Home / L'artista racconta / Intervista agli Unreal City

Intervista agli Unreal City

08_Intervista agli Unreal City

HP: La rubrica “L’artista racconta” vede questa volta protagonisti gli Unreal City, giovani esponenti del progressive italiano. Ciao ragazzi, un sincero benvenuto dalla redazione di HamelinProg.com!

Emanuele Tarasconi (E.T.), Francesca Zanetta (F.Z.), Francesco Orefice (F.O.), Federico Bedostri (F.B.): Ciao!

HP: Iniziamo come sempre dalla fine. Abbiamo di recente recensito il vostro debut album, “La crudeltà di aprile”,  lavoro che ci ha positivamente colpiti per la maniacale cura dei particolari e per l’alto spessore musicale e culturale. Potete illustrarcelo fornendoci magari la giusta chiave di lettura?

L’album si struttura in 6 brani i quali hanno come filo conduttore il divenire delle cose e la loro corruzione. Ogni traccia si propone di approfondire un diverso aspetto della tematica, si passa quindi dal parlare della corruzione dell’individuo a quella della società e della civiltà intera.

HP: Il nome della band e il titolo dell’album si rifanno entrambi al poemetto di T.S. Eliot, “The Waste Land” (“La Terra Desolata”). La vostra dichiarata passione per l’opera del poeta statunitense (naturalizzato inglese) ci ha spinti a considerare “La crudeltà di aprile” come una chiara e decisa critica alla società moderna. È solo una nostra impressione o c’è qualcosa di più concreto in questa interpretazione?

Assolutamente, uno degli aspetti che abbiamo voluto sviluppare maggiormente è stato quello relativo alla decadenza e corruzione della società moderna e anche dell’uomo moderno, altro tema molto caro a Eliot! In particolar modo i brani “Horror Vacui” e “Dove La Luce E’ Più Intensa” rimandano ad una concezione psicoanalitica della civiltà come costruzione sociale fortemente alienante e repressiva.

HP: Cosa vi ha spinti ad adottare testi sepolcrali dalla forte carica simbolica e sonorità oscure e gotiche?

E.T.: Sicuramente i nostri gusti e le nostre passioni personali, non solo musicali ma anche letterarie, filosofiche, teoretiche, artistiche. La cosa che si è cercato di dimostrare (in linea con un pensiero che condividiamo anche con Fabio, peraltro) è che il progressive non si può limitare ad essere solo struttura musicale, laddove il testo rimane una sorta di contorno, una cosa da scrivere ed eseguire a denti stretti e il prima possibile. Con questo disco abbiamo cercato di rendere il più possibile un connubio (non per forza parafrastico, anzi) fra musica e testi sullo stesso piano di importanza.

HP: Di questo vostro primo album qual è l’elemento che più vi ha soddisfatto e quale invece quello che vi ha fatto più penare?

E.T.: Sicuramente l’elemento più soddisfacente è stato, per quanto mi riguarda, l’utilizzo esclusivo di tastiere vintage, la preferenza per la sintesi sottrattiva su quella ibrida/digitale/granulare, l’utilizzo di strumenti acustici, elettroacustici e analogici ed effetti a nastro (delay). Sono anche molto soddisfatto dell’ottimo lavoro svolto da Sandro Ferrini sul mastering finale del disco.

F.Z.: L’aspetto più soddisfacente del lavoro finito, secondo me, è l’ottima commistione che si è venuta a creare tra sonorità vintage, dovute principalmente alla tipologia di strumenti utilizzati, e sonorità più moderne; sicuramente l’esperta mano di Rox Villa ha contribuito moltissimo a questa fusione tra “il vecchio e il nuovo”. Per quanto mi riguarda invece l’aspetto più problematico delle mie sessioni in studio è stata la registrazione del liuto rinascimentale su “Atlantis”; è uno strumento molto delicato sotto tutti gli aspetti e non avevo mai avuto modo di portarlo il studio.

F.O.: L’aspetto più soddisfacente del disco è stato l’uso dell’effettistica in generale, ben curata da parte di Rox Villa, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali in “Catabasi” ed “Ecate”. L’ostacolo più impervio è stato rendere le parti funky adatte allo studio di registrazione e quindi diversificare il modo di suonare live per adattarlo alle dinamiche e ai tempi di uno studio.

F.B.: L’elemento più soddisfacente dal mio punto di vista è stato il risultato finale per quanto riguarda le sonorità della batteria, che corrispondono esattamente a ciò che avevo in mente. La parte più difficoltosa invece è stata rapportarsi con il metronomo, soprattutto visti i numerosi cambi di tempo e di bpm che ci sono nel disco.

HP: Qual è il ruolo di ognuno di voi all’interno del gruppo? Come contribuite singolarmente al progetto Unreal City? Quali sono le particolarità, le idee e i gusti che contraddistinguono il singolo nel gruppo?

E.T.: Io sono tastierista, cantante, compositore e paroliere. Da un punto di vista organizzativo mi occupo del coordinamento “musicale” del gruppo nel suo insieme.

F.Z.: Oltre ad essere la chitarrista del gruppo, mi occupo principalmente della gestione del nostro sito internet e dei profili sui vari social network. Per quanto riguarda i miei gusti e il mio background musicale, possiamo dire che amo molto il prog sinfonico e tutte le sue sfaccettature, a livello chitarristico in particolar modo apprezzo Andrew Latimer e David Gilmour e credo che il loro modo di suonare mi abbia influenzato moltissimo.

F.O.: Nel gruppo sono bassista e seconda voce. In generale mi occupo di ciò che riguarda il palco, il cablaggio degli strumenti, la strumentazione posizionata in modo ottimale per il concerto. Per quanto riguarda i gusti personali, direi che apprezzo molto PFM, Pink Floyd, Jethro Tull ed ELP.

F.B.: Sono il batterista e percussionista del gruppo, con qualche comparsata alle backing vocals. Oltre a questo mi occupo di riprese e montaggio dei videolog della band

HP: Dall’omonimo EP alla pubblicazione di “La crudeltà di aprile” sono passati poco più di dieci mesi nei quali è avvenuto il decisivo incontro con Fabio Zuffanti. Vi va di raccontarci come avete vissuto quest’ultimo anno e in che modo è avvenuto il vostro incontro con Zuffanti?

Abbiamo contattato Fabio poco dopo l’uscita del nostro EP, la scorsa estate, per chiedergli un parere artistico sul nostro lavoro. All’epoca non sapevamo che Zuffanti aveva da poco iniziato il progetto Mirror Records. E’ stato Fabio, dopo aver ascoltato il nostro EP, a proporci un incontro per parlare di un’eventuale collaborazione, la quale si è poi concretizzata con la pubblicazione de “La Crudeltà Di Aprile“.

HP: Vi va di spendere due parole su Fabio Zuffanti artista, professionista e uomo?

Zuffanti è un visionario, nel senso che è veramente l’uomo del prog moderno che le altre scene internazionali dovrebbero invidiarci. A livello umano è una persona con cui è molto facile entrare in sintonia, sa metterti tranquillamente a tuo agio in ambito lavorativo e riesce ad estrapolare dalla tua musica delle soluzioni stilistiche che la valorizzano.

HP: Un fattore che non può e non deve essere sottovalutato è la vostra giovanissima età. Siete tutti nati in piena epoca Grunge, ma comunque cresciuti a pane e progressive rock. Quali sono gli artisti e i gruppi che più hanno influito sulla vostra formazione musicale?

E.T.: Provenendo dalla musica classica, sulla mia formazione musicale hanno inevitabilmente influito artisti di quel settore. Mi è impossibile non citare Zimerman,  Arrau, Richter, Bachaus. Per quanto riguarda il rock, assolutamente Keith Emerson, Rick Wright e Rick Wakeman, ma anche Dave Sinclair e Jimmy Smith. Fra gli italiani citerei Premoli, Pagliuca e Nocenzi.

F.Z.: Personalmente sono cresciuta con Pink Floyd, ELP, Yes, Camel, PFM, Banco ecc…, gruppi che tutt’ora rimangono molto importanti per quello che è il mio background musicale e inevitabilmente sulla mia formazione musicale.

F.B.: Ascoltando e suonando tanti generi diversi, mi è difficile stilare una lista con tutti i batteristi che mi hanno influenzato, ma sicuramente alcuni hanno lasciato segni indelebili nella mia formazione. In primis John Bonham, che ritengo sia alla base del rock-drumming moderno, e parlando di Prog, mi è impossibile non citare Mike Portnoy, da cui ho appreso tanto, Gavin Harrison, un vero esteta dello strumento e andando un po’ più indietro, il geniale Bill Bruford. Per le sonorità più “cattive” e ricamate, gli svedesi Lopez e Axenrot (Opeth).

F.O.:  Forse sono quello che si discosta di più dai classici paradigmi del progressive. Il mio background si è formato fondamentalmente sul bassismo blues, hard rock e rock classico.

HP: La vostra passione per il progressive rock classico è talmente radicata da spingervi  alla continua ricerca di sonorità ed effetti vintage. Dalla ricca strumentazione adottata in “La crudeltà di aprile” si evince che, oltre ad avere un’ottima preparazione musicale, siete anche dei veri cultori del genere progressive. Cosa avete da dire a tal proposito?

Abbiamo cercato per quanto possibile di utilizzare sonorità vintage utilizzando strumenti quali organo Hammond, Mellotron, Moog e testate valvolari con effetti di riverbero a molla. Questo ovviamente non è un modo un po’ snob di rivendicare l’esclusività di tale strumentazione nel genere che suoniamo, quanto il riflesso nel concreto delle nostre personali e soggettive preferenze timbriche. Il progressive non è un genere da prendere alla leggera: una volta che si è dentro, si è costretti ad andare fino in fondo, cercare, scavare. E’ il genere che più di ogni altro (forse insieme al blues) si confà ad un approccio di tipo quasi archeologico.

HP: Che consiglio vi sentite di dare ai giovani musicisti che si avvicinano al mondo del progressive rock oggi?

E.T.: Personalmente consiglierei, per quanto riguarda i concerti dal vivo, di non rimanere arroccati attorno ai tre/quattro templi italiani del prog, bensì girare il più possibile, proporre anche nei contesti apparentemente meno consoni al genere la propria musica. Purtroppo più passa il tempo e più sembra che i musicisti prog compongano un mondo autoreferenziale ed estremamente chiuso. Bisogna rivendicare la caratura, anche in termini di popolarità, di questo genere.

HP: Nel mondo dell’arte e della musica (ma non solo!) si guarda sempre più al profitto e sempre meno all’emozione, alla passione e alla genuinità. Il vostro percorso e le vostre scelte propendono decisamente per le seconde. Cosa vi sentite di dire a chi invece si arrende alla logica del mercato?

Come diceva Guccini: “Voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni”.

HP: Vi va di raccontarci un aneddoto sulla band che ricordate con particolare piacere?

E.T.: Ce ne sarebbero a iosa. Con particolare piacere ricordo una serata di una delle prime prove con Federico, l’anno scorso. Lui era abbastanza teso  dopo i provini e con Francesca e Francesco ci eravamo ripromessi di farlo sentire a proprio agio: doveva essere una serata sobria, insomma. Peccato che nella realtà finimmo alle 4 del mattino a fare corse nei i carrelli della spesa nel parcheggio dell’Esselunga.

F.Z.:  Ricordo con piacere molti momenti anche a livello extramusicale passati insieme (perché di fatto passiamo moltissimo tempo insieme). Quest’inverno ad esempio ci siamo messi in testa di costruire da soli le flight case per i nostri strumenti, in particolar modo per alcune tastiere e per la testata del mio amplificatore. Così armati di buona pazienza e un paio di schizzi abbiamo passato 2 giorni interi a trafficare nel garage della casa di Emanuele per costruire le custodie. Il risultato è accettabile tant’è che le utilizziamo tutt’ora, ma soprattutto ci siamo divertiti molto a cimentarci nel fai da te!

F.O.: Durante la nostra permanenza a Genova (per la registrazione del disco), erano due le principali attività extrastudio, prevalentemente notturne: andare a giocare a biliardo (cosa che comunque facciamo spesso insieme anche dopo le lunghe prove nel week end), oppure rimanere nell’appartamento in affitto e immergerci in surreali discussioni con Federico,  che per l’occasione s’immedesimava nel ruolo di smazziero di bische clandestine di Poker. Così si faceva mattina, perdendoci in dialoghi su eventi di dubbia verità.

F.B.: La convivenza a Genova durante le sessioni di registrazione ha sicuramente dato luogo a una marea di situazioni divertenti, ma in particolare ricordo le registrazioni dei videolog del gruppo, dove si alternavano resoconti didascalici della nostra attività in studio con siparietti scritti a tavolino con personaggi ormai storici. Ore di riprese contenenti la marea di tentativi per girare qualche scena che suscitava incredibili attacchi di ridarola contagiosa, senza contare gli incontri con i particolari e gentilissimi vicini di casa, che ci incontravano sul pianerottolo vestiti di tutto punto pronti per registrare.

HP: Cosa dobbiamo aspettarci dagli Unreal City per il futuro? Ci sono progetti nuovi all’orizzonte?

E’ in cantiere un nuovo disco, del quale stiamo componendo i pezzi proprio in questo periodo e che speriamo di registrare nell’estate 2014. Per il resto stiamo continuando a portare live “La crudeltà di aprile” e speriamo di continuare ad avere l’ottima risposta di pubblico che abbiamo avuto fin’ora!

HP: Ragazzi vi ringraziamo per l’estrema disponibilità e vi congediamo chiedendovi, se vi va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

E.T: Non posso consigliare altro che di continuare così. Vi ringraziamo per l’ottimo lavoro di informazione che avete fatto per quanto riguarda il nostro disco.

Per maggiori info:

www.unrealcity.it

www.facebook.com/unrealcityband

Per acquistare l’album “La crudeltà di aprile”:

www.btf.it

www.mirrorrec.com

http://shop.unrealcity.it

 

Check Also

Intervista agli Astrolabio

Intervista agli Astrolabio

HP: Gli Astrolabio ospiti della rubrica “L’artista racconta”. Un saluto a Michele Antonelli (M.A.), Massimo …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *