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Intervista a Fabio Zuffanti

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HP: L’appuntamento con la rubrica “L’artista racconta” vede stavolta protagonista Fabio Zuffanti, artista solista e leader di numerosi gruppi e progetti (Finisterre, La Maschera Di Cera, Höstsonaten, L’Ombra della Sera, Rohmer, laZona, Aries, Quadraphonic, R.u.g.h.e. e molti altri). Ciao Fabio, noi della redazione di HamelinProg.com ti ringraziamo per averci concesso questa preziosissima intervista.

F.Z.: Grazie a tutti voi per l’accoglienza e la grande attenzione nei confronti del mio lavoro!

HP: Iniziamo la nostra chiacchierata partendo proprio dall’importante ricorrenza che in questi giorni ti vede festeggiare il ventesimo anno di attività musicale. Ci potresti fare un bilancio di questi “primi” venti anni?

F.Z.: Sono stati anni belli ma anche difficili. Il lato positivo di tutto questo lungo periodo è l’avere “messo al mondo” una serie di album dei quali sono più che orgoglioso e che spero rimarranno, di avere collaborato con ottimi e versatili musicisti e di avere girato mezzo pianeta con la mia/nostra musica. Dall’altra parte quando si sceglie di vivere di musica, sopratutto di musica non prettamente commerciale, sono molteplici le problematiche che possono sorgere, in primis la mera sopravvivenza. Mi considero però molto fortunato ad avere avuto la capacità di, appunto, “sopravvivere” fino a oggi e spero che la strada futura possa essere un poco più in discesa rispetto a quella passata.

HP: In questi anni ti sei misurato con un’infinità di generi musicali: dal rock al folk, dal pop all’elettronica, dalla psichedelia al tanto amato progressive. Come sei riuscito a mantenere alta la qualità dei tuoi numerosi lavori pur variando sempre la proposta musicale?

F.Z.: Mi considero anzitutto un ascoltatore, prima che un musicista. Sono svariati gli stili che mi piacciono e adoro mettermi in gioco misurandomi con molti di essi. Spesso per curiosità ma altrettanto spesso, appunto, per una sorta di sfida con me stesso. Non potrei mai essere un compositore “monotematico” e credo che più il mio bagaglio di ascolti è cresciuto più sono cresciute la mia ispirazione e la mia voglia di creare. Negli ultimi tempi sto però anche cercando di riprendere in mano i fili di questo sterminato, e a volte un po’ dispersivo, universo di influenze e immagino dei lavori futuri ove nello stesso album si possano trovare tutte le ispirazioni del caso fuse nel modo migliore possibile con un linguaggio sempre più personale. Non sarà facile ma diciamo che questa sarà un po’ la mia sfida per gli anni a venire.

HP: Un aspetto importante della tua ormai lunga carriera musicale è quello di essere diventato un artista di riferimento del panorama progressivo contemporaneo nostrano. Intorno alla tua figura gravitano artisti storici del prog italiano, ma anche una folta schiera di giovani e talentuosi musicisti. Qualche mese fa, ospiti in questa nostra rubrica, gli Unreal City ti hanno definito “artista visionario” e come “l’uomo del prog moderno che le altre scene internazionali dovrebbero invidiarci”. Ti ritrovi in questa descrizione? Chi è Fabio Zuffanti?

F.Z.: Fino a poco tempo fa se qualcuno mi avesse detto che sarei stato definito “artista di riferimento del panorama progressivo contemporaneo nostrano” non ci avrei mai creduto. Il prog è un genere che è stato dato per defunto per così tanto tempo che pensare a me come punto di riferimento in un panorama in cui comunque ci sono ancora i grandi del passato a dettare legge e nel quale i “giovani” sono spesso tenuti in scarsa considerazione mi sembra fantascientifico. Da parte mia credo di avere lavorato tantissimo e grazie a questo lavoro forse a questo punto potrei rappresentare una buona “testa d’ariete” per sfondare il muro di diffidenza nei confronti del prog, ma per tirare delle buone testate devo essere sostenuto e spinto da chi come me fa parte di questo bizzarro panorama. Sfondate le porte poi ci sarà spazio per tutti quelli che lo meriteranno. Se inoltre la mia esperienza potrà essere d’aiuto ad artisti che si affacciano da poco nel mondo musicale, come appunto sono stati gli Unreal City, non potrò che essere felice.

HP: Mau Di Tollo, Alessandro Corvaglia, Agostino Macor, Andrea Monetti, Matteo Nahum, Luca Scherani, Laura Marsano, Simona Angioloni, Carlo Carnevali, Silvia Trabucco, Joanne Roan e molti altri (l’elenco è lunghissimo!), sono i compagni di viaggio che da anni condividono con te gran parte delle tue esperienze musicali. Ti va di spendere due parole su questo affiatato gruppo di amici/musicisti?

F.Z.: I musicisti che avete citato sono dotati di grandissimo talento indipendentemente dal fatto che abbiano collaborato con me, e molti di loro con i dischi solisti lo stanno dimostrando alla grande. In generale credo di essere dotato di un buon radar che capta il talento e quando mi rendo conto che una persona mi comunica qualcosa di positivo decido che è il caso di provare a collaborare. E le collaborazioni come quelle che avete citato hanno infatti dato più che ottimi frutti. Ma tutto parte dall’aspetto umano, puoi essere il più bravo musicista del mondo ma se umanamente c’è attrito per me non c’è verso. Preferisco allora collaborare con qualcuno meno capace ma con il quale mi trovo meglio. Perché per me è solo con la gioia di stare bene assieme che si può creare un legame che poi si riflette positivamente nella musica.

HP: Non possiamo dimenticare, inoltre, le figure di Rossano “Rox” Villa e Matthias Scheller. Che importanza rivestono nei tuoi lavori e nella tua attività musicale?

F.Z.: Rox è stato fondamentale per la buona riuscita de “La quarta vittima”; mi ha aiutato a scegliere i musicisti, ad arrangiare il tutto, a produrre il disco e inoltre ha dato libero sfogo a tutto il suo talento nella nobile arte della registrazione sonora. Cosa forse messa un po’ da parte negli ultimi anni, ove basta un computer, una saletta e qualche microfono per realizzare dei dischi. Fare uscire un album registrato con la giusta cura è però una garanzia per donare a questi vita e futuro.

Matthias in qualità di mio discografico in AMS mi ha dato carta bianca per realizzare il progetto “La quarta vittima” e di questo gliene sarò sempre grato; inoltre ora che il cd è uscito sta gestendo tutto l’aspetto promozionale in maniera impeccabile. In tutto ciò mi permetto di essere fiero della mia perseveranza; i demo casalinghi che avevo fatto ascoltare sia a Rox che a Matthias lo scorso marzo non li avevano lasciati così impressionati. Poi c’era il fatto che volevo a tutti i costi cantare io, che non sono considerato certo un’”ugola d’oro” nel prog italiano, inoltre il mio nome da solista non era ancora così ben visto. I miei procedenti album solisti infatti erano lavori assai diversi da quest’ultimo e la maggior parte della mia “fama” l’ho raggiunta come componente di Maschera Di Cera, Finisterre e Höstsonaten. Nonostante tutte le incertezze però io sono andato avanti a rompere le scatole al mondo intero fino a che non ho concretizzato questo sogno. Sapevo perfettamente dove volevo andare a parare e finché non ho raggiunto ciò che volevo non ho smesso di crederci. Il risultato credo sia sotto gli occhi di tutti.

HP: Fabio, qualche settimana fa abbiamo avuto modo di recensire il tuo ultimo album solista, “La quarta vittima”, lavoro interamente imperniato sul progressive rock e ispirato alla raccolta di racconti gotico/surreali “Lo specchio nello specchio”, dello scrittore tedesco Michael Ende. Potresti illustrarci la genesi, la realizzazione e la natura di questa tua nuova opera?

F.Z.: Nel gennaio dello scorso anno è uscito l’ultimo album de la Maschera Di Cera, “Le porte del domani”, un disco di cui sono assai fiero e che credo rappresenti una specie di vetta per la band. Poche settimane dopo l’uscita del disco, invece di starmi a godere il successo di questi, sono stato preso da una sorta di “febbre compositiva”. Ciò soprattutto perché avevo finito di rileggere per la milionesima volta “Lo specchio nello specchio” e per la milionesima volta ero stato ispirato dal libro a scrivere della musica. Erano anni che avevo questo progetto in cantiere ma per un motivo o l’altro non ero mai riuscito a concretizzarlo. Questa volta però ho deciso di prendere l’ispirazione al balzo e di provare a portare a termine la cosa. La musica a quel punto ha cominciato a scaturire in maniera incredibilmente fluida e in capo a poche settimane avevo pronte le prime stesure. Fatto ciò mi sono messo al lavoro per realizzare dei demo casalinghi in cui i pezzi venivano dotati di arrangiamenti realizzati con computer, basso e chitarre. Questi demo li ho poi fatti sentire a Matthias e, ottenuto il suo ok, a Rox che si è dato da fare per limare a dovere il tutto e cominciare a pensare ai musicisti che avrebbero potuto suonarvi. Fatte le scelte del caso abbiamo mandato i miei demo ai musicisti che hanno imparato le loro parti. Arrivati in studio però questi hanno con piacere seguito le nuove direttive mie o di Rox per studiare assieme arrangiamenti maggiormente efficaci rispetto a quelli dei demo. Da lì tra idee varie, spesso assai stimolanti, si è arrivati al termine delle registrazioni e al mixaggio nel quale Rox si è sbizzarrito con tutta la sua capacità di creare “mondi sonori” che hanno impreziosito il tutto.

HP: Per l’esecuzione de “La quarta vittima” hai chiamato a raccolta noti esponenti della scena progressiva contemporanea italiana, ma anche musicisti provenienti dai più diversi contesti musicali (metal, jazz, folk, funk, ecc.). Noi abbiamo sottolineato che le tue scelte sono dettate dalla ricerca del talento e non dalla carta d’identità. La domanda è: come si realizza un album di progressive rock con musicisti eclettici ma in qualche modo “estranei” al genere?

F.Z.: In realtà poi ho scoperto che anche i musicisti che pensavo più distanti dal genere erano “sottobanco” anche loro appassionati e quindi è stato più facile del previsto. In generale volevo comunque misurarmi con nuovi modi di suonare e interpretare le mie idee. Con tutto il rispetto per i miei collaboratori passati per questo disco volevo essere stupito da qualcosa di totalmente diverso e magari avulso rispetto al lavoro che può fare chi già conosce la mia musica e il genere.

HP: Fabio, non credi che il moderno verbo progressivo de “La quarta vittima” possa in qualche modo aiutare a “sdoganare” definitivamente il progressive al grande pubblico italiano?

F.Z.: Forse potrebbe e personalmente ne sarei ben felice. C’è però da considerare il fatto che sono ancora in molti ad essere prevenuti nei confronti del prog italiano. Quindi magari è il disco più moderno e aperto del mondo ma è definito (anche) prog quindi allontana da se potenziali ascoltatori. Come ovviare? Al momento è molto difficile, spero che questa musica sia così “forte” da potere abbattere tutte le barriere.

HP: In tutta Europa (dal Regno Unito ai paesi scandinavi, fino ai paesi dell’Est) il progressive rock sta sempre più catalizzando l’attenzione delle giovani generazioni. In questi scenari band e artisti validissimi sono cresciuti facendo gruppo, riuscendo ad oltrepassare i confini nazionali e ad ottenere risultati impensabili. In Italia, invece, la scena prog sembra ancora frammentata in piccole realtà provinciali, chiuse e un po’ spocchiose. Cosa bisogna fare, secondo te, per colmare questo assurdo gap?

F.Z.: Le cose sono più difficili di quello che sembra. Forse in Italia ci sono troppe prog band rispetto ad altri paesi, ed essendoci tanti artisti questi tendono a farsi la guerra. In più c’è molta frustrazione, ci sono pochi spazi dove suonare, scarso pubblico e tantissimi altri malfunzionamenti che portano rabbia e malcontento. Lo so e lo vedo sulla mia pelle e personalmente non saprei come uscirne. Forse il successo più in larga scala di un artista potrebbe contribuire ad aprire alcune porte, portando una minore frustrazione. Certo le rivalità ci sarebbero sempre ma almeno su un territorio di più larga scala, non sempre e solo battibeccando tra i soliti quattro poveri gatti.

HP: Alcuni artisti italiani (anche di successo) per poter lavorare in condizioni migliori ed accrescere la loro professionalità sono stati costretti a lasciare l’Italia. Il nostro sembra essere un paese sempre più disinteressato a tutto ciò che è cultura, arte, musica. I lavori creativi vengono continuamente bistrattati, umiliati, ritenuti inutili o, nella migliore delle ipotesi, posti alla stregua del mero divertimento. Qual è il tuo punto di vista in merito?

F.Z.: A mio avviso non c’è via d’uscita. Lasciare il nostro paese non serve assolutamente a nulla, all’estero sarai sempre visto come “l’Italiano” e quel marchio non te lo leverà nessuno. Infatti non c’è nessun musicista italiano emigrato all’estero negli ultimi trent’anni che abbia raggiunto il successo. Quindi tanto per tanto meglio rimanere nel proprio paese e cercare QUI di cambiare le cose. Nel mio piccolo sono vent’anni che lotto per proporre il mio lavoro in Italia perché prima o poi si dovrà capire che di musica diversa nel nostro paese ce n’è molta, deve solo emergere un minimo. E noi che la facciamo abbiamo il dovere di continuare a spingerla credendoci fino in fondo e cercando tutti i modi per farla arrivare al pubblico, di appassionati e non appassionati.

HP: Ad un artista del tuo calibro non possiamo non chiedere un consiglio per i giovani musicisti che si avvicinano al mondo del progressive rock oggi?

F.Z.: Componete belle canzoni, poi le potrete infiorettare di tutti i passaggi strani che volete e farle arrivare anche a durare 30 minuti. Ma non dimenticatevi della cellula primordiale da cui parte tutto. Questa cellula deve essere né più né meno che una canzone che comunichi qualcosa a chi l’ascolta. Grazie soprattutto alla melodia e all’armonia (e al testo, se lo si vuole mettere). Non perdete tempo dietro ai numeri da circo se non siete in grado di comporre tre note che possano emozionare. Lavorate su quello e costruite poi un progetto intorno a ciò che create. La musica fine a se stessa non interessa a nessuno; fate in modo che la vostra arte “visualizzi” universi, immagini, storie, atmosfere. Il prog è magia e questa magia non deve andare persa. Per il resto non aspettatevi di diventare ricchi né di suonare tutti i giorni davanti a folle osannanti. Preparatevi a fare tanta fame e fatica, cercate il tempo per comunicare col mondo e fate sempre vedere che esistete. Non stancatevi mai, se credete in quello che fate, di pomparlo e migliorarlo. Tutto il resto verrà da sé, se deve venire.

HP: Tornando alle tue attività, dal mese di marzo sarai impegnato con “La Quarta Vittima Tour – 20 Years Of Music”. Ad accompagnarti ci sarà una super band composta da: Martin Grice dei Delirium (flauto, sax, cori), Matteo Nahum (chitarre), Giovanni Pastorino dei Gleemen (tastiere, cori), Paolo “Paolo” Tixi de Il Tempio Delle Clessidre (batteria). Ci puoi fornire qualche anticipazione in merito?

F.Z.: I concerti cominceranno a partire da aprile, specificatamente il 5 quando debutteremo col nuovo spettacolo alla Casa Di Alex. La nuova band è nata dal fatto che volevo portare dal vivo il disco ma molti dei musicisti che vi avevano lavorato erano già impegnati ognuno coi suoi progetti personali. Mi sono quindi rivolto a Paolo, Martin, Matteo e Giovanni che conoscevo per la loro professionalità, bravura, impegno e voglia di fare musica con gioia. Quando suono dal vivo voglio stare bene, essere felice e comunicare questa felicità a chi ascolta. Senza problemi, dubbi e paranoie. E questa è la band con cui posso fare ciò.

HP: Prima di salutarci ti chiediamo cosa ci riserverà in futuro Fabio Zuffanti, ma soprattutto cosa dobbiamo ancora aspettarci dai tuoi numerosi progetti?

F.Z.: A fine febbraio uscirà il mio nuovo libro “Ma che musica suoni?”, una sorta di diario delle registrazioni de “La quarta vittima” che, mano a mano che lo scrivevo, è diventato anche una specie di autobiografia sui miei 20 anni di musica e su una bella fetta di vita. Ho parlato di esperienze, passioni, scelte, difficoltà, soddisfazioni, delusioni e molto altro.

Per il resto tutto in stand-by, al momento voglio solo pensare a promuovere a dovere “La quarta vittima” e a suonare il più possibile.

HP: Fabio ti ringraziamo per l’estrema disponibilità e ti congediamo chiedendoti, se ti va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

F.Z.: Ho letto la recensione de “La quarta vittima” con grande gioia perché era ben scritta, argomentata, dettagliata e precisa. È stato un immenso piacere. L’unico rammarico che ho avuto alla fine è quello di non trovare una firma in calce. Credo che questa “segretezza”, se posso permettermi, possa rendervi un poco freddi e impersonali. Spesso c’è bisogno di confrontarsi a viso aperto e credo che più limpidezza da parte vostra potrà solo che essere utile. Perché siete bravi, scrivete bene e comunicate nella maniera migliore. Detto ciò le scelte redazionali sono le vostre e io non sono nessuno per entrare nel merito delle vostre decisioni. Vi ringrazio quindi ancora per il grande spazio che mi dedicate e vi auguro tutto il meglio per il futuro!

HP: Grazie mille Fabio!

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