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Intervista a La Coscienza di Zeno

Intervista a La Coscienza di Zeno

HP: La rubrica “L’artista racconta” vede stavolta protagonisti i membri di una delle più interessanti realtà della nuova scena progressiva italiana: La Coscienza di Zeno. Ciao ragazzi, un sincero benvenuto dalla redazione di HamelinProg.com!

Gabriele Guidi Colombi (G. G. C.): Grazie davvero per definirci “ragazzi”… che bello!!! Ciao a tutti!

Stefano Agnini (S. A.): Ciao e grazie per l’ospitalità.

Davide Serpico (D. S.): Grazie… però non sapevo di dovermi vestire elegante…

Luca Scherani (L. S.): Grazie Hamelin, per questo spazio e per tutta l’attenzione che ci avete dedicato anche in passato!

HP: Questa intervista è anche veicolo di un annuncio gradito, nonché tappa importante per il gruppo: la pubblicazione in vinile del vostro ultimo lavoro “La notte anche di giorno“!

L. S.: Sì, confermo! Si tratta della realizzazione di un sogno, da un bel pezzo speravamo di poter ascoltare il nostro lavoro sul supporto che più di tutti “trasmette il calore” della musica. Per di più anche l’artwork è leggermente diverso dalla versione in CD, i colori prevalenti sono diversi. Nella confezione è anche incluso un poster con testi e crediti. Insomma… AltrOck ci ha fatto davvero un bellissimo regalo!

HP: Prima ancora di indagare la natura e le attività del progetto, iniziamo con una domanda scontata che (siamo certi) in molti vi avranno posto: perché La Coscienza di Zeno? Cosa vi ha spinti ad adottare come nome il titolo della più nota opera di Italo Svevo?

G. G. C.: Direi un classico… tutto è stato deciso alla fine di una prova come tante, uguale ad altre sere ma anche un po’ diversa perché era arrivato il momento di attribuire un nome alla nostra musica. Dopo varie ipotesi inverosimili, Matteo Malvezzi (primo chitarrista di CdZ) propose “La Coscienza di Zeno” e subito a tutti parve un’idea fantastica. Un’idea forte che influenzò anche il nostro approccio musicale e che soprattutto diresse verso determinate direzioni il nostro lavoro. Con la scelta del nome si volle percorrere la strada della descrizione dei vari turbamenti interiori, delle sofferenze mentali che l’essere umano attraversa durante la propria permanenza in questo mondo. Insomma… un po’ altisonante forse come proposito, ma “La Coscienza di Zeno” risultava perfetto per questo intento.

L. S.: Nel primo album ero ospite in due brani, solo con il secondo album sono diventato membro effettivo del gruppo, quindi al momento del mio ingresso il nome era già stato scelto. Posso però dire che mentre studiavo per la prima volta i brani del primo disco mi è venuta voglia di rileggere il romanzo: questa “seconda lettura” ha avuto un altro sapore.

HP: Partiamo da un dato certo: “La Coscienza di Zeno” (2011), “Sensitività” (2013) e “La notte anche di giorno” (2015), tre album in studio in meno di quattro anni. Vi va di svelare il segreto di questa micidiale tripletta?

D. S.: Di certo non possiamo garantire che i nostri ritmi produttivi saranno sempre questi, ma speriamo di non portarci sfortuna rispondendo a domande simili… dal mio punto di vista, da un lato ciascuno di noi ha portato al gruppo almeno una volta diverse idee compositive, se non interi brani abbozzati, contribuendo alla mole di materiale su cui lavorare – dobbiamo indubbiamente ringraziare Stefano Agnini, che è sicuramente molto prolifico, e Luca Scherani, che dalla sua entrata nel gruppo ha velocizzato di molto la fase arrangiativa; dall’altro, alcuni di noi sentono una sorta di responsabilità nel lavorare a dischi nuovi in modo piuttosto cadenzato… diciamo che non ci rilassiamo mai!

L. S.: Questi ritmi a me tutto sommato non dispiacciono. Ormai da diversi anni sono perennemente al lavoro su pubblicazioni con diversi progetti. Finito un album ne inizio subito un altro, al di fuori di CdZ sono sempre molto attivo anche con Höstsonaten, Periplo, con i miei lavori da solista e con molti cantautori con cui collaboro. Ritengo importante mantenere questo ritmo anche all’interno di un gruppo che considero “riuscito”, come CdZ. Non sarà semplice, ma di sicuro ci proviamo!

G. G. C.: Credo che per un gruppo musicale sia “quasi necessario” questo procedere cadenzato. Ritengo necessario che l’Insieme lavori e fornisca quanta più musica possibile in quanto solamente in questo modo sarà possibile rappresentare completamente la vita di una formazione, senza mai trascurare la qualità del prodotto ovvio. Per fare un esempio cretino, trovo sia incompleto possedere solamente una propria foto di quando si aveva vent’anni ed una di quando se ne aveva trenta. Tra i 20 e i 30 anni ci sarebbe così tanto tempo non documentato che riguardandosi indietro, col senno di poi, non potrebbe non nascere un sentimento d’incompletezza. Questo per far comprendere la mia idea sul “lavorare tanto e con scadenze ravvicinate”: ogni disco è l’immagine di quello che è in quel momento CdZ, domani tutto potrebbe già esser cambiato.

HP: Abbiamo avuto modo di recensire “Sensitività” e “La notte anche di giorno“, due analisi tutt’altro che agevoli considerato lo spessore delle opere. Con “Sensitività” la band raggiunge un maggiore equilibrio compositivo, sublimato dalla ricchezza degli arrangiamenti strumentali, dall’invidiabile vena melodica e dalla ricercata cura dei particolari. È questo l’album che sancisce la maturità de La Coscienza di Zeno?

S. A.: In “Sensitività” il lavoro collettivo è stato curato con più attenzione che nella stesura del primo album, in cui le nostre più disparate influenze personali erano maggiormente presenti, considerando che i due terzi del materiale provenivano dal mio archivio e, solo successivamente, sono stati rielaborati ed arrangiati. È anche un disco più serioso e con più alti obbiettivi rispetto al primo, in cui il pastiche, la citazione e il travestimento melodico, insomma l’elemento ludico e l’esuberanza compositiva erano ben evidenti.

D. S.: Per certi versi mi sembra che la maturità vera e propria vada ancora trovata, ma al momento penso che il nostro lavoro migliore sia “La notte anche di giorno“… ovviamente per la prova difficilissima, che furbamente ci siamo auto imposti, di creare un 2-suites-album digeribile, se non piacevole (chissà se ci siamo riusciti…). Ma più che altro perché in questo album abbiamo lavorato, in ogni fase, con molta sinergia. Eravamo per la prima volta sempre d’accordo su come le cose dovevano girare, quali le atmosfere, quali le intenzioni… dove invece i primi due album hanno talvolta generato situazioni di conflitto. Non va sottovalutato il feedback che arriva dal pubblico: grazie al pubblico capisci quale delle tante strade possibili è quella giusta per te, quale il sound che il gruppo richiama in modo più naturale. A quel punto tutto diventa più facile.

L. S.: Se la maturità coincide con il mio ingresso nel gruppo… ritengo allora la domanda piuttosto lusinghiera! Eh eh! Scherzo ovviamente: penso che già al momento del mio ingresso nel gruppo, i singoli componenti stessero già facendo i conti con la risposta più che positiva che aveva riscosso il primo album. Questo ha sicuramente portato ciascuno a dedicare al progetto un impegno maggiore, poi effettivamente riscontrabile nell’album che ne è seguito.

HP: “La notte anche di giorno” è senza dubbio il vostro lavoro più ambizioso. La sua particolare struttura – ripartita in due suite – suggerisce una lettura che privilegia la narrazione. Non a caso a riguardo abbiamo detto che “La notte anche di giorno” non è solo un ottimo album di rock progressivo italiano, ma anche due storie emozionanti e senza tempo che solo la grande tradizione musicale italiana è in grado di “raccontare”. Era questo il vostro principale obiettivo o c’è dell’altro? Vi va di spendere due parole sulle figure di Serena Zaiacometti e Bianca Orsi?

S. A.: Sicuramente il mio obiettivo principale era quello di raccontare una storia emozionalmente simile alla vicenda occorsa a Serena, che mi colpì proprio durante la stesura della suite che riguardava un altro argomento, e che si ponesse come umile esempio nella speranza che certe tragedie diventino sempre più rare. Il primo brano che nacque, musica e testo in contemporanea, fu proprio “Il giro del cappio” e il finale in cui l’Anima liberata canta quell’antico testo medievale, trovato per caso. Insomma, sembrava che i segnali del destino mi riportassero a lei e rendessero necessario il racconto della sua storia. Aver suscitato una profonda emozione e qualche lacrima da parte dei suoi amici mi ha fatto capire di aver empaticamente raggiunto quell’equilibrio lirico-musicale a cui aspiravo, in un tema così tanto dibattuto e delicato. Bianca Orsi la conobbi invece per un lavoro come fonico per conto di una radio ma l’intervista a questa nota scultrice di 99 anni, ex staffetta partigiana e sempre in prima linea sulle questioni riguardanti i ruoli femminili nella società, era completamente dimentica delle vicende tristi occorse nella sua vita. Il fatto mi colpì molto e sembrava proprio legarsi specularmente alla figura della giovane dark suicida.

HP: Da “Il Basilisco” a “Il giro del cappio”, passando per “Sensitività”, si nota la scrupolosa cura riservata alla scrittura dei testi. Quanto è importante il contributo immaginifico di Stefano nell’economia compositiva del gruppo?

G. G. C.: Fondamentale. Senza Stefano CdZ non sarebbe la stessa cosa. Il suo influsso è pesantissimo. Se si dovesse parlare di un successo di CdZ, questo sarebbe dovuto al Mondo descritto da Stefano. Ricordo ancora quando lo conobbi per un altro progetto musicale e da subito mi resi conto che quell’uomo avrebbe condizionato la mia vita e neanche in maniera così marginale a dire il vero…

D. S.: Enorme. Anzi, direi essenziale. L’emozione di scoprire significati nuovi in una propria canzone, anche a distanza di anni, è indescrivibile.

L. S.: L’importanza dei testi di Stefano è componente fondamentale e imprescindibile per il lavoro di CdZ: le sue immagini, così evocative, sono un valore aggiunto preziosissimo. La sua forza sta anche nelle sue grandi curiosità e cultura, unite ad una proprietà linguistica nettamente superiore alla media.

HP: Tra i temi trattati nei vostri brani non possiamo non ricordare: il disagio mentale (“La Città di Dite”),  il suicidio (“Il giro del cappio”), la violenza sulle donne (“Lenta discesa all’Averno”), la guerra, la sofferenza e la morte (“Tenue”, “Chiusa 1915” e “Madre antica”). Come riuscite a trattare temi così delicati e a trasformali in commoventi poesie musicali?

S. A.: Suppongo si tratti di empatia. A dire il vero, sebbene Libero pensatore si riferisca ad una persona ben precisa, ho sempre condiviso il suo modo di essere. Quando si ha una particolare sensibilità per cui si rimane coinvolti più del necessario nelle vicende spiacevoli personali o altrui, si rischia di difendersi con l’arma a doppio taglio del cinismo e della chiusura affettiva. Credo, nel mio piccolo, di capire certe dinamiche per averle, in qualche modo, vissute anche tramite il racconto e la confessione delle persone che frequento, essendo io un buon ascoltatore. Per cui, fare musica per me è una sorta di arteterapia per sublimare determinati eventi.

D. S.: Una delle chiavi è certamente scegliere le parole giuste: ci sono molti modi per dire la stessa cosa. Di questo dobbiamo ringraziare sia Stefano Agnini, il paroliere più frequente, sia Gabriele Guidi Colombi e Luca Scherani. Poi c’è un lavoro essenziale, dal punto di vista compositivo, per far sì che vi sia una certa coerenza tra quello che si dice e quello che si suona… non saprei come descriverlo razionalmente, perché in fase compositiva ci lasciamo spesso guidare dalle emozioni (“senti questo accordo com’è strappalacrime”, “senti questo tema come è straniante”).

L. S.: Siccome considero la potenza della penna di Stefano fuori dalla portata degli altri componenti del gruppo, sono onoratissimo ed insieme stupito di vedere citato anche un mio testo nella domanda (“Chiusa 1915”). Frequentare Stefano e avvicinarmi allo stile compositivo del gruppo mi ha sicuramente portato a incanalare le mie emozioni in maniera differente da come avevo fatto in passato nei miei album da solista. “Chiusa 1915” è nata durante un viaggio in una zona che conserva molti segni dei conflitti mondiali del secolo scorso. Alcune testimonianze molto ben documentate, che la Val Gardena conserva gelosamente, mi hanno suggestionato al punto da scrivere di getto questo brano.

G. G. C.: Direi che come Luca, mi trovo sorpreso che tra i testi venga citata “Tenue”. Vi ringrazio infinitamente per menzionarla. In merito a “Tenue” vorrei sottolineare un dettaglio che forse è sfuggito ai più, o che forse non è neanche comprensibile. La canzone è stata scritta grazie alle emozioni che suscitarono in me le leggende attorno ai primi cosmonauti sovietici (pre-Gagarin insomma) ed in particolare quella legata a Ludmilla Serakovna, forse la prima donna nello spazio la quale, si dice, non fece più ritorno assieme ai suoi due compagni di volo.

HP: Genova, “questa terra imprigionata tra pietra e mare”, è una città ricca di arte, poesia e musica. Dalla canzone d’autore della “scuola genovese” al sempre fertile sottobosco progressivo, i genovesi hanno sempre mostrato un certo talento nel combinare le arti. A voi possiamo chiederlo: che aria si respira a Genova?

S. A.: C’è un sottobosco artistico di spessore notevole. Io vivo nel centro storico, in mezzo a locali, botteghe e circoli privati dove arti visive, teatro e film, scrittura e musica brulicano e cercano di emergere, di farsi vedere, di comunicare messaggi, di ottenere un posto in prima fila. Non è facile in quanto mancano le strutture adeguate a supportare il movimento e le istituzioni spesso mostrano disinteresse al fatto culturale. Ma qualcuno riesce sempre a far capolino e a dire: “Ehi, esisto anch’io”. Per questo sono contento dei risultati che ho e che abbiamo ottenuto in una Dite moderna, in una città bellissima rovinata dalla speculazione edilizia, dalla droga e dall’alcool.

D. S.: Io adoro Genova, anzi, mi ritengo quasi un campanilista… abbiamo l’arte (si, parecchia) ma anche tante cose splendide che si notano raramente da fuori, ed anzi, spesso valutate come disdicevoli. C’è il disordine, lo sporco, i vicoli stretti… e l’essere “imprigionati” tra pietre e mare potrebbe sembrare claustrofobico a prima vista; e invece no, queste cose ci hanno formati. Siamo abituati all’idea che per quanto stretto e buio possa essere un vicolo, muovendo ancora qualche passo in una direzione mai percorsa, si sbucherà in una splendida piazza seicentesca, o sul mare, o davanti ad un bellissimo panorama. Credo che, anche grazie a questo, chi è nato e cresciuto a Genova possieda una malinconia innata, che spesso si esprime nella ben nota tendenza a “lamentarsi”… ma in casi fortunati porta alla necessità di tirare fuori con l’arte tutte le cose luride e buie che stanno sotto la superficie.

L. S.: Sono nato e cresciuto a Genova, anche se da una decina d’anni mi sono allontanato dalla città di una cinquantina di chilometri. Si tratta di una città che fa davvero sudare gli artisti, c’è una vera frustrazione cronica che il genovese in cammino su percorsi artistici si porterà dentro per sempre indipendentemente dal consenso più o meno grande che riuscirà ad ottenere. Anche se spesso sogno di vivere in altri paesi, non riesco ad immaginare la mia attività artistica lontano dai legami forti che ho costruito attorno alla mia città.

HP: Rimanendo in ambito artistico, le illustrazioni di Priscilla Jamone ci hanno aiutato a “leggere” il surreale racconto introduttivo di Agnini. Cosa vi ha spinti a scegliere le opere di questa giovane artista genovese per l’artwork de “La notte anche di giorno“? Pensate di poter dare un seguito a questa collaborazione?

L. S.: Il lavoro di Priscilla è stato davvero azzeccato. Lei ha lavorato in totale autonomia: ci ha mostrato alcune proposte e noi abbiamo scelto quello che ci sembrava più vicino alla nostra idea del progetto. Direi che senza troppi input è riuscita a leggere correttamente la nostra direzione: il risultato è stato fortemente caratterizzante per l’album, tanto che abbiamo appreso notizia di alcuni fan che addirittura hanno tatuato sul corpo la figura della donna “vestita con le onde del mare”!

G. G. C.: Con Priscilla ci siamo trovati benissimo… noi le abbiamo lasciato la più completa autonomia e lei ci ha premiato con una copertina legata mani e piedi al discorso “Cosa c’è dietro le spalle dell’arcobaleno? La storia, nuda, in ginocchio, ci implora perdono”. La nostra Donna-Albero è divenuto un simbolo al quale, come CdZ, ci sentiamo legati in maniera forte. Ovviamente la collaborazione con Priscilla andrà avanti, a partire dalla rielaborazione dell’artwork de “La notte anche di giorno” per la versione in vinile che uscirà proprio in questi giorni.

HP: Dal punto di vista strettamente musicale avete saputo creare un sound tutto vostro che, pur richiamandosi alle melodie del prog settantiano, si affida a soluzioni innovative e ad una strumentazione alquanto atipica. Come siete riusciti a mediare passato e presente mantenendo lo sguardo fermo verso il futuro?

S. A.: Credo che ciascuno di noi abbia filtrato i propri gusti e le proprie esperienze. Io sono un adolescente degli anni ’80, cresciuto sì con il prog ma anche con l’amore per la new wave, per il pop d’autore, per la space disco (regno delle string machine) e per il minimalismo seriale – “Sensitività” ne è un esempio calzante. Per cui, come curioso senza freni, non riuscirei a rimanere fedele ad un solo genere. Questo melting pot di età differenti e background probabilmente è stato la ricetta per non cadere in un manierismo sinfonico.

D. S.: Sicuramente qualcuno saprebbe dare risposte più tecniche, ma dal mio punto di vista il segreto sta nell’eterogeneità di provenienza. Prima della CdZ non avrei mai pensato di poter suonare progressive (mi limitavo a sognarlo). Ciò mi ha spinto a portare un contributo spesso “atipico” su un piano arrangiativo.

L. S.: Per quanto riguarda la mia strumentazione, senza accorgermene, penso di aver fatto lo stesso percorso di alcune correnti confluite in sottogeneri del prog molto facilmente riconoscibili. Molti gruppi dell’epoca infatti hanno preferito, per scelta o per necessità, non investire ingenti risorse nel Mellotron… e quindi compravano le string machines. Chi poi non poteva permettersi il Moog, verteva sui concorrenti più economici. Questi gruppi hanno poi creato dei sound che si sono scostati dal prog nella sua accezione più classica e stereotipata (fatta appunto di roboanti Moog e Mellotron). Questo ci ha già permesso di intraprendere un percorso che già di per sé era “laterale”. Da lì in poi ogni direzione è frutto delle nostre individualità, che come dice Davide, sono particolarmente eterogenee!

HP: Ognuno di voi ha alle spalle una precisa formazione ed esperienze musicali diverse, senza contare i numerosi impegni in progetti paralleli e collaborazioni. A tal proposito vi chiediamo: quanto influisce il background del singolo nel lavoro di gruppo?

G. G. C.: Nel mio caso il background è tutto! Il musicista Gabriele Guidi Colombi di oggi non sarebbe lo stesso se nella mia vita non avessi incontrato o suonato con determinate persone. Ed è per questo che riguardando il mio passato musicale mi ritrovo ad esserne molto orgoglioso. In ogni dove, ogniqualvolta si suona una nota… s’impara qualcosa da utilizzare poi al momento giusto. Si è spugne e male se si è convinti di non esserlo. Ovvio che questa elasticità mentale decada un po’ con il tempo, ma non è assolutamente vero che questa qualità sia prerogativa esclusiva dell’infanzia. Se il mondo fosse così… sarebbe un mondo popolato d’automi.

S. A.: Per quanto mi riguarda, ogni aspetto della mia vita e di quella delle persone che frequento influisce tantissimo sul mio modo di comporre testi e musiche. Ad esempio, durante il mio ultimo soggiorno fuori città per lavoro su un set, ho conosciuto un montatore video che dopo una vita al massimo si è ritirato in una capanna di paglia a fare l’apicoltore, ha vissuto in Amazzonia secondo pratiche religiose sincretiche ed ora ha accolto il Martinismo. Ecco, sono queste persone in continua ricerca ad affascinarmi, se potessi farei un disco su di lui.

L. S.: Influisce tantissimo! Innanzitutto è mia premura tentare di non ripetere in CdZ soluzioni che ho adottato in altri progetti! Pur restando chiaramente ancorato al mio modo di suonare e di arrangiare la musica (che spesso si traduce anche nel coinvolgere elementi orchestrali ormai diventati miei stabili e fidatissimi collaboratori), cerco di mantenere identità ben precise e distinguibili in quello che faccio. Questa è una continua sfida che ritengo importantissima per il mio percorso e la mia coerenza artistica. Quindi quello che suono e scrivo per CdZ deve suonare diversissimo e ben riconoscibile da quello che faccio con Periplo o con Höstsonaten o per i miei progetti da solista. Da qui il desiderio di percorrere tante strade e approfondire diversi generi e approcci. Da qui anche il desiderio di interagire con un numero sempre maggiore di artisti.

HP: Fin dagli anni ’70 ai vocalist delle formazioni progressive italiane sono sempre state rimproverate gravi lacune vocali (eccezion fatta per Stratos, Di Giacomo e pochissimi altri).  Oggi la generazione di Calandriello & Co. sovverte questa regola. Come la mettiamo?

G. G. C.: Effettivamente tanti dischi italiani sono stati fortemente penalizzati da parti vocali al limiti dell’impresentabile. Un disco su tutti? “Rustichelli & Bordini”! Se fosse stato solamente strumentale ne parleremmo come di uno dei dischi di prog italiano meglio riusciti… invece oggi, chi lo conosce, lo ricorda per la sua linea vocale vicinissima all’imbarazzante. Oggi non sarebbe più possibile avere un disco con un cantato simile, non venderebbe mezza copia. La nuova generazione di cantanti, diciamo quelle dei dischi post anno 2000, hanno davvero alzato l’asticella verso l’alto. D’altronde – oltre ad Alessio – voci come quelle ad esempio di Riccardo Ruggeri e Claudio Milano non possono passare inosservate. A mio avviso loro sono gli apripista di quello che sarà lo standard vocale nei prossimi anni del prog italiano o quantomeno me lo auguro. Il cantato in passato veniva considerato “il” difetto cronico del prog italiano, oggi invece, specialmente leggendo le recensioni estere, è elemento fondamentale e ricercato… soprattutto nei mercati orientali.

S. A.: Come vi dicevo, io ho influenze new wave e punk per cui non sono a favore dei tecnicismi volti a dimostrare la perfezione, mi interessa l’espressione immediata e istintiva del contenuto. Mi sembrano l’equivalente delle bellezze digitali corrette di oggi. Preferisco l’imperfezione delle carni, le sfumature analogiche della pellicola e perdono l’errore perché è espressione di umanità.

L. S.: La Coscienza di Zeno ha la fortuna di avere un grandissimo vocalist in formazione. Uno di quelli che fa la differenza, per potenza, bravura ed espressività. Penso che la voce di Alessio sia un ulteriore elemento fortemente distinguibile fra quelli che definiscono il sound di CdZ.

HP: Oltre a Stefano ed Alessio, il nucleo originario del progetto include anche la superba sezione ritmica di Gabriele e Andrea e l’eclettica chitarra di Davide. Quanto sono determinanti i loro contributi nella definizione delle vostre composizioni?

S. A.: Tantissimo. Riescono a movimentare, spezzettare e variegare brani che altrimenti, sarebbero stati più simili a canzoni da cantautore. Ora, con il passare degli anni, tutti abbiamo più presente particolarità stilistiche e punti di forza di ciascuno di noi per cui gli arrangiamenti si sviluppano anche tenendo conto di mettere in luce le qualità dei singoli nell’economia generale del gruppo.

L. S.: Si tratta di due elementi con un grosso background, sia culturale per quanto riguarda il prog e la musica in genere, sia per quanto riguarda l’esperienza in studio e live. Ho conosciuto Gabriele quando ancora ero alle scuole medie (ed è stato lui il primo a farmi conoscere il genere rock progressivo), poi intorno al 1996 quando con i Trama ci siamo trovati a dover cercare un bassista, io sponsorizzai fortemente l’ingresso di Gabriele nella formazione: lui ha quindi condiviso con me gli esordi personali per Mellow Records. Poco dopo, nel 1999, iniziai a collaborare con Fabio Zuffanti in occasione del musical “Merlin – The Rock Opera” scritto da Fabio stesso e da Victoria Heward: nel cast del musical ho incontrato Andrea. Da molti anni quindi conosco le qualità e la fantasia di questa sezione ritmica! Li sento molto affiatati, spesso arricchiscono i brani con figure ritmiche molto particolari e azzeccate.

Risposta bonus di D. S.: Grazie Luca per esserti dimenticato di me…! :)

G. G. C.: Escludendo il sottoscritto del quale non potrei esimermi dal descrivere le enormi qualità che mi contraddistinguono. Direi che CdZ suona “così CdZ” solo perché la formazione è più o meno sempre la stessa e Andrea e Davide sono assolutamente fondamentali per il nostro sound. Negli anni si è sempre suonato insieme e se esiste, sottolineo cento volte il “se”, un CdZ’s sound è anche grazie a Davide ed Andrea. Davide compie sempre un lavoro dettagliato, su più piani non limitandosi ad assoli e bordoni che stordiscono l’orecchio. Alcuni potranno sostenere che non è appariscente come chitarrista ma è quella l’intenzione. Stesso discorso vale per Andrea… si ricama, non si pesta. Questo approccio alla batteria, forse non paga completamente dal vivo e con il tempo infatti abbiamo corretto il tiro sfornando live più energici rispetto ai nostri esordi , tuttavia se si riascolta ad esempio “Il giro del cappio” credo si capisca quale sia l’intenzione di questi due musicisti e di tutto il gruppo. Ovvio che, suonando prog, i momenti in cui un musicista emerge non si possano escludere e sarebbe sbagliato farlo, ma vi assicuro che spesso in CdZ si toglie “roba” in nome della ricerca della musicalità piuttosto che aggiungere il coup de théâtre.

HP: Negli anni la band si è progressivamente ampliata arrivando all’attuale formazione a sette. L’ingresso di Luca ha notevolmente ampliato la gamma di suoni, colori e atmosfere, mentre il più recente innesto di Domenico ha aperto nuovi scenari alla band. Musicalmente parlando, dove può arrivare La Coscienza di Zeno con questo assetto?

G. G. C.: Al momento la strada intrapresa con Domenico si è interrotta… infatti essendosi trasferito definitivamente a Salerno, CdZ non ha potuto far altro che rinunciare temporaneamente al violino. Non si sa ancora se Domenico verrà sostituito, oppure ci si affiderà a vari ospiti così come è avvenuto ad esempio in “Sensitività“. Quello che è certo è che la Coscienza continuerà a percorrere la strada indicata da brani come “La temperanza” e “Il paese ferito”. Questo indirizzo pare essere quello a noi più congeniale o quanto meno quello che noi riteniamo più soddisfacente.

HP: Cosa dobbiamo aspettarci da La Coscienza di Zeno per il futuro? Ci sono progetti nuovi all’orizzonte?

S. A.: Certamente. Stiamo iniziando a lavorare alla pre-produzione di un quarto album previsto per il 2017 – decennale del gruppo – e siamo in fase di scrematura delle idee.

D. S.: Senza prenderci impegni sul “quando”, abbiamo intenzione di scrivere un quarto album al più presto, ma prima stiamo valutando l’ipotesi di una piccola sorpresa per il pubblico prog.

L. S.: La clamorosa diversità delle risposte da parte di Stefano e Davide dà idea del fermento nel quale, pur in direzioni diverse, stiamo già lavorando!

G. G. C.: Già… classico “stato confusionale coscienzioso”. Bisogna però ammettere che , in un certo senso, hanno ragione sia Davide sia Stefano. Diciamo che, prima di mettere “le mani sullo strumento”, solitamente come CdZ si preferisce decidere subito il mood che avrà il prossimo lavoro. In questo momento siamo, per l’appunto, in questa fase… decisione dell’atmosfera e conseguente “selezione” delle idee.

HP: Vi va di raccontarci un aneddoto sulla band che ricordate con particolare piacere?

D. S.: Poco prima di entrare in studio per registrare il primo disco, eravamo piuttosto preoccupati. Non solo per molti di noi era la prima esperienza discografica rilevante, ma la fase compositiva era stata piuttosto turbolenta: non ci eravamo organizzati troppo bene dal punto di vista tecnico, componendo delle basi veramente scarne e malfatte (un synth e un metronomo, a malapena). Sulle quelle basi, ovviamente, tutti noi avremmo dovuto registrare le nostre parti strumentali, senza riferimenti precisi né altro: tutto a memoria – e non vi dico che fatica è stata! Inoltre, non avevamo mai avuto modo di ascoltare una base con tutti gli strumenti (come ora possiamo fare grazie a Luca): si, in sala prove ci ascoltavamo, ma era ancora tutto incerto e in fase compositiva, quindi non avevamo idea di quale aspetto i brani avrebbero avuto una volta messi insieme tutti gli strumenti… potevamo solo immaginare il risultato finale – e a dire il vero non eravamo molto speranzosi. Poi abbiamo registrato, uno ad uno, e il disco ha preso forma. Una volta messo tutto insieme, incollate le parti una sull’altra e mixate, venne fuori un disco vero e proprio, che era decisamente oltre le nostre aspettative… e ci ritrovammo ad ascoltarlo per la prima volta in studio come se nemmeno lo avessimo composto noi, spesso complimentandoci l’uno con l’altro: “Ma che bella quella melodia che hai messo! L’hai sempre suonata?” e l’altro: “Si, si”. Momento indimenticabile.

L. S.: Mi viene in mente uno fra i momenti più emozionanti del mio percorso con il gruppo. Dopo due concerti insieme ai Locanda delle Fate e molti messaggi successivamente scambiati, posso dire che fra Coscienza e Locanda c’è un bellissimo rapporto di stima e amicizia. Però la prima occasione di dividere il palco con loro, gruppo che forse più di tutti ha fatto breccia nel nostro cuore e ha influenzato il nostro stile, è stato un momento per noi di grande impatto emotivo. L’aneddoto vuole che l'”esordio discografico” mio e di Gabriele sia avvenuto nel 1997 in occasione dell’uscita del tributo al prog italiano della Mellow Records: quel bellissimo cofanetto quadruplo intitolato “Zarathustra’s Revenge”. All’epoca io e Gabriele suonavamo con i Trama, gruppo che l’anno successivo avrebbe sfornato l’album d’esordio sempre con Mellow Records. La scelta sul brano da riarrangiare ricadde proprio su “Profumo di colla bianca” dei nostri beniamini “locandieri”! Quindi quel primo concerto CdZ+Locanda fu anche l’occasione per ricordare quell’episodio ultra quindicenne: i componenti storici ricordavano bene la nostra interpretazione, ma non sapevano che eravamo noi gli artefici, è stato una piacevole occasione per “smascherare” un episodio del nostro passato! Tutta la serata poi fu particolarmente piacevole, perché oltre ad essere un grande gruppo, i Locanda delle Fate sono persone meravigliose. Siamo tornati a casa con un motivo in più per continuare ad amare la loro musica e la loro storia!

G. G. C.: Io invece avrò sempre nella mente il nostro “fantastico” concerto a Bologna!!!! A luglio, vicino a Bologna, di pomeriggio, 75° gradi all’ombra con umidità del 120%, dentro ad un capannone enorme simile ad una serra dove le pessime condizioni ambientali esterne, a confronto, parevano primaverili. Abbiamo sudato l’impossibile. Ma la cosa che davvero non dimenticherò mai di quell’esperienza fu una maledetta macchinetta del caffè!!! Codesto oggetto del Demonio infatti era collegato allo stesso circuito dell’impianto audio e ogni volta che un folle si prendeva un caffè faceva saltare regolarmente l’impianto. Risultato? Almeno due o tre interruzioni durante il concerto, per un “belin” di caffè. Ogni tanto il pubblico, la cui maggioranza ci seguiva da fuori il capannone visto le condizioni meteo proibitive che si riscontravano all’interno, si godeva una bella improvvisazione di basso, batteria, chitarra e flauto… visto che erano gli unici strumenti che non uscivano dall’impianto audio! Indimenticabile… e per non dimenticare appunto, abbiamo pure una registrazione di quel fantasmagorico concerto. Registrazione che ovviamente ci seguirà nella tomba…

HP: Ragazzi vi ringraziamo per l’estrema disponibilità e vi congediamo chiedendovi, se vi va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

L. S.: Il mio consiglio è di continuare così! Siete meravigliosi! Seguo con grande interesse e piacere i vostri aggiornamenti, sempre puntuali e competenti su recensioni, anniversari di pubblicazioni, compleanni e dipartite… Il vostro è un servizio di informazione preziosissimo!

G. G. C.: Sì, continuate così!!! Il vostro sito è ormai un riferimento per tutti coloro che seguono il genere in Italia. Personalmente lo apprezzo soprattutto per la passione, l’amore e la dedizione che dimostrate per questo tanto bistrattato progressive. Un immenso grazie a tutti voi da parte de La Coscienza.

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