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Homunculus Res – Limiti all’eguaglianza della Parte con il Tutto

Homunculus Res (2013) Limiti all'eguaglianza della parte con tuttoHOMUNCULUS RES

Limiti all’eguaglianza della Parte con il Tutto (2013)

AltrOck Productions

Da dove cominciamo? Mmm… vediamo un po’. Per una volta potremmo iniziare dall’impianto visivo che contraddistingue questo primo album di Homunculus Res. La curiosa immagine di copertina, dai toni tenui ed acquerellati e dall’originale stile Pop Surrealista, cattura al primo sguardo e si candida a diventare una delle icone progressive italiane di questo 2013. Le illustrazioni e la grafica dell’album mirano a dare un taglio ironico e surreale all’intera opera, utilizzando spesso un linguaggio visivo criptico ed esoterico. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono anche il curioso titolo dell’album, Limiti all’eguaglianza della Parte con il Tutto, e gli enigmatici e graffianti titoli dei brani (“ΔU”, “Preparazione Bomba H”, “χΦ”, “[che ne sai tu di un] Cerchio nel Grano”, ecc.), dai quali traspare la sottile irriverenza di Homunculus Res.

Il progetto ruota attorno ai palermitani Dario D’Alessandro (chitarra, voci, minimoog, Casiotone, memotron, glockenspiel, percussioni, grafica), Davide Di Giovanni (piano, organo, batteria basso, chitarra acustica), Federico Cardaci (minimoog, memotron, organo), Daniele Di Giovanni (batteria, percussioni, chitarra acustica, voce), Domenico Salamone (basso), Dario Lo Cicero (flauti) e Mauro Turdo (seconda chitarra). Ospiti dell’album: Paolo “Ske” Botta (Wurlitzer, glockenspiel, Farfisa, Arp Odyssey), Giovanni Di Martino (Microkorg) e Totò Puleo (tromba).

Per quanto concerne l’aspetto musicale possiamo ascrivere tra gli illustri predecessori della band i Picchio dal Pozzo, formazione genovese considerata una delle più autorevoli risposte italiane al Canterbury sound. Come i Picchio dal Pozzo anche gli Homunculus Res evitano la magniloquenza del prog, rivolgendo la propria attenzione verso l’originale sound di Canterbury (quello di Soft Machine, Kevin Ayers, Caravan, Hatfield & the North ed Egg, per intenderci). La band si lascia influenzare anche da gruppi italiani degli anni ’60 e ’70, presentando diverse analogie con le prime produzioni de Le Orme e Premiata Forneria Marconi, specie nelle armonie vocali, nei lampi di neo-psichedelia e nella sperimentazione strumentale.

L’album si apre con i suoni cristallini di Culturismo Ballo Organizzare. I toni pastello e acquerellati della cover ritornano qui in chiave musicale nei ricercati passaggi chitarristici di D’Alessandro e Turdo, e nelle gioiose divagazioni vintage di Paolo “Ske” Botta. Gli impasti vocali di Davide, Dario e Daniele rievocano le tipiche soluzioni della primissima PFM, la cui impronta sonora torna in più di un’occasione, specie nelle parentesi più jazz-rock dettate dalla sezione ritmica.

La breve ΔU aspira a trattare temi filosofici con la stessa innocenza delle filastrocche infantili (“Delta / delta maledetta / maledetto triangolino / l’occhiolino / fallo a qualcun altro” e ancora “Non c’è Due / senza Tre / anche se / di Unità / non ce n’è”). Il solare jazz-rock canterburyano iniziale lascia presto il posto ad una furiosa coda hard prog che si struttura su suoni acidi e sbilenchi.

L’intro di Dj Psicosi è una divertente parodia della base ritmica di “Billie Jean” di Michael Jackson. Da qui parte un’evanescente digressione psych pop che perde forma sfibrandosi e deformandosi su improvvise accelerazioni e cambi di tempo. Con fare sfacciato D’Alessandro continua a ripetere ossessivamente “diggei”, mentre intorno a lui prende forma un coloratissimo cartoon psichedelico sotto effetto elio. Gli arpeggi di chitarra e l’ingresso della tromba di Puleo orientano il brano verso più calde soluzioni jazz-rock, vivacizzate dal Farfisa di Botta e dal Microkorg di Di Martino, e ammorbidite dal basso di Salamone e dalla batteria di Di Giovanni (Daniele!).

La dissacrante ironia dello Zappa di “Freak Out!”, filtrata attraverso le calde melodie jazzate Made in Canterbury, dà vita a Preparazione Bomba H. Il titolo rievoca il nome di un noto unguento che da decenni procura (ehm!) sollievo ai suoi utilizzatori. È veramente difficile stare al passo di Homunculus Res, capire fino a che punto si spinge il “gioco” e dove, invece, si inizia a fare sul “serio”. Armonie vocali, aperture melodiche, continui cambi di tempo, numerosi stop and go, “scherzi” sonori e molto, molto altro.

Sintagma, poi, è una brevissima scheggia impazzita: jingle e motivetti “rubati” a videogames anni ’80 si combinano su ritmi scostanti, a mo’ di marcetta, in un’inquietante atmosfera circense.

Jessicalaura parte lenta e compassata con D’Alessandro a cantare “Non son degno di te / non ti merito più” di migliacciana memoria. Nella parte centrale il brano si ravviva – merito del lavoro ritmico e delle svisate al minimoog di Cardaci – per poi tornare alle soluzioni iniziali.
Gioca col titolo anche [che ne sai tu di un] Cerchio nel Grano. Il piano di Davide Di Giovanni e il flauto di Lo Cicero guidano lo sviluppo di un brano che, per soluzioni, risulta tra i più prog dell’album. La chitarra e la sezione ritmica sembrano voler percorrere la stessa strada della PFM ne “La carrozza di Hans”. Le parti più dilatate e soffuse, invece, ricordano alcune cose degli ultimi Jaga Jazzist e dei Motorpsycho psichedelici di “Phanerothyme”. Nei versi finali, ancora una volta, viene fuori la vena ludica di Homunculus Res (che non risparmia neppure De Andrè!): “Dorme sepolto / in un campo di grano / Non è la rosa / non è il tulipano / sembra piuttosto un arcano sigillo / tanto neanche Giacobbo lo sa”.

Rifondazione Unghie, orfana di testo, è uno strumentale di pregevole fattura. Si parte con una ritmica tribale e sostenuta, sulla quale si avvicendano flauto, piano, chitarra, minimoog. A prendere il sopravvento è però il flauto di Lo Cicero, eccellente tanto nei passaggi ritmici quanto nelle fughe solitarie. Cardaci e Botta caricano il pezzo con un movimentato intreccio di minimoog, Farfisa e piano elettrico che avvicina sempre più Palermo a Canterbury.

Il succo de La ballata dell’amore stocastico è tutto nei versi “Io ti voglio bene / senza te che farei / Ti voglio bene / ma tu perché te ne vai / Ritorna subito / anzi vai / va’ pure al diavolo”. Il tono sottile ed introspettivo di D’Alessandro ricorda fortemente quello di Wyatt. Non è un caso, quindi, che il brano si affidi al ruolo portante di piano e sezione ritmica, e al timbro morbido del sordone di Lo Cicero. Una piccola gemma musicale dalla quale risulta difficile separarsi.

La criptica χΦ (o meglio X Fidia) si muove su coordinate cinematografiche, con un testo insolitamente cantato al contrario: “alla rovescia / era una celia / si davano i numeri / ora è tutto facile / inizia così” (che fa tanto “Areknames”).

Nabucco Chiappe d’Oro è un altro splendido acquerello sonoro, delicatamente strutturato su diverse figure ritmiche che agevolano il compito alla cristallina chitarra jazz di D’Alessandro e alle sognanti melodie di Botta e Di Giovanni. Il movimentato finale si ricollega – grazie anche ad accordi “fratturati” e frippiani – al successivo Il papa buono, un piacevolissimo jazz-rock vivacizzato dall’ottimo lavoro di Cardaci all’organo e al minimoog, e di Botta al Farfisa.
I ventitré secondi di Accidenti (S. Gore hommage) riescono a condensare (paradossalmente!) quanto di buono la scuola di Canterbury ha consegnato alla storia della musica progressiva.

Centoquarantaduemilaottocentocinquantasette è la reale dimostrazione di come il talento di ogni singolo musicista venga qui messo a disposizione del “collettivo” e non del “singolo”.

Per Profiterol vale un po’ lo stesso discorso fatto per Nabucco Chiappe d’Oro, anche se in questo caso giocano un ruolo importante chitarra e synth.

Estate 216 solstz è un estratto canterburyano di scuola Caravan, solare e melodico. Puk 10 invece sembra preferire suoni più oscuri e inquietanti, vomitati dal minimoog di D’Alessandro e dalle macchine di Davide Di Giovanni.
L’album si chiude con Il contrario di Tutto, brano in cui si registra il ritorno al cantato dopo il lungo collage strumentale degli ultimi sette brani. Uno spaccato di vita contemporanea che suona come una sognante voce fuori dal coro: “Lunedì martedì mercoledì / fino a sabato / io mi rompo le palle / Si lo so che non dovrei lamentarmi / visto che il lavoro non c’è / specie il posto fisso”. Che sia questa la chiave di lettura di Limiti all’eguaglianza della Parte con il Tutto (e Il contrario di Tutto)?!

Pubblicato lo scorso 10 giugno – in contemporanea con “Sensitività” de La Coscienza di Zeno, “Not A Good Sign” e “Їh” dei francesi Rhùn – quest’opera prima ci presenta un progetto tutto nuovo che con la musica si diverte e diverte!

Per maggiori info: www.facebook.com/HomunculusRes?fref=ts


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