.

Remnants of Pride è un delicato acquerello nel quale si delinea un malinconico paesaggio scandinavo. Dolci brezze increspano un lago al chiaro di luna lasciando riaffiorare gli struggenti ricordi di un amore perduto. Le atmosfere crepuscolari abbozzate dai fiati avvolgono l’emozionante duetto tra i due vocalist, sbilanciato dalla cristallina delicatezza vocale della Oz (qui più in linea con la Skjellestad di White Willow e The Opium Cartel). Il mai banale contributo chitarristico della coppia Owe/Lorentzen e i più articolati slanci ritmici di Svendsen e Grønvold conferiscono al brano maggiore spessore, mentre le morbide linee del Fender Rhodes aggiungono quel tipico tepore canterburyano che non dispiace affatto.

Con la straniante Tear Away the Cords that Bind si cambia decisamente registro: voci filtrate, ritmica zoppa e un clima che, complici organo, Mellotron, flauto e sax, si lascia influenzare tanto dagli psicodrammi hammilliani quanto dalla circense schizofrenia crimsoniana. Da brividi la performance della Oz che in più di un’occasione ricorda l’eterea Kate Bush di “Wuthering Heights”.

La strumentale Beneath the Waning Moon riesce ugualmente a raccontare scenari incantevoli attraverso i malinconici landscapes del Mellotron, la circolarità della chitarra, le dolci melodie dei fiati e al caldo piano elettrico.

The Gentle Knife è senza dubbio il brano che esprime appieno il potenziale della formazione norvegese, merito soprattutto di un orientamento sonoro più “naturale” nel quale si condensano melodia e robustezza. Se nelle soluzioni oscure vengono chiamati in causa i Van der Graaf Generator, nell’approccio ruvido e dilatato il riferimento sembrano essere i Raw Material di “Time Is…“. Ancora un’ottima prova per la Oz che prende in mano la situazione ed indirizza il brano verso un liquido romanticismo.

Epilogue: Locus Amoenus si discosta dalla tenue linea sinfonica tracciata dagli altri brani per addentrarsi in aperti spazi siderali che profumano di kosmische musik. L’ampio dispiegamento di synth nella sezione iniziale del brano non lascia affatto presagire la progressiva virata acustica attuata da fiati, chitarra, percussioni e batteria.

La conclusiva Coda: Impetus è una traccia strumentale segnata da un discontinuo moto crimsoniano che, repentinamente, si lascia ammaliare da un jazz rock sornione, continuamente “disturbato” da contrastanti incursioni chitarristiche.

Per maggiori info: www.gentleknife.com | facebook

Per acquistare copia dell’album clicca qui.

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