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“Inside me”… la genesi di “Dances of the drastic Navels”, nuovo album dei Daal

Daal - Dances of the drastic Navels

Il pensiero, l’idea, l’ispirazione e la composizione del nuovo album dei Daal, Dances of the drastic Navels, risalgono ormai a più di un anno fa, alla fine dell’estate e alle porte dell’autunno del 2013.

Dopo l’inaspettato successo del terzo album, “Dodecahedron”, Davide ed io ci trovammo per parlare del futuro del nostro progetto e per eventualmente dare un seguito all’“album nero” dei Daal. Come ogni volta le idee e l’entusiasmo fecero un po’ “a botte” con il nostro modo di intendere e vedere la musica: Davide molto più concreto e professionale, io un po’ più con la testa tra le nuvole e alla ricerca di chissà cosa.

Fatto sta che il primo spunto, la prima idea (di Davide naturalmente) fu quella di realizzare e pubblicare un doppio album costituito dal seguito di “Dodecahedron”  e da un nuovo “ritorno al passato” con una manciata di brani dal sapore sperimentale ed elettronico.  L’idea era molto ambiziosa e a mio parere commercialmente da suicidio. Fatto sta che decidemmo di iniziare a scrivere ognuno per conto proprio le prime idee per il doppio lavoro targato Daal, dandoci appuntamento poi ad ottobre inoltrato, come all’epoca del primo album “Disorganicorigami”,  nel vecchio casale nella campagna viterbese per riordinare le idee.

Purtroppo le cose non sempre vanno come si pensa e per una serie di imprevisti da una parte e dall’altra non riuscimmo mai a ritornare nel “nostro caro” vecchio casale. Ci incontrammo in Skype e saggiamente decidemmo di lasciar perdere il doppio album, di parcheggiare momentaneamente un album successore di “Dodecahedron” e di dare invece libero sfogo alla nostra immaginazione e fantasia, ripercorrendo idealmente quanto di buono fatto nei primi due album e dando finalmente una forma e una conclusione alla “suite a puntate” intitolata “The Dance of the drastic Navels”, iniziata col vol. 1  in “Disorganicorigami” e ripresa col vol. 2 in “Destruktive”.

Dentro me avevo già bene in mente tutto. Non lo so spiegare, ma mi succede spesso prima di scrivere un album, di avere dentro me, chiaro e ben preciso il disegno dell’opera.  Spiegai a Davide quello che volevo fare: un album che “chiudesse un po’ il cerchio” con i primi due. Insomma, “dare una forma” a quanto esplorato nei primi due lavori. Lui fu d’accordo, anche se pensammo subito al rischio di una scelta del genere dopo aver pubblicato un album come il “Dodecahedron”:  come avrebbe reagito l’ascoltatore dei Daal dopo aver goduto con i suoni dodecahedronici a doversi ributtare nei labirinti elettronici e dissonanti dei primi due lavori? Non lo sappiamo, ma questo è quello che sentivamo di fare.

Quindi tutto deciso,  mi mancava solo una cosa,  un luogo solitario ed appartato dove iniziare seriamente a scrivere le bozze dei brani. Dentro di me sentivo l’impulso, il bisogno di isolarmi per qualche giorno, ma non sapevo esattamente dove.

Fu a questo punto che entrò in scena il signor Sandro. Per caso o per coincidenza (non troppo inaspettata), conobbi questo anziano signore che possedeva una vecchia baita di montagna, in una delle valli bergamasche e fu davvero felice di lasciarmi la sua casetta di vacanza per un week end di metà ottobre.

Fu così che con un pc portatile, una master keyboard, una manciata di libri, due buste di spaghetti, qualche scatoletta di tonno e di pomodori e qualche bottiglia di buon vino, un venerdì  pomeriggio di ottobre di circa un anno fa, mi presentai alla porticina della vecchia baita del sig. Sandro.

La casetta era naturalmente chiusa. Pareti di pietra a vista intervallate da restauri più o meno recenti all’esterno. Dentro una piccolissima cucina con camino e un comodo divanetto davano un aspetto quasi fiabesco alla casa. Una scaletta di legno sul retro, sopra il bagnetto,  portava alla camera matrimoniale nel sottotetto.

Lo spettacolo però era tutto intorno. Un posto stupendo ed isolato. Oltre il piccolo recinto di legno, un bellissimo bosco di abeti e pini e alle spalle una enorme parete di roccia che permetteva al sole di raggiungere la baita solo in alcuni mesi estivi.

L’atmosfera era abbastanza particolare. Di giorno decisamente tranquilla, la notte buia e silenziosa, intervallata ogni tanto da rumori  non ben identificabili, provenienti dal bosco… un po’ inquietante per uno come  me abituato al rumore della pianura, ma era quello che volevo. Era quello che sentivo dentro.

Quello che successe in quei tre giorni  di metà ottobre fu alquanto stimolante. La sera faceva decisamente freddo e quindi accesi il camino perché non avevo pensato di portarmi dei vestiti più pesanti. Fortunatamente avevo provviste e vino “da montagna” che mi diedero le giuste calorie per affrontare la notte. Come dicevo era già tutto dentro me. Non saprei dire come, ma in due giorni scrissi tutti e cinque i brani del nuovo album, dando molto spazio e priorità a quella che era l’idea principale del disco: la lunga suite “The Dance of the drastic Navels” il  manifesto sonoro dei Daal.

Questo lungo brano rock con intervalli ritmici e armonie dissonanti, condito da movimenti elettronici e piccoli attimi di malinconia, è il degno finale di quanto raccontato nei primi due volumi, dove avevo immaginato un uomo del futuro che si innamorava e si lasciava “prendere” da una strega metà donna e metà robot che alla fine ne faceva il suo giocattolo. Cercai di mettere anche qualche riferimento armonico delle prime due parti, quella di “Disorganic” e quella di “Destruktive”, evitando però di cadere nel banale (e spero tanto di esserci riuscito).

Di seguito nacquero “Elektra”, un brano riflessivo, elettronico, ma con seri connotati rock  dedicato ad una cara amica notturna che “non c’è più” e “Lilith”, una sorta di nenia ipnotica strumentale ispirata da un disegno che trovai inciso su un albero nel bosco nei pressi della baita.

“Inside You” doveva essere inizialmente il finale della suite e in parte lo è, ma decidemmo che per dare il giusto risalto a questo brano cantato lo avremmo posto alla fine dell’album con un proprio titolo.

Faticosamente nacque “Malleus Maleficarum”: mi martellava in testa, ma non la riuscivo a scrivere. Ricordo che era domenica pomeriggio e mi apprestavo a preparare le mie cose per ritornare a casa. Scesi in paese a bermi una birretta e chiamai Davide al telefono. Fu lui che mi diede il giusto input. Ci voleva un brano di apertura, incalzante, veloce e con pochi fronzoli. Una sorta di “Chimaira” o di “Anarchrist” o “Dodecahedron I”. Ritornai subito in baita, riattaccai tutto e riaccesi il generatore. In cinque minuti scrissi il riff e le principali parti armoniche di quello che sarebbe diventato “Malleus Maleficarum”. Perché questo titolo? Lessi quel libro molti anni fa e ricordo che rimasi molto colpito dai perversi dettagli descritti. Un antico testo essenzialmente contro la donna. Sì, pensavo potesse in qualche modo avere a che fare col mood del nuovo album.

Quando tornai a casa lasciai passare qualche giorno prima di incontrarmi in Skype con Davide. Parlai della mia esperienza solitaria in montagna e gli mandai tutte le bozze dei brani. Davide ebbe delle grandi idee per completare e riarrangiare il tutto. Le introduzioni a “Malleus  Maleficarum” e a “The Dance of the drastic navels” sono opera sua e ben si sposano con i brani. Registrò tutte le sue parti di batteria con estrema perizia e precisione come al solito e partecipò attivamente agli arrangiamenti, dandomi ottime idee e spunti per amalgamare tutto per bene. Sì, siamo diversi… molto diversi, ma credo che senza Davide non potrebbero esistere i Daal. Quello che esce dalla nostra unione artistica è ancora oggi per me piacevolmente sorprendente.

Anche in questo album abbiamo voluto degli ospiti per completare tutto. Per basso e chitarra eravamo più che sicuri che Bobo Aiolfi dei miei Prowlers ed Ettore Salati (ACB) avrebbero dato un apporto fondamentale alla nostra musica, come già fatto nei precedenti lavori. Avevamo pensato di non chiamare altri artisti stavolta, di gestire tutto con Bobo ed Ettore. Alla fine però capimmo che per “Inside You” ci voleva una voce femminile particolare e uno strumento che “scaldasse” l’atmosfera un po’ glaciale e tetra di tutto il disco. Un amico ci consigliò la bravissima polistrumentista e cantante norvegese Tirill Mohn, mentre il chitarrista dei Prowlers Stefano Piazzi, amico di tante avventure sonore, mi consigliò la violinista Letizia Riccardi che già aveva suonato nell’ultimo album dei Prowlers, “Mondi Nuovi“. Detto, fatto. Il tocco femminile di Letizia e la voce particolarissima di Tirill donano a tutto il disco un valore aggiunto insperato.

Ora il disco è pronto per la stampa… non è più solo dentro me. Anche se vi impegnerà parecchio nell’ascolto e nell’assimilazione, spero che alla fine un po’ entri anche dentro di voi.

Alfio Costa, ottobre 2014

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