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Intervista a Paolo Pigni (Sarastro Blake)

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HP: In occasione della recente uscita dell’album “New Progmantics” a nome Sarastro Blake, la rubrica “L’artista racconta” ospita il titolare del marchio: Paolo Pigni. Ciao Paolo, benvenuto su HamelinProg.com!

Paolo Pigni: Grazie a voi di Hamelin Prog, è un piacere ed un onore essere vostro ospite!

HP: Paolo che ne dici se iniziamo la nostra chiacchierata proprio con una breve introduzione alla tua ultima fatica? Parlaci un po’ di “New Progmantics”.

P.P.: È un disco ed un progetto davvero molto “faticoso”; ho molti difetti, ma tra i pregi quello forse di avere molta pazienza, diplomazia e tenacia churcilliane ed in effetti è stato un processo piuttosto lungo e complesso mettere insieme questo disco, ma credo, spero, che alla fine ne  sia valsa la pena; ovviamente giudicheranno gli ascoltatori, ritengo tuttavia senza false modestie che siamo riusciti a creare un disco onesto e fruibile; ci sono buone prime reazioni ad esempio dal Giappone (grazie anche all’entusiasmo e alla promozione di Yoshiko Kase) e ciò ci incoraggia e ci compensa rispetto a questo parto laborioso.

HP: Sarastro Blake nasce come un tuo progetto solista ma presto si sviluppa in qualcosa di molto più ambizioso e speciale. Qual è la vera natura di Sarastro Blake?

P.P.: Non ho mai pensato in termini da solista, per me un disco del genere può essere McCartney dove il “beatle” Paul ha suonato e prodotto il tutto in totale solitudine; era chiaro all’inizio che il progetto Sarastro Blake sarebbe stato un lavoro quantomeno a due tra me e Luca Briccola, poi il discorso si è allargato per diventare una produzione collettiva dove tantissimi musicisti hanno contribuito a creare la vera natura di SB, una piacevole e inaspettata “evoluzione” che forse è anche la conferma della bontà dell’idea.

HP: Come sei riuscito a coinvolgere artisti del calibro di Rick Wakeman, Richard Sinclair, Dave Lawson, David Paton, Nick Magnus, Amanda Lehman e Billy Sherwood nel tuo neonato progetto?

P.P.: Ho ragionato a seconda delle varie canzoni ed ai musicisti più adatti ad ogni singolo brano al fine di creare una vera integrazione creativa; tutti musicisti che amo e apprezzo: con alcuni di loro ero in contatto da qualche anno, con altri mi sono presentato ed ho chiesto loro se desideravano contribuire al disco, ho mandato la canzone ed ho aspettato il loro verdetto; sono contento perché hanno tutti accettato con entusiasmo e offerto il loro talento; con alcuni di questi artisti è nata una collaborazione reciproca; ad esempio David Paton mi ha chiesto di scrivergli la versione italiana di un suo brano dal suo ultimo album “Under the Sun”. Mi ci vorrebbero molte parole per raccontare nei dettagli il tutto ed ogni canzone/collaborazione hanno una propria “storia”, per questo ho deciso di creare una sorta di “making of”  di ogni brano che è stato pubblicato sul sito www.sarastroblake.com

HP: Alle collaborazioni sopracitate si è unito anche un nutrito gruppo di amici “storici”. Serena Bossi, Marco Carenzio, Richard Allen, Filippo Pedretti e Mirko Soncini – tutti appartenenti alla scuderia Mentalchemy (con Trewa e Mogador) – hanno impreziosito con i loro contributi il tuo ultimo lavoro. È un nucleo che intendi riconfermare anche per il futuro?

P.P.: Mi auguro di si, come mi auguro di collaborare anche con altri artisti, sempre nell’ottica di  “servire” la musica, il singolo brano, piuttosto che uno schema teorico; ovviamente dipenderà dalle disponibilità dei singoli musicisti e soprattutto di Luca che “coordina” questa mini “Canterbury “ comasca!

HP: Il sodalizio artistico con Luca Briccola continua ad andare avanti al di là dei singoli progetti (Celtic Harp Orchestra, Mogador, Sarastro Blake). Ti va di spendere due parole su Luca?

P.P.: Si è vero e sono contento di questo perché, a mio avviso, è un sodalizio vincente da entrambe le parti in termini artistici. Luca è un ottimo musicista su tutti i livelli e, appunto, secondo me quando lavoriamo insieme tiriamo fuori il meglio l’uno dall’altro musicalmente. “All I am is of my own making” e “New Progmantics” sono la testimonianza di questo, ma forse possiamo “esplorarci”  dal punto di vista musicale creativo ancora di più, me lo auguro.

HP: Nella nostra analisi di “New Progmantics” abbiamo sottolineato la particolare attenzione che le produzioni Mentalchemy riservano ai temi letterari ed artistici del XIX secolo (e non solo!). Liriche romantiche e decadenti prendono vita nelle diafane figure femminili della pittura preraffaellita. Ci puoi dire qualcosa in più su questo particolare filo rosso che unisce (ad esempio) “Absinthe Tales Of Romantic Visions” dei Mogador al tuo “New Progmantics”?

P.P.: Beh, molte se non quasi tutte le canzoni di “New Progmantics” erano destinate e già in lavorazione per il terzo disco dei Mogador prima che Richard e Luca decidessero di escludermi dal gruppo, per cui si comprendono le stesse tematiche; in ogni caso io sono un cultore della poesia Britannica e dei pittori preraffaelliti da tempo, per cui quando si è trattato di scegliere  i miei brani da sottoporre non ho avuto dubbi sulle mie scelte personali.

HP: La nostra passione per l’arte ci porta a condividere l’interesse per la pittura preraffaellita e vittoriana. Quali motivazioni ti hanno spinto ad utilizzare per l’artwork dell’album opere di John William Waterhouse e omaggi a Frederic Leighton?

P.P.: Come detto, appena decidemmo che il nuovo album avrebbe avuto come tematiche anche i dipinti, ciascuno di noi scelse i propri sulla base dei quali sarebbero state scritte le canzoni ed io mi sono buttato sui due dipinti sopracitati anche perché mi avevano ispirato delle liriche; per l’artwork io avevo scelto proprio il dipinto di “Flaming June” poi Luca ha trovato la fotografia che si ispira al quadro che è molto bella ed abbiamo optato per quella, dopo una lunga fase per contattare il possessore dei diritti nonché autore dello scatto e chiedergli il permesso (Christopher Colquhoun) grazie anche all’intercessione della modella Ivory Flame.

HP: Al dipinto di Leighton, “Flaming June” – riproposto fedelmente nella fotografia di Christopher Colquhoun in copertina – hai addirittura dedicato un brano. Perché proprio “Flaming June”?

P.P.: Cercavo un ritratto in stile preraffaellita di una fanciulla dalle lunghe chiome rosse e mi sono imbattuto in “Flaming June”; volevo dedicare un brano alla mia musa Anna che è in effetti  una redhead; al contempo il dipinto offriva spazi alla immaginazione surreale ed ho combinato le due “ispirazioni”; amo mischiare, scrivere per metafore, lavorare su più livelli di interpretazione della realtà e musicalmente lo stesso; in effetti “Flaming June” parte come una morbida ballad per trasformarsi in un pezzo più spigoloso e vagamente jazz rock con ampie aperture sognanti sottolineate dal tocco oserei dire quasi floydiano del bravissimo Billy Sherwood: cercavo un musicista prog ma che avesse una visione musicale senza paraocchi e Billy si è dimostrato perfetto a mio avviso per questa canzone, del resto il suo talento è indiscutibile.

HP: Come nasce l’idea di affrontare i temi medievali arturiani del poema romantico di Alfred Tennyson, “The Lady Of Shalott”, con suoni prevalentemente elettrici e soluzioni sinfoniche?

P.P.: Anche qui ho voluto dare una lettura personale del dipinto e della lirica; per me la Lady rappresenta la Sophia degli gnostici che per conoscere il mondo degli umani “scende” di piano dai livelli più alti dello spirito e tuttavia rimane imprigionata negli eoni inferiori. Al contempo nelle strofe arpeggiate ho voluto immaginare un ipotetico “spettatore” che si trova davanti al dipinto nel salone dei preraffaelliti della Tate Gallery di Londra e come in un film surreale la Lady si “materializza” nel nostro mondo e chiede aiuto e lo “spettatore” si commuove e desidera aiutarla. Forse può anche essere una metafora della ricerca spirituale di molti di noi, la Quest del Grail. Il tutto, liriche e testo, mi richiamava le prime canzoni dei Genesis e quindi ho pensato a Nick Magnus, straordinario e generoso musicista degli splendidi primi album di Hackett intrisi dello stesso spirito romantico onirico dei primi Genesis; davvero non si è risparmiato ed il brano gli è piaciuto talmente che ha espresso il desiderio di suonare tutte le parti di tastiere, cosa che ha fatto dando davvero un tocco di magia e bellezza al brano.

HP: Uno degli episodi più delicati dell’album è “Sonnet 116”, di William Shakespeare, la cui bellezza è sublimata dalla raffinatissima voce di Serena Bossi e dalla tua chitarra arpeggiata. Allora è vero che la bellezza va di pari passo con la semplicità?

P.P.: Direi di si, aggiungerei con la spontaneità e l’ispirazione del cuore; per questo brano, dopo averlo scritto di getto un giorno, mi risuonava la dolcezza e delicatezza di quelle meravigliose canzoni dei King Crimson tipo “Cadence and Cascade”; avremmo voluto utilizzare un quartetto d’archi ma non è stato possibile, speriamo comunque di aver trasmesso le giuste emozioni. Ho pensato ad una voce femminile, conoscevo Serena Bossi dai dischi dei Trewa ed ho chiesto a Luca se poteva coinvolgerla; è stata molto brava ed ha valorizzato con le sue armonie, un certo tono rinascimentale della composizione. Ho composto questa canzone dopo aver rivisto “Sense and Sensibility” tratto dal romanzo di Jane Austen, nella parte in cui viene declamato il sonetto:  non conosco una lirica più efficace di questa per esprimere il concetto dell’amore tra esseri umani e Shakespeare, chiunque sia stato, potrebbe essere tra i migliori parolieri del progressive!

HP: Per la sua struttura, per le tematiche affrontate e per l’importante presenza di Rick Wakeman, “Stanzas For Music” merita una trattazione a parte. Ti va di illustrarcela?

P.P.: Certo! Era un brano per due terzi già scritto per il terzo disco dei Mogador, il resto erano parti scritte da Luca; dopo il mio allentamento dalla band ho “dovuto” completare il brano da solo ed alla fine questo è il risultato; mentre finivo di comporlo tutti questi cambi di tempo e di armonia,  quasi una sorta di “mini canzoni” mi hanno fatto venire in mente Tony Banks ed in particolare “One for the Vine” brano tra i miei favoriti; devo dire però che me la cavo al basso e chitarra acustica ma non sono un eccellente pianista per cui pensavo ad un esecutore decisamente più bravo che potesse rendere al meglio il brano; ho pensato a Rick Wakeman perché ho avuto l’onore di conoscerlo ad un concerto degli Yes grazie al mio amico Alessandro Casellato, storico giornalista prog ed alla ex fidanzata “italiana” di Rick che me lo hanno presentato 10 anni fa. Scontato che sono un fan degli Yes, ho pensato di contattarlo; ero insicuro su di una sua risposta invece si è dimostrato interessato all’idea e mi ha chiesto di sottoporgli il brano, gli è piaciuto e l’ha risuonato ovviamente secondo il suo inconfondibile stile:  poi ho aggiunto il basso sulla backing track che comprendeva anche una traccia di batteria elettronica e poi Luca ha registrato  chitarre e tastiere; a quel punto in effetti suonava più Yes che Genesis! Per la voce c’era tutta la parte in tonalità più alta che era stata pensata e scritta per la tonalità di Richard ed io ero disposto affinché lui la cantasse ancora ma non se ne è fatto nulla; a quel punto il mio pensiero si è rivolto ad un altro dei miei musicisti preferiti, David Paton; mi sono riascoltato qualche sua canzone ed ho pensato che fosse l’ideale per quel tipo di tonalità; l’ho contattato e non solo ha deciso di cantare la seconda parte ma anche la prima! Alla fine è stata anche una fortuita e piacevole coincidenza poter riunire questi due grandi artisti che avevano già collaborato insieme qualche anno fa.

HP: Di questo tuo primo album a nome Sarastro Blake qual è il risultato di cui vai più fiero?

P.P.: Di essere riuscito a riunire tutti questi illustri ospiti  coinvolgendoli a “pieno titolo” e non come mero cameo e mi auguro con “intelligenza musicale” e di aver portato avanti il binomio artistico con Luca che all’indomani della rottura con i Mogador sembrava giunto al termine, grazie comunque anche a Luca stesso che ha accettato di produrre il disco.

HP: Il tuo background folk si lega molto bene alle atmosfere romantiche e alle soluzioni sinfoniche di questo nuovo lavoro. Continuerai a muoverti su queste coordinate o nella tua evoluzione ti lascerai contaminare da altro?

P.P.: Non so se ho un background folk; in ogni caso il mio approccio compositivo e musicale è da sempre variegato; tuttavia la mia musica ha sempre preso spunto da quegli anni ’60 e ’70 e dai grandi classici e quindi mi muoverò su quelle coordinate. Come diceva Sting (altro mio eroe musicale) 30 anni or sono “Il rock è morto”; credo sia vero nel senso che idee nuove e rivoluzionarie in campo musicale dopo quegli anni se ne sono viste poche; anche per questo motivo per me è meglio cercare di scrivere soprattutto belle canzoni, magari quelle restano, come ad esempio “September Morn” o “Alone Again” mentre di boriose complicate composizioni o monotone canzoni senza ispirazione cosa resterà?

HP: Cosa ci riserva il futuro di Sarastro Blake? Ci sono progetti nuovi all’orizzonte?

P.P.: Il futuro non si può predire ma intuire e sognare ad occhi aperti;  per ora bisognerà far conoscere il neonato progetto, poi spero in un nuovo album e successivamente la ripresa di un po’ di attività concertistica che mi manca molto.

HP: Paolo ti ringraziamo per la disponibilità e ti salutiamo chiedendoti, se ti va, un consiglio per noi della redazione di HamelinProg.com

P.P.: Grazie a voi per questa bella opportunità e per la vostra estrema professionalità e conoscenza del mondo prog, vi faccio i miei più sinceri complimenti per il vostro sito, davvero una fonte esauriente per gli amanti del genere.

Per maggiori info: www.sarastroblake.com

Per acquistare l’album: www.mentalchemyrecords.com/shop.htm

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