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Intervista ai Locus Amoenus

Intervista ai Locus AmoenusHP: I Locus Amoenus ospiti della rubrica “L’artista racconta”. Un saluto a Alessio Vito, Antonio Di Filippo, Alessandro Ragano, Mauro Cefalo e Gerardo Danna. La redazione di HamelinProg.com vi ringrazia per aver accolto il nostro invito.

Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nasce il progetto Locus Amoenus?

Locus Amoenus: Il nostro progetto musicale nasce un po’ come quello di tutte le band di ragazzini che si ritrovano nel tempo libero in un garage per disturbare la quiete del vicinato e che a poco a poco trovano consapevolezza di sé stessi e decidono di fare musica partendo dalle idee. Arriva il momento in cui diventa un’esigenza il voler creare qualcosa di proprio, mettere in gioco tutte le proprie capacità creative. Nel nostro caso, dopo un po’ di gavetta, alla fine del 2010 abbiamo deciso di stabilire degli obbiettivi da raggiungere, e da lì è iniziato il nostro percorso di crescita musicale e sicuramente anche umano durante la quale abbiamo dato un’identità alle nostre idee. I “ragazzini” di cui sopra erano inizialmente Alessio Vito, Mauro Cefalo, Raffaele Purgante e Alessandro Ragano, il nucleo originale del gruppo. Nel Settembre 2012 al gruppo si aggiunge anche Antonio Di Filippo, e quindi il progetto prende la sua direzione definitiva.

HP: Nella vostra biografia si legge: Nell’estate del 2010 preferiscono esibirsi in giro con musica cantautorale spaziando da artisti come: Rino Gaetano, Francesco Guccini, Fabrizio de Andrè e tanti altri. Nell’autunno 2010 i giovani artisti iniziano il loro progetto verso pezzi inediti. Nello stesso momento il loro repertorio è formato da cover della scena Rock/Progressive Italiana e Inglese. A cosa è dovuta la “svolta prog” e qual è la “scintilla” che vi ha fatto virare verso la scrittura di pezzi inediti?

L.A.: L’esperienza con le cover rappresenta la gavetta che un po’ tutti i gruppi fanno: ci ha aiutato a prendere confidenza con le esibizioni live, imparare a fare i primi arrangiamenti e così via. Il cantautorato nostrano (ma anche molto altro) è stato il primo terreno di prova per noi, poi, crescendo e arricchendo il nostro background musicale, ci siamo spinti a provare ad emulare i grandi musicisti che ascoltavamo. È stato un modo per studiare in tutti sensi un certo tipo di musica che ci ha permesso anche di esplorare al meglio i nostri strumenti. Il progressive rock ci è sempre sembrato un enorme calderone nella quale è possibile ritrovare tante forme e stili musicali, ed è sempre stato il nostro genere di riferimento per l’assoluta libertà di espressione che offre. Così, quando abbiamo deciso di creare musica nostra, abbiamo sfruttato l’attitudine musicale che abbiamo imparato a cogliere dal Progressive.

HP: Il nome della band è preso in prestito della letteratura (il “luogo idealizzato, felice” è un tema utilizzato, ad esempio, già da Omero e Virgilio), ma qual è il vostro locus amoenus?

L.A.: Il locus amoenus è ciò che tutti cerchiamo, per noi probabilmente è il nostro stesso fare musica, il gruppo stesso, perché il nostro fare musica è un qualcosa di sincero, che nasce dall’esigenza di trovare una dimensione in cui cercare ciò che di positivo c’è in noi. La musica può creare quella giusta atmosfera che ci faccia per un attimo abbandonare la realtà e portarci in una dimensione di riflessione, per poi ritornare alla realtà stessa con più consapevolezza.

HP: Bisogna attendere il 2013 per giungere al vostro esordio discografico “Clessidra”, lavoro che noi di HamelinProg.com abbiamo recensito di recente. Già dal primo ascolto dell’album si nota una certa cura nei suoni e una scelta di soluzioni interessanti, elementi che denotano capacità tecniche e compositive davvero considerevoli. Vi va di raccontarci la genesi dell’opera?

L.A.: In “Clessidra” c’è tutta la nostra evoluzione musicale, da inizio progetto fino al momento in cui abbiamo deciso di incidere tutto il materiale che avevamo pronto. L’album è composto da brani composti in periodi diversi: “Inverno” e “Anima” sono i nostri primi inediti, “Il Suono di Lei” è stato realizzato in un periodo di crisi per il gruppo, poi il tutto è stato completato in bel periodo di creatività quando ormai avevamo trovato la nostra strada. Abbiamo speso molto tempo su ogni brano, e non perché volessimo rendere il tutto forzatamente complesso, ma anzi per cercare di mettere in musica le nostre idee quanto più coerentemente possibile.

HP: Come scritto in tale occasione è il Tempo, osservato da varie angolature, il tema guida delle liriche di Alessio Vito. La sensazione che però si percepisce leggendo le sue parole non può essere di certo definita positiva. Il trascorrere del tempo è dunque un elemento “sfavorevole” per l’uomo e per il mondo in cui vive? O è l’uomo che ha reso il passare del tempo dannoso per sé e per il suo habitat? E come va letto l’omaggio all’Amleto di Shakespeare nel brano omonimo?

L.A.: Il tempo è l’unità di misura per la vita di noi uomini, è l’elemento che caratterizza la nostra esistenza più di qualunque altro e talvolta sembra essere un grosso limite. Ma il tempo in sé diventa un elemento sfavorevole quando è l’uomo stesso a sfruttarlo non correttamente. Il tempo può creare distacco, cancellare i sentimenti, generare il rimorso; questi sono aspetti negativi che derivano dalla nostra condotta, dal modo in cui affrontiamo la vita. Il tempo invece dovrebbe essere ricerca, evoluzione, dedizione verso gli altri. Solo in questo modo possiamo superare la non facile realtà delle cose. Amleto è un simbolo di follia, vittima della crudele realtà. È l’essere che ha perduto la ragione, l’amore e il suo tempo nella ricerca di qualcosa che lo ha portato alla propria distruzione. Nella storia di Amleto sono rintracciabili molti dei temi trattati in “Clessidra”, quindi ci siamo divertiti a richiamarlo in un viaggio psichedelico tutto a modo nostro.

HP: Ascoltando la vostra musica, inoltre, è stato davvero come fare un tuffo nel passato (nel senso più positivo possibile!). Non pochi sono i momenti settantiani, così come certi suoni sembrano provenire direttamente da quegli anni (vedi, ad esempio, il sorprendente timbro del flauto di Alessio Vito). Quali sono le “fonti” cui “attingete” in fase di composizione e come nascono i brani?

L.A.: Sicuramente il background musicale di ognuno di noi del gruppo emerge di volta in volta nella musica che facciamo senza troppe forzature. Ognuno di noi ha influenze anche diverse e quindi è diverso l’approccio sui rispettivi strumenti. Il bello è mettere insieme tutte queste cose e cercare di dare una coerenza al tutto. I gruppi di riferimento per noi sono tanti, sia del periodo del prog più classico, sia gruppi più moderni e non solo prettamente progressive. Fondamentalmente il nostro è un approccio alla creazione musicale tipicamente “settantiano” è vero, ci si mette in garage, si suona, si discute sulle idee e si mettono insieme i pezzi.

HP: Una domanda sulla copertina dell’album, creata da Davide Panarella, è d’obbligo. Come nasce l’idea di trasportare in un’immagine, ricca di particolari, molti dei tasselli che ritroviamo nei testi (concettualmente potremmo paragonare la cover di Panarella alle opere di Paul Whitehead realizzate per Genesis, Van der Graaf Generator, Le Orme e altri)?

L.A.: Abituati ai grandi album del passato, in cui la componente grafica era utilizzata per approfondire i contenuti della musica, abbiamo voluto anche noi lavorare in quella direzione fornendo degli spunti che fossero anche una chiave interpretativa per i testi dei brani. Crediamo che il lavoro grafico si debba integrare fortemente con le atmosfere della nostra musica. Abbiamo curato personalmente tutte le idee e l’art design di “Clessidra” e niente è lasciato al caso; è un aspetto che ci affascina e appassiona molto questo.

HP: Il testo del brano che chiude l’album, “I segni del Mio tempo”, è un amaro sfogo contro la non “idilliaca” situazione umana e morale della società attuale, in generale, e della musica, in particolare. C’è un modo per uscire da questo mare magnum stagnante o una giovane band come la vostra è destinata a combattere col “coltello tra i denti”, per un tempo indefinito, prima di poter “emergere” (ammesso che si riesca ad emergere…)?

L.A.: Quello de “I Segni Del Mio Tempo” è sicuramente uno sfogo nei confronti di ciò che è costretto ad affrontare chi vuole fare in qualche modo una forma d’arte; ovviamente è una critica che ingloba un po’ tutto e tutti, noi stessi compresi, perché sostanzialmente siamo tutti parte dello stesso stato di cose, è una questione sociale e culturale ormai. Quello che più ci fa tristezza è che, per quanto riguarda la musica, oggi si parla molto più spesso di “prodotto” piuttosto che di “arte”. Ma la musica è arte, e come tale dev’essere rispettata, affrontata con serietà ed impegno e soprattutto deve essere veicolo di contenuti. Il discorso ovviamente sarebbe lunghissimo, probabilmente l’unico modo per contrastare lo stato di cose è impegnarsi e darsi da fare per proporsi al meglio e con onestà nei confronti degli altri e di quello che si sente di dover fare.

HP: Quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione? E sul fronte concerti la situazione si può definire migliore?

L.A.: Come per ogni cosa è una questione di investimenti: tempo, denaro e volontà non sono mai abbastanza per portare avanti un progetto musicale di un certo tipo. La difficoltà più grande è sicuramente quella di farsi conoscere ed apprezzare dagli addetti del mestiere della produzione musicale. Venendo da piccole realtà di provincia è difficile arrivare all’orecchio di un possibile interessato al proprio progetto musicale. Bisogna fare un uso mirato anche di internet che altrimenti può essere troppo dispersivo. Il migliore aiuto che un gruppo può dare a se stesso per autopromuoversi è sicuramente il cercare di inserirsi in un contesto quantomeno accogliente, partendo dalla propria provincia geografica. L’underground musicale nostrano non è affatto male, gruppi ce ne sono tanti, e quindi anche per questo è difficile farsi valere. Anche i live non mancano, ma i locali e i posti adeguati non sono tantissimi e preferiscono fare un tipo di programmazione piuttosto “commerciale”.

HP: Cambiando un po’ discorso, sempre nel 2013, nel mese di agosto, vi “spingete” sino in Germania dove partecipate anche allo Schrottregatta Festival. Come vi è sembrata la situazione musicale in quella parte d’Europa? E com’è stata la risposta del pubblico tedesco alla vostra proposta?

L.A.: Esibirci a Berlino ci ha fatto capire fondamentalmente una cosa: una buona educazione all’ascolto è fondamentale per sviluppare una buona cultura musicale, e non solo. Ci siamo ritrovati in una situazione totalmente estranea per noi, siamo andati in Germania a cantare in italiano e a portare un tipo di musica che non è proprio seguitissimo nell’underground berlinese. Eppure è stato uno dei live più coinvolgenti che abbiamo mai fatto. Il pubblico alquanto numeroso, ci ha seguito per tutto il nostro live, e noi ci siamo proprio goduti la loro risposta a quello che stavamo suonando: stiamo parlando di un pubblico davvero rapito nei momenti più lirici o psichedelici, ma capace anche di pogare sulle parti più spinte dei nostri brani. Davvero una grande esperienza! Qui da noi la situazione generale è diversa, però fino ad ora i nostri live hanno sempre avuto un buon riscontro, anche da parte dell’ascoltatore “medio” (adulto a dirla tutta).

HP: Da sempre la Campania è uno dei “poli caldi” del progressive italiano (dagli Osanna ai Cervello passando per Il Balletto di Bronzo e i Napoli Centrale, sino ai contemporanei Camera Chiara, Möbius Project, I Pennelli di Veermer, Slivovitz, solo per citarne alcuni). Qual è, secondo il vostro punto di vista, il filo che lega queste due generazioni musicali e quanto una band di oggi, come la vostra, “carpisce” dai colleghi più esperti (non solo campani)?

L.A.: Uno dei problemi della scena musicale attuale, in particolare quella del Prog campano, è che non c’è stato un ricambio generazionale. I grandi gruppi degli anni ’70 non sono riusciti ad assicurarsi un seguito corposo, e soprattutto non sono riusciti a far emergere nuove leve. Noi guardiamo sempre con ammirazione a ciò che ancora fanno quei grandi artisti, ma non abbiamo modo di inserirci nella loro scia. Detto questo, c’è anche da dire che la scena prog attuale è viva e vegeta anche se emerge poco. Abbiamo cercato di dare un segno di vita con il Re-Prog: Raduno Pop Progressivo Campano tenutosi il 27 Giugno 2015 alla BAM di Sapri (SA). Oltre a noi c’erano i Barnum’s Freak, Connie e le Visioni Sonore Progressive, gli Zion i True-O-Matic, Möbius Project. Di sicuro ripeteremo l’evento nel 2016!

HP: Di recente siete stati alle prese con la realizzazione di un brano che fa parte del progetto “Decameron: Ten Days in 100 Novellas – Part III”. Come nasce la collaborazione con Marco Bernard e la Colossus e qual è la novella scelta che “rileggerete”? Musicalmente rispecchierà le linee guida presenti in “Clessidra”?

L.A.: Siamo onoratissimi di far parte di questo enorme progetto musicale e culturale, il nostro ringraziamento va a Loris Furlan della Lizard Records che ci ha posto all’attenzione di Marco Bernard che ci ha dato questa grande occasione. È un progetto dalla portata internazionale che ci ha dato modo anche di conoscere meglio il prog nostrano attuale. Il brano che abbiamo realizzato verte sulla Novella 10 della Giornata 10, ultima dell’opera di Boccaccio quindi, ed è un suite abbastanza corposa. Ci hanno dato completa libertà per la creazione di questo brano quindi abbiamo realizzato testo e musica seguendo le atmosfere e i contenuti del testo di Boccaccio. È stato davvero un bel esercizio creativo che presenta sicuramente delle differenze dal punto di visto delle sonorità rispetto a Clessidra, ed è un lavoro bello vario. Non vediamo l’ora che sia pubblicato.

HP: Ultimamente siete stati protagonisti del Prog to Rock di Torino. Vi va di raccontarci l’esperienza?

L.A.: Altra grande esperienza del nostro 2015, è stata un’ottima occasione di confronto con un pubblico, dei musicisti e con tutti gli “addetti ai lavori” davvero affezionati al Prog e alla buona musica in generale. Eravamo tra i più giovani e siamo stati un po’ come a scuola, desiderosi di capire come quelle persone vivono la musica e l’ambiente ad essa legato. Ed è stato bello constatare la passione degli organizzatori del festival e, ovviamente, conoscere ed ascoltare grandi gruppi. Ci auguriamo che il festival si ripeta ancora e che si possa con il tempo creare una buona rete nazionale ed oltre per far circolare la musica che amiamo.

HP: Ci sono altre novità che vi va di anticipare? Dovremo attendere molto per il secondo album dei Locus Amoenus o qualcosa bolle già in pentola?

L.A.: Diciamo che in questo periodo non siamo attivissimi, abbiamo due membri del gruppo fuori sede e lavoriamo a distanza per quanto sia possibile. È un periodo di maturazione per il nostro gruppo, stiamo cercando di far fruttare tutte le esperienze fatte fin ora. Abbiamo avuto un cambio di formazione, in quanto il nostro chitarrista Raffaele Purgante ha ufficialmente lasciato il gruppo e al posto è subentrato Gerardo Danna, nostro caro amico. Stiamo lavorando anche a nuovi brani, ma ancora non è in programma un nuovo album. Stiamo cerando di inserirci nel circuito prog internazionale prima di realizzare un nuovo prodotto, quindi aspetteremo anche i riscontri della pubblicazione della compilation “Decameron” sperando in bene.

HP: Vi ringraziamo per la bella chiacchierata e, come siamo soliti fare, vi chiediamo un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

L.A.: Ormai abbiamo già avuto modo di constatare che siete una delle webzine più attive e appassionate d’Italia, davvero un punto di riferimento per chi come noi fa musica autonomamente. Quindi il nostro sprone ed augurio è che voi possiate sempre fare quello che già state facendo alla grande. Continuate a farci conoscere grande musica!

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