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Intervista agli Astrolabio

Intervista agli AstrolabioHP: Gli Astrolabio ospiti della rubrica “L’artista racconta”. Un saluto a Michele Antonelli (M.A.), Massimo Babbi (M.B.), Paolo Iemmi (P.I.) e Alessandro Pontone (A.P.)! La redazione di HamelinProg.com vi ringrazia per aver accolto il nostro invito.

M.A.: Ma siamo noi a ringraziarvi! In questo mondo di pochezza liquefatta, nel quale sembra tutto a portata di mano nella misura in cui è invece completamente inafferrabile, è veramente raro imbattersi in qualche mente attenta e disponibile ad approfondire qualcosa di (ci auguriamo) nuovo; specialmente in Italia; specialmente se si parla di cultura; e specialmente se si parla di musica. Quindi: davvero grazie a voi per l’opportunità di raccontarci che ci date.

HP: Prima di parlare degli Astrolabio bisogna partire dagli Elettrosmog, precedente “personificazione” della band. Come nasce quel progetto? E quali sono le influenze che vi hanno spinto ad intraprendere l’avventura musicale?

M.B.: Grazie di questa domanda. E’ sempre bello ricordare gli Elettrosmog, il primo gruppo col quale cominciammo a pensare al Prog. Quell’avventura nacque originariamente da un’iniziativa di Michele, insieme ad Alessandro (che allora suonava la chitarra ritmica) e Francesco Delli Paoli al basso. Subito dopo arrivammo anch’io io ed il batterista Cristian Maselli. Già dall’inizio sapevamo di non essere un gruppo ortodosso, ed infatti non arrivammo a suonare Progressive (come tanti altri) per emulazione dei  “maestri”. Venivamo tutti da esperienze musicali che più eterogenee non si può: dal Funky al Grunge; dal Rhythm and Blues all’Hard Rock, così come i nostri ascolti sono veramente (ma veramente) di tutto, partendo dall’assunto che la musica è sempre buona quando è suonata bene, e contaminandoci sempre a vicenda sino ad arrivare a fare quello che ancora oggi facciamo, tentando di dare una nostra personale formula di rielaborazione a tutta la musica a noi nota nella speranza di proporre qualcosa di nuovo. Sicuramente personale. Ci siamo riusciti? Di certo ci siamo divertiti, e tanto! Lo stesso immutato divertimento che ci ha traghettati attraverso tutti questi anni.

HP: Come Elettrosmog pubblicate l’album “Monologando”. Vi va di raccontarci il percorso che vi ha condotto al vostro primo “frutto”?

A.P.: Tutti i musicisti, o almeno tutti coloro che cercano di metterci “del loro” con una proposta originale, sognano di finalizzare gli sforzi attraverso il traguardo discografico, e noi non siamo stati certo mai immuni a queste velleità. Dopo i primi demo sentivamo crescere il forte desiderio di lavorare in studio (tra l’altro esperienza sempre divertentissima!) parte del nostro grande repertorio di allora, che giudicavamo meritevole d’essere impresso su un album a futura memoria. E per fortuna lo facemmo! Ogni tanto lo ascolto, e devo dire che nonostante riconosca uno stile ancora acerbo, lo considero ancora piacevolissimo. Monologando è il degno avo degli Astrolabio e del Rock Degressivo. Sfortunatamente i discografici a cui lo sottoponemmo non furono dello stesso avviso. Quel che avevamo sempre considerato come una nostra caratteristica di forza, fu invece vissuta come eccessiva trasversalità, e la difficoltà d’inserire il disco in un preciso catalogo di genere lo destinò a divenire un album autoprodotto con tiratura e distribuzione limitatissime. Ma qualcuno ne abbiamo ancora, eh!

HP: Quando e perché spunta in voi l’esigenza di cambiare nome al progetto? E quali sono le differenze sostanziali tra le due manifestazioni?

M.A.: Le delusioni artistiche son dure da mandar giù. Il disco a cui avevamo dedicato tempo, denari ed energie veniva inspiegabilmente (per noi) rifiutato da chi a nostro avviso avrebbe potuto farci fare un piccolo salto in alto salvandoci dall’anonimato. Mettici pure che eravamo giovani ed ambiziosi… E la frittata è fatta! Cominciò qualche piccolo dissapore fra noi, la ricerca intestina delle cause dell’insuccesso, qualche cambio di formazione ed infine lo scioglimento nel 2007. Ma chi suona, chi suona veramente sa bene che non si può mica smettere! La musica ce l’hai dentro e prima o poi torna inevitabilmente fuori. Così, un paio d’anni dopo, in un piccolo appartamento dove vivevo da solo, “vomitai” fuori due anni di autocastrazioni: scrissi in forma praticamente definitiva i primissimi brani del nuovo gruppo che cominciavo ad avere in mente. Poi chiamai Alessandro, che da tempo mi incalzava per aiutarlo a realizzare la sua nuova passione: la batteria. “Ciao Ale, facciamo un gruppo che si chiama Astrolabio!”. “Ok”: la sua risposta. Era fatta! In breve vincemmo le risibili perplessità di Massimo ed in seguito coinvolgemmo anche Paolo, già con noi nell’ultima versione degli Elettrosmog. Non ci fu dunque un vero stacco stilistico tra le due formazioni. Pensai di cambiare nome al nuovo progetto  soprattutto in segno di rispetto per quel gruppo, per ciò che per noi aveva rappresentato, e per i componenti mancanti, intendendo al contempo il voltare pagina come una nuova ripartenza, con l’idea di scrivere un nuovo capitolo dello stesso libro. In effetti, chi ci segue da lungo corso sa bene che sia il nostro sound Hard Prog (che mi azzardo con molta presunzione a definire caratteristico), sia le tematiche legate all’attualità di cui sempre ci occupiamo, vivono già da quell’era una palese evoluzione decisamente lineare, in quella che speriamo avvenire in termini di crescita tecnica e culturale. L’unica grande discriminante tra Elettrosmog ed Astrolabio sta nel non banale fatto che ad oggi in noi non esiste alcuna tensione relativa ad un “arrivare”. Siamo (ri)nati per necessità, per gioco, ed è esattamente con questo spirito che ci troviamo a provare, a scrivere, a stare insieme: per giocare. Paradossalmente l’interesse per noi arrivò proprio quando lo consideravamo ormai assolutamente una possibilità accantonata.

HP: Il nuovo corso musicale è definito dal gruppo con l’etichetta di “Rock Degressivo Italiano”, per fugare con agrodolce humor ogni stilema precostituito, cui anche il “Progressive” storico ha pagato dazio, ed il dichiarato intento libertario di spaziare a tutto campo senza vincoli di genere. Vi va di approfondire il concetto?

M.A.: Ci abbiamo riso parecchio su questa cosa del Rock Degressivo, un conio che dobbiamo interamente a Massimo al culmine di un post prove da avanspettacolo cui spesso la nostra sala è teatro in tarda serata. Ricordo che quella sera si scherzava sul consueto tema delle nostre difficoltà nel riconoscerci appieno col calderone del Progressive italiano, un filone che seguiamo da sempre con estasi ed infinita ammirazione, ma che a volte sentiamo un po stretto. Come si diceva precedentemente, il nostro (e con questa prego il lettore di risparmiarmi gli insulti) è un “Prog puro”. Spiego meglio prima d’incorrere nella lapidazione da parte di qualche appassionato progger. Pur unanimemente considerati “di genere”, noi non arriviamo intenzionalmente al Prog, non avendo mai avuto una chiara direzione musicale bensì attraverso una ricerca di “espressività altra”, certamente tramite l’utilizzo di canoni già esistenti (tra cui evidentemente anche il Progressive) mutuati dai nostri moltissimi ascolti, ma senza cedere alle lusinghe di facili stereotipi. Ecco: il tasto dolente e polemico sta proprio qui. Nel fatto che la “musica nuova” degli anni ’70 era esattamente questo: ricerca, fuga dai preconcetti, deflagrazione delle etichette di genere. E poi? Poi il paradosso: il Prog è diventato un genere! Penso che il Rock dovrebbe tornare ad essere una forza di rottura con gli schemi, non mero esercizio di revival. Noi tutti abbiamo una teca luccicante e contenente l’intero catalogo dei “classici” italiani e stranieri: Area, Banco, King Crimson, e via a snocciolarli tutti… Ma bisogna ricordare che questi sono solamente i colori a disposizione di un musicista: il quadro lo deve dipingere lui! Perché altrimenti il tutto si riduce unicamente all’ennesima crosta replicata all’infinito. …E se devo andare a sentire un gruppo che “Oh, son bravi eh?.. Sembran Le Orme!”, scusate tanto, ma preferisco Le Orme. Così, un po’ per scherzo, prese piede la nostra piccola provocazione nell’utilizzo di un neologismo per definire il nostro modo di intendere la musica, declinandolo ad un mondo che necessità forzatamente di etichette, e che da quel momento ha inaspettatamente riscosso molto più interesse di quanto ci saremmo potuti aspettare. Ma ormai, nell’epoca delle post-verità, dovremmo tutti smetterla di sorprenderci dei paradossi che più che eccezione si confermano essere regola nel nostro vivere. Anzi, vorrei cogliere l’occasione per invitare chi volesse approfondire il concetto Degressivo a contattarmi (utilizzando tranquillamente Facebook). Sarò lieto di condividere con chiunque del materiale che ho scritto a riguardo.

HP: Il primo, vero, album degli Astrolabio è “L’isolamento dei numeri pari” del 2014 (in realtà, due anni prima, è uscito l’autoprodotto “Temperato Demo(dé)”). Dal vostro punto di vista, siete riusciti a mettere completamente su disco la vostra idea di Rock Degressivo? E com’è stato accolto da critica e pubblico?

P.I.: Il Rock Degressivo ed il nostro modo di intendere il fare musica insieme, sono due cose che si compenetrano talmente da rendere inevitabile il reciproco realizzarsi di entrambe. Se la domanda è piuttosto riferita al nostro grado di soddisfazione circa i nostri prodotti (bleah, che brutta parola!) allora ti posso dire che sicuramente il tempo ci vuole bene, nel senso che l’esperienza accumulata in tutti questi anni di musica condivisa e di registrazioni in studio, ci consente ad oggi di concludere dei lavori che allo stato attuale del nostro sentire ci entusiasmano e consideriamo assolutamente rappresentativi. Di sicuro credo che fino a questo momento ogni passo sia stato decisamente sempre in avanti, mai indietro o laterale. Sai, il Rock Degressivo, come diceva Michele, è quest’idea nata un po’ per gioco che però ha comunque un suo senso. In due parole spiega veramente quello che facciamo e come lo facciamo: in modo diverso, così come dovrebbe essere per tutti quelli che dicono di fare Prog, e che invece sono i cloni dei soliti cloni. E’ confortante vedere che, invece, ultimamente sempre più gente ci scrive o ci contatta facendoci i complimenti per questa cosa. Perché sono andati un po’ oltre la facile velina dell’umorismo leggero da Bagaglino ed hanno capito che la nostra è satira che non guarda in faccia a nessuno, cosa che tra l’altro, allo stato attuale ci ha anche precluso qualche palco importante, di cui ovviamente non faccio specifiche. Ma  non importa, perché crediamo fermamente che la coerenza paghi, ed anche se non lo facesse noi continueremmo comunque a fare quello che sappiamo fare, per chi vuole ascoltarci o anche solo perché ci fa star bene.

HP: Il 2017, invece, è iniziato con la pubblicazione de “I Paralumi della Ragione”, lavoro che noi di HamelinProg.com abbiamo avuto il piacere di recensire. Michele ha già raccontato nei dettagli la genesi dell’album sulle nostre pagine (clicca qui), quindi vorremmo incentrare il nostro approfondimento su due particolari piuttosto notevoli del vostro lavoro: artwork e testi. Partiamo dall’affollata immagine di copertina realizzata da Marco Triolo: come nasce? Vi va di descrivercela? E, soprattutto, vi va di rivelarci qualcosa in più sulle argute descrizioni presenti in fondo al libretto relative ai personaggi raffigurati?

A.P.: Il titolo dell’album fu proposto da Michele, con l’annessa accezione parodistica di “nuovi Lumi della Ragione”, al tavolino di un bar dove siamo soliti bere qualcosa nei nostri defaticanti dopo prove estivi, un luogo che a questo punto può essere a ragione considerato “il posto dove gli Astrolabio decidono i titoli dei dischi”, dato che è sempre avvenuto in questo modo. Siccome c’era la generale idea di dare continuità allo stile fumettistico che ha caratterizzato tutte le nostre copertine precedenti, mi venne da subito in mente di commissionare il lavoro a Marco, un vecchio compagno di scuola che esercita proprio la professione d’illustratore. Lo proposi con successo agli altri, ed insieme a lui maturammo l’idea di rielaborare un famoso quadro di Lemonnier che doveva richiamare con forza le atmosfere illuministe del ‘700 ed al contempo contenere i controversi campioni della nostra epoca. La cosa, di per sé è anche una nostra piccola celebrazione del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uscito proprio cinquant’anni fa e la cui grafica parte più o meno dalla medesimo affollato concetto, e dei Beatles, di cui specialmente Paolo e Michele sono grandi cultori. Nel giochino di dare degli indizi utili al riconoscimento dei volti (da noi scelti in una decina a testa) ritratti ne I Paralumi della Ragione abbiamo anche scansato l’improbabile possibilità di procurarci qualche noia da parte di qualcuno dei protagonisti. Saremo assolutamente lieti di fornire una precisissima legenda a chi avesse voglia di scriverci per saperne di più.

HP: Passando ai testi, sia “I Paralumi della Ragione” sia il precedente “L’isolamento dei numeri pari” puntano molto sull’elemento “parola” utilizzato con intelligente sarcasmo. Dai problemi sociali alla satira politica, la nostra “simpatica” realtà è presa sapientemente di mira dai vostri testi. Ma come nascono e come si adattano alla struttura musicale dei vostri brani?

M.A.: La domanda è interessante e di difficile approfondimento. Salvo qualche estemporaneo intervento da parte di Paolo, col quale condivido felicemente il posto al microfono, i testi dei brani li scrivo io. Dunque, non esiste una formula definitiva, ed anche quando credo d’averla trovata, l’ispirazione seguente mi sconfessa sistematicamente. A volte il testo è giustapposto ad un giro nato dalle mie mani, altre da pattern più complessi improvvisati da tutti in sala. Altre volte ho delle parole già belle e pronte che aspettano solo d’esser cucite su una musica ad hoc. Altre ancora, miracolosamente le due cose scaturiscono nel medesimo istante. Non abbiamo mai avuto particolari problemi nell’intersezione delle due componenti, forse perché la nostra fase creativa è sempre stata molto improntata all’improvvisazione. Per quel che riguarda gli argomenti invece, posso solo dire che anch’essi sono più o meno frutto di tutto il mondo che mi, e ci circonda, che permea dentro di noi attraverso giornali, libri, televisione, radio, dischi, ecc.. Generalmente essi sono l’effetto d’un banale pretesto a far nascere un’idea, che quando funziona sgorga da sé fuori dalla mia testa seguendo una sua traiettoria indipendente. Non esiste serata di prove nella quale non ci si ritagli almeno qualche fazzoletto di tempo per scherzare amaramente sui guai del nostro tempo: dal prenderci in giro ai massimi sistemi (?) della politica, ai grotteschi costumi dell’italiano medio, e questo flusso di consapevolezza collettiva, unitamente alla mia individuale, è ciò che inevitabilmente si riversa anche nei nostri pezzi. Cantiamo esattamente ciò che pensiamo del mondo e dei suoi avventori, cercando di dire ciò che crediamo vada detto senza timori reverenziali, perché mi piace pensare che in un modo o nell’altro la musica sia sempre provocazione, dato che se non “provoca” nulla è solamente rumore. Insomma, vogliamo credere di essere dei guitti dei giorni nostri, sperando che anche un Dario Fo apprezzerebbe.

HP: Entrambi gli ultimi due lavori sono stati pubblicati da Andromeda Relix e Lizard Records. Come nasce la collaborazione con le due sempre attente etichette e com’è il vostro rapporto con loro?

M.B.: Come già accennato da Michele, gli Astrolabio nacquero veramente senza alcuna pretesa, al solo fine di ricominciare a suonare insieme e di divertirci. Scrivevamo un sacco di materiale solo perché questo è quello che ci piace veramente fare, lontanissimi da secondi fini. Non ci siamo mai divertiti nel fare “covers”, ma piuttosto nel mettere insieme “pezzi di noi”, del nostro sentire e godere nel sorprendente risultato dato dall’alchimia delle nostre molto differenti personalità. Questo comunque non toglie il bisogno che ogni musicista ha di esibirsi dal vivo, un po’ per narcisismo e un po’ per il piacere di sentire scorrere quell’adrenalina che solo la dimensione concerto ti sa dare. Fatto sta che non appena raggiunta una manciata di pezzi ci esibimmo presso alcuni festival locali, dato che i pochi brani non ci consentivano altresì di imbastire ancora dei concerti nostri veri e propri. Partecipammo tra gli altri anche al Tregnago Rock Contest, vincendolo e venendo insperatamente notati dal giornalista e scrittore Gianni Della Cioppa, patron della veronese Andromeda Relix, nonché amico di Loris Furlan, a sua volta della Lizard Records. Apprezzò l’originalità della nostra proposta al punto di offrirci l’opportunità di realizzare un disco con la sua discografica, appoggiandoci anche alla Lizard per quel che riguarda la distribuzione, e catechizzandoci interamente per quel che concerne le dinamiche del commercio musicale, cui eravamo a totale digiuno. Nel tempo i nostri rapporti di reciproca stima mutarono in una vera e propria amicizia. Si occupò anche di tutta la parte promozionale e la collaborazione fu talmente felice da rendere scontata la replica della stessa formula anche per la realizzazione de I Paralumi della Ragione. Gli dobbiamo davvero moltissimo.

HP: Tre dischi e due registrazioni live. Come sono cambiati e cresciuti gli Astrolabio in questi anni? Oggi vi sentite più maturi musicalmente?

P.I.: Sicuramente. Ci sentiamo cresciuti molto da un punto di vista della composizione, ed ovviamente il fatto di suonare insieme da molto tempo velocizza sempre di più il nostro modo di arrangiare, laddove la crescente ottima conoscenza reciproca fa si che sappiamo bene cosa gli altri Astrolabio si aspettano da noi e viceversa. Penso che questo feeling sia deputabile in larga parte al fatto che ogni volta che ci troviamo, la prima buona mezzora, man mano che arriviamo in sala ed attacchiamo gli strumenti, la dedichiamo sempre alla libera interpretazione. Tra l’altro è proprio da questi momenti di free-Rock che sono nate le idee migliori. A questa crescita di sintonia interna ha sicuramente contribuito quella individuale di ognuno di noi, attraverso lo studio dello strumento, la lettura e l’approfondimento nell’ascolto di artisti poco considerati sino a quel punto (uno su tutti: Zappa!). L’entusiasmo quasi infantile che ci smuovono queste scoperte ci contaminano poi vicendevolmente esattamente come le opinioni che abbiamo sulla realtà circostante, come prima si diceva. Credo che l’ancor breve percorso discografico sia un ottimo testimone della nostra crescita artistico musicale, cosa che viviamo come in un continuo divenire ben lungi dal sentirci “arrivati”. Pur gratificati (ed esausti) dopo il compimento di un nuovo brano, siamo sempre subito desiderosi di cimentarci con un nuovo pezzo dove tentare inedite (per noi) soluzioni melodico-ritmiche. Fortunatamente, ad oggi ancora non abbiamo conosciuto alcuna crisi compositiva; anzi, ci ritroviamo costantemente a dover gestire una sempre lunga lista di bozze di canzoni, riff o idee di strofe nel sempre aperto AstroCantiere.

HP: Quali sono le difficoltà che avete incontrato in questi anni (e che incontrate tuttora) nel promuovere la vostra musica?

A.P.: Le difficoltà che gli Astrolabio incontrano nel promuoversi sono più o meno condivise con quelle di tutti gli altri gruppi italiani che fanno del Rock originale. A dire il vero però, abbiamo sempre trovato piuttosto riduttivo pensare unicamente al pur sacrosanto discorso sulla mancanza di ricettività da parte dei giovani d’oggi, come del poco coraggio di un sistema che preferisce i “soldi facili” del Pop (quello contemporaneo, non la nobile accezione d’un tempo!) allo scommettere su puzzolenti gruppetti scaturiti da qualche ameno garage. Secondo noi il problema è molto più vasto ed in generale riguarda la cultura in Italia: quelli che non comprano i dischi, sono gli stessi che non vanno ai concerti, ma anche che non vanno alle mostre, a teatro, al cinema, che non leggono un libro dai tempi delle Superiori… Allora, sino a quando l’intera società non ci si renderà conto di questo, i musicisti continueranno a piangersi inutilmente addosso, litigandosi un ridicolo orticello di pubblico. Nel mondo del Prog italiano in particolare, abbiamo assistito personalmente alle patetiche prese di posizione molto snob da parte di vecchie glorie, volte unicamente a custodire gelosamente qualche non ben definito primato, in modo scandalosamente antitetico al fare del bene all’aspetto artistico. Lotte intestine che secondo me, in realtà, non fanno altro che tagliare fuori le molte proposte originali che nascono in seno al sempre ricchissimo sottobosco nostrano, e di conseguenza ad allontanare un pubblico ormai stanco della “solita minestra riscaldata”.

HP: E sul fronte concerti, invece? Qual è la situazione e come sono gli Astrolabio sul palco?

M.B.: Ci divertiamo sempre tantissimo quando ci troviamo nella dimensione del concerto. Come dicevo anche prima: l’adrenalina che offre il palco è una sensazione impagabile, e penso che quello che sentiamo quando gli Astrolabio ci si trovano sia percepito nitidamente anche da chi assiste alle nostre esibizioni. Purtroppo condividiamo anche con tutte le altre formazioni Rock contemporanee, grandi o piccole che siano, anche la pochezza delle realtà nelle quali è possibile suonare oggi in Italia. Tolti i grossi festival sparpagliati per il Belpaese, infatti, negli ultimi anni si è assistito ad una vera e propria scomparsa della stragrande maggioranza di locali di tutte le dimensiono nei quali si faceva musica fino a non troppi anni fa. Questo penso per varie ragioni, ma in primis ritengo responsabili i gestori degli stessi. Anch’io non mi sento di deputare interamente le responsabilità sul pubblico. Credo che nel tempo si sia ecceduto in una estenuante settorializzazione di generi e sottogeneri, frazionando ulteriormente un già sempre meno recettivo bacino di orecchie. Secondo me bisognerebbe tornare a quella formula di locali, nei quali si faceva semplicemente musica, oltre i confini di genere. Basta con i club esclusivissimi che vivono nell’ombra tacciandosi di un’aurea cult che esiste solo nella mente dei loro gestori! Tornare a dei luoghi in cui si può suonare ogni sorta di espressione musicale permetterebbe in un sol colpo di riunire molta più circolazione di pubblico, creando un proprio “giro” di affezionati, che s’imbatterebbero anche più o meno casualmente in approcci musicali eterogenei e differenti dalle loro preferenze, e quindi nello stesso tempo contribuirebbe significativamente alle opportunità di ascolto di ottime proposte penalizzate solo dall’essere considerate di nicchia. Personalmente ho difficoltà nel ricordare di aver assistito ad una spiacevole esibizione live, anche se “sulla carta” era lontanissima dai miei gusti abituali.

HP: Cosa prevede il prossimo futuro degli Astrolabio? Ci sono novità che potete anticiparci?

P.I.: Certamente! Come dicevo, noi abbiamo la peculiarità di non riuscire mai a fermarci troppo sul “già fatto”, ma sentiamo invece la continua esigenza di lanciarci in direzione di cose nuove. A testimonianza di questo posso raccontare che già mentre erano in corso le registrazioni del nostro debutto La Solitudine dei Numeri Pari, avevamo scritto più della metà dell’ultimo I Paralumi della Ragione! Seguendo lo stesso assioma, è già da parecchi mesi che abbiamo le idee molto chiare riguardo al prossimo lavoro, che stimiamo di cominciare concretamente a lavorare in studio tra la fine di quest’anno e gli inizi del 2018. Dall’inizio di questo nuovo progetto abbiamo anche accolto in pianta stabile tra gli Astrolabio il chitarrista acustico Alessandro Fortunati, un’ulteriore valida risorsa degressiva. Ad oggi siamo praticamente giunti al completamento di tutti i tasselli che lo comporranno. Ora si tratta solamente di definirli ed arrangiarli per bene. Di questi tempi abbiamo subito una doverosa battuta d’arresto per preparare al meglio la nostra esibizione al FIM 2017, ma da allora ci siamo imposti una ferrea disciplina che ci terrà lontani dai palchi (salvo offerte a cui è impossibile dire di no!) sino al termine dei lavori che daranno una forma pseudo definitiva all’ammasso magmatico che ora compone l’album. Senza sbottonarmi troppo, per non rovinarvi la sorpresa, posso solo anticipare che sarà un album in perfetto stile Astrolabio e che ruoterà tutto attorno al tema del consumismo. Basta: non fatemi dire altro, altrimenti mi cacciano dal gruppo!

HP: Vi ringraziamo per la bella chiacchierata e, come siamo soliti fare, vi chiediamo un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com.
M.A.:
Beh, è davvero difficile dare dei consigli d’ascolto ad un personale così preparato come il vostro. Praticamente impossibile segnalare qualcosa che vi sia sfuggito o che non abbiate anche solo già approfondito. Posso solo azzardare nel segnalare quelli che sono i miei interessi del momento, quelli che con buona probabilità influenzeranno i miei prossimi futuri lavori. Ultimamente ho molto approfondito la conoscenza di un gigante della musica italiana come Patrizio Fariselli (essendo già da sempre un accanito ascoltatore degli Area) di cui ammiro incondizionatamente l’impressionante tecnica e la semplicità umana con la quale ho avuto il piacere di incontrarmi alla Fiera Internazionale della Musica di quest’anno ad Erba. Mi piace segnalare un lavoro del suo Project: Lupi Sintetici e Strumenti a Gas del 2001, nel quale tra le numerosissime collaborazioni v’è anche la partecipazione del sottovalutatissimo genio di Roberto “Freak” Antoni, artista davvero completo e sempre snobbato da quell’insopportabile cricca di impostori che si fregia del titolo d’“intellettuali”. In questo periodo mi sento particolarmente vicino all’approccio della Patafisica (la scienza delle soluzioni immaginarie) con tutte le sue sfaccettature introdotte nelle varie espressioni artistiche del ‘900: dall’immaginifico Rock-Jazz dei (ovviamente) Soft Machine al teatro dell’assurdo; ma anche in tutti tentativi di occuparsi del particolare mandando al diavolo inutili costrutti generalisti. Tipo? Tutto Frank Zappa!

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