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I Paralumi della Ragione – Il making of del nuovo album degli Astrolabio

i-paralumi-della-ragione-il-making-of-del-nuovo-album-degli-astrolabioIl disco:

L’idea di un nuovo album degli Astrolabio nacque ancora durante le sessioni di registrazione del precedente disco, “L’Isolamento dei Numeri Pari”, uscito nel 2014. Il primissimo impulso allo scrivere dei nuovi brani venne da parte mia, ed in brevissimo tempo coinvolse a pieno regime anche l’impegno dei compagni, nel cimentarci con il mettere a punto idee, giri armonici, riff o scritti, mentre a turno attendevamo di entrare in sala per le rispettive parti da registrare.

Inizialmente il mio intento, cosa peraltro che medito da anni e ad oggi incompiuta, era quello di realizzare un concept-album che avesse come tema centrale la memoria. Questa rivelazione potrebbe spiegare ad un ascoltatore attento anche il tema conduttore di alcuni brani del primo disco: “Non Ricordo”, o “Fotografie”. Man mano, però, che le idee si concretizzavano e che aumentava la condivisione con gli altri componenti, il focus ha preso l’autostrada della satira politica, un po’ data dall’essenza fondamentalmente umoristica di cui siamo fatti, un po’ perché i drammatici problemi dell’attualità non ci lasciano indifferenti. Quindi di fatto, abbiamo abbandonato il tema intimista per un doveroso ritratto della realtà sociale, politica e culturale del nostro tempo, e nello stesso contesto, prendendo in giro i detentori del potere, responsabili o complici dello stato delle cose. Ne è venuto fuori un mondo grottesco, fantozziano, che se da un lato fa sorridere, dall’altro porta l’ascoltatore a riflettere sulle piccolezze della società di cui facciamo parte. Per legare il tutto, abbiamo immaginato sin dall’inizio del progetto, che per compiere questo viaggio surreale non ci fosse nulla di meglio del mondo dei sogni, delegando quindi ad un ipotetico protagonista, che si addormenta all’inizio dell’album, ed alla fine si desta (“Dormiveglia #1” e “Dormiveglia #2”), il compimento di questo viaggio sotto forma, appunto, di un sogno/incubo nel quale attraversa tutti i micromondi coi quali viene a scontrarsi quotidianamente: dalla pubblica amministrazione, agli psico-drammi personali, dalle sanguinose cronache di guerra, alle ridicolaggini della politica.

Come detto, il primo impulso alla composizione in casa Astrolabio è quasi sempre il mio, che poi è immediatamente condiviso e coadiuvato dai compagni. Generalmente, infatti, arrivo in sala con un giro o un’idea molto grezza da sviluppare. Ognuno, nel tempo, ha strutturato una sua competenza. La mia riguarda sempre la parte letteraria. Paolo ha spiccate doti arrangiative, specialmente per quel che riguarda le parti melodiche, vocali o strumentali (non a caso molto spesso i testi che scrivo, sono fin da subito destinati a lui). Alessandro ha sviluppato nel tempo grandi capacità d’immaginare variabili imprevedibili, relative al Tempo, ma non solo, che hanno l’impagabile dote d’inseguire costantemente ciò che ancora non è stato fatto, o quello che il futuro ascoltatore non si aspetta. Massimo è l’elemento razionale del gruppo. Indispensabile per farci tornare coi piedi per terra quando “partiamo per la tangente”, infilandoci in idee troppo più grandi di noi. Il suo prezioso apporto riguarda quindi i momenti di unisono e le caratterizzazioni che imprimono una forte identità ad ogni brano. Per capirci: ad esempio, è possibile immaginare “Impressioni di Settembre” senza il riff di Premoli? Ovviamente sarebbe riduttivo dichiarare che ogni brano segue questo iter. Infatti, i pezzi seguono sempre un percorso unico. E ascoltandosi lo si evince bene. Io stesso a volte ho un testo, a volte un giro di accordi, altre ancora solo una melodia in testa. Una cosa è certa: il livello produttivo degli Astrolabio è sempre stato molto alto. A testimonianza di ciò: l’elevato numero di outtakes, ed il fatto che anche questa volta, come in precedenza, all’uscita del disco, vi siano già in cantiere cinque pezzi pronti per un futuro album, di cui però non voglio ovviamente parlare. Questo avviene regolarmente per la nostra dichiarata incapacità di fermarci troppo a lungo sulle stesse cose, che poco dopo la loro realizzazione, sono già vecchie! Di certo non ci piace vivere di rendita. Ai nostri concerti si sente sempre materiale nuovo, ad eccezione di un paio di grandi “classici” a cui siamo ormai affezionati.

Le sessioni di registrazione per I Paralumi della Ragione sono andate avanti più o meno regolarmente, compatibilmente con le nostre vite, e le irrinunciabili prove settimanali, tra i primi mesi e la primavera del 2016, mentre l’estate è stata destinata agli ospiti, agli ultimi dettagli ed al missaggio. Un doveroso ringraziamento lo dobbiamo al fondamentale contributo di Marco Ciscato, titolare dello studio, che come già avvenuto in passato, si è dedicato anima e corpo all’impresa, co-producendo l’album e suonando con noi qualche parte.

Un aneddoto simpatico riguarda il coro all’interno del brano “Otto Oche Ottuse”, che vede la partecipazione di mio figlio Zeno (quattro anni!), che in quel momento transitava casualmente dallo studio insieme a mia moglie, ed è stato coinvolto dai presenti dopo averlo sentito canticchiare il giro vocale in lavorazione in quel momento (in 9/8!).

I brani:

“Dormiveglia #1 (Black)” è il ponte d’andata nel passaggio tra conscio e sogno, in cui le vicissitudini del Nostro cedono il passo a paure e speranze gelosamente custodite nell’io sommerso. Il brano che ha dichiaratamente ispirato i due “fermalibro” posti ai poli opposti di questo concept-album (addormentamento e risveglio) è Blackbird dei Beatles. Un sentito tributo al maestro Paul McCartney.

“Nuovo Evo” è una lavatrice hard prog nei denti, che travolge il sonno appena iniziato tramutandolo di colpo in un incubo tra il surreale e le piccolezze iperconcrete del vivere quotidiano. Le difficoltà di tutti i giorni assumono sembianze grottesche e dimensioni elefantiache, tanto da dare l’angosciosa parvenza di soffocare il tutto in un immobilismo perenne.

“Una Cosa” è il primo momento di follia del disco, che non a caso si contrappone al “mal di vivere” del brano precedente. Si tratta di una meta-canzone, nella quale cioè si esprime in modo onomatopeico, e a tratti demenziale, un metodo ri-creativo col quale liberare la propria fantasia al fine dichiarato di scrivere appunto una canzone “diversa” che prenda in giro sé  stessa.

“Pubblico Impiego” denuncia con verve polemica ed ironica, ancora una volta, il mal costume italico per antonomasia legato alla burocrazia ed ai privilegi dei dipendenti statali ed affini, raccontando attraverso una novella kafkiana la metamorfosi di un topo che, tramutatosi in impiegato, non sconta alcun pregiudizio agli occhi degli altri ma che, anzi, acquista e mantiene inalterati ruolo e privilegi del suo nuovo status.

“Arte(Fatto)” esprime il senso d’inadeguatezza dell’artista, dibattuto fra critica e pubblico, che mai afferra il senso del proprio valore, frustrato dalla discrepanze tra la sua opinione riguardo le proprie opere ed il corrisposto economico, che quindi non lo gratifica affatto. In campo l’eterna questione se l’Arte sia nelle mani dell’artista o nell’occhio del fruitore, col committente nei panni di terzo incomodo.

“Otto Oche Ottuse”, ispirato ad una vecchia “cavalcata prog” strumentale degli Elettrosmog, è una sciocca favoletta strumentale sul viaggio intrapreso da otto oche appunto, sui cieli dell’Inghilterra. Un breve brano circolare, che esprime il goffo, movimentato viaggio di questi animali, dalla proverbiale stupidità, paventando alla mente del dormiente un mondo pieno di figure grottesche alla Salvador Dalì.

“La Casa di Davide” è un lungo brano che, così come avviene nei sogni, succede senza soluzione di continuità al pezzo precedente. Il tema dominante è tristemente noto, ovvero lo stato di guerra perenne subito da quanti (soprav)vivono, da generazioni, nei territori della Palestina, dove le questioni religiose ed economiche, che mai hanno fornito giustificazioni valide, si mischiano in un incomprensibile unicum di morte.

“Sui Muri” è un pezzo che affonda il proprio sguardo sul tema della vecchiaia o, per meglio dire, del decadimento psico-biologico di un essere umano, rinchiuso nella propria “torre d’avorio”. La particolarità sta nel fatto che tale processo è documentato da un inconsueto osservatore privilegiato: un ragno che, dall’alto della sua polverosa ragnatela, testimonia il lento oblio che spazza via ogni memoria appartenuta a quel luogo e a chi lo ha abitato.

“Dormiveglia #2 (Bird)” come il suo alter ego (#1) è il corrispondente di uno stato di semi-coscienza, solo che questa volta il viaggio è verso la consapevolezza, il risveglio da un sonno che è stato quanto mai agitato. In breve però, come quasi sempre accade, il sogno cede il passo alle routinarie attività quotidiane facendo decadere per sempre il ricordo dei vividi mondi attraversati solo fino a pochi istanti prima.

Michele Antonelli (Astrolabio), dicembre 2016

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