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Intervista ai Misty Morning

Intervista ai Misty Morning

HP: I Misty Morning ospiti della rubrica “L’artista racconta”. Un saluto a Luke, MaxBax, rejetto e Frankie! La redazione di HamelinProg.com vi ringrazia per aver accolto il nostro invito.

Luke: Ciao a tutti e grazie per l’attenzione che ci dedicate!

MaxBax: Un saluto a voi e grazie per l’invito!

Frankie: Ciao ragazzi!

rejetto: Grazie a voi!

HP: Dunque, iniziamo dal vostro moniker che a primo impatto rievoca i versi di “Children of the Sea” dei Black Sabbath, progenitori di doom ed heavy metal. Ecco, quali sono le radici del progetto Misty Morning?

MaxBax: Il progetto nasce tanti e tanti anni fa (come nelle favole “c’era una volta” …e adesso c’è ancora!); nella seconda metà degli anni ’90 i Misty Morning erano solo un’idea partorita da Luca e da me. I primi brani provengono da quel periodo e solo dopo diversi anni, con l’arrivo di Frankie alla batteria, hanno preso forma e sono stati registrati per il nostro primo EP, “Martian Pope”. Il nostro nome effettivamente proviene da “Children of the Sea” e “The Wizard” dei Black Sabbath, ma ad oggi il perché siano state scelte proprio quelle due parole non lo ricordo più… posso solo dirvi che quando ho sentito “Misty Morning” ho detto “Si, mi piace!!!”.

Luke: Io invece quel momento lo ricordo abbastanza bene; stavo scoprendo un sacco di band heavy metal in quel periodo (diciamolo: nei ’90 eravamo metallari!) e vedevo che molte erano solite prendere nome dai titoli di canzoni di band famose. Ricordo anche che non mi bastava il semplice titolo, volevo fare qualcosa in più per onorare i Sabbath. Notai che le parole “Misty Morning” erano l’incipit di ben due brani di Iommi e soci (anche se “Children of the Sea” inizia con “In a misty morning” ma non stiamo a sottilizzare!): il primo nella seconda traccia dell’omonimo del 1970 e l’altro nel capolavoro “Heaven and Hell” del 1980, primo disco dei Sabbath con Dio alla voce. Quale traccia? La seconda! Quindi 10 anni di differenza, due cantanti diversi e sempre l’incipit della seconda traccia. Senz’altro un caso molto curioso che mi dava la sensazione di un legame particolare tra quelle parole e i Black Sabbath. Chissà se gli stessi autori se ne siano mai accorti? Solo molti anni dopo, in una delle recensioni al nostro primo EP, ho scoperto che “Misty Morning” è il titolo di una canzone molto famosa di Bob Marley, ma sinceramente il reggae non è mai stato nelle mie corde. Credo di non averla ancora mai ascoltata quella canzone. Per quanto riguarda le radici della band in senso strettamente musicale posso dire che il nostro primo vagito è frutto dalla metabolizzazione dei classici dei Sabbath e di due dischi specifici dei Cathedral: “Carnival Bizzarre” e “Supernatural Birth Machine”. Non esagero nel dire che all’epoca Max ed io ne conoscevamo ogni singola nota e sfumatura.

Frankie: Quando fra me, Luke e Bax si cominciò a parlare dell’idea di formare una band (era il 2006?), fui esposto ad una valanga di musica “nuova”, fra cui i Sabbath ed i Cathedral. Io venivo da ascolti diversi ma compatibili (tanto ottimo stoner rock in quel periodo), per cui mi si disse: ascolta qua e tira fuori un groove per i nostri pezzi! Mi presi qualche libertà in effetti, ma ai ragazzi piacquero le mie “letture” e quando si trattò, un paio di anni dopo, di stendere nuovi brani cominciai anch’io a lasciarci lo zampino con la mia fissa per lo stoner.

rejetto: Io non c’ero, ma praticamente Luca e Bax si conoscono fin da ragazzini, andavano a scuola assieme. Una bella storia insomma, il sogno della vita. Anche il nome mi piace, di gruppi meritevoli ce ne sono tanti ma sono contento che abbiano scelto un riferimento solido e immortale come i Sabbath. È il tatuaggio di cui non ti penti mai.

HP: Negli anni il vostro stile musicale ha spaziato dal metal all’hard rock, dal doom alla psichedelia passando per il progressive. Cosa vi spinge a fondere tra loro generi musicali così diversi e quale, tra questi elencati, vi offre maggiori libertà espressive?

MaxBax: Il nostro pensiero comune è sempre stato quello di non ripeterci e di guardare in ogni direzione musicale. Se per quanto riguarda “Martian Pope” i brani che lo compongono vengono dal nostro periodo “embrionale” e attingono molto a generi quali il doom o l’heavy metal di stampo sabbathiano (pur avendo alcuni sprazzi di “eclettismo”), per quanto riguarda i nostri lavori successivi il cambio di rotta è stato logico e inevitabile. Con l’arrivo di rejetto alle tastiere le possibilità di esplorare generi come lo psych, il prog, ecc. si sono moltiplicate e così è aumentata anche la nostra voglia di spingerci oltre sul fronte compositivo e tecnico. Fino ad arrivare a “GA.GA.R.IN.”. Ad oggi non mi sento di appartenere musicalmente ad un genere specifico, e non so dire se ce ne sia uno più congeniale di altri per i Misties. Quello che mi piace è che le nostre conoscenze musicali, anche se a volte sono divergenti tra loro, si amalgamano benissimo insieme fino a portare una visione complessiva a 360 gradi, che può fare evolvere un pezzo in qualunque direzione musicale.

Frankie: Dopo il primo EP e la prima stagione di concerti assieme, Luke, Bax ed io eravamo egualmente “saturi” di doom e sludge. L’idea di contaminarci si sviluppò spontaneamente, durante le prove, le chiacchiere, i concerti fruiti da spettatori. Ma le prove più di tutto ci hanno indicato la via: non c’era una volta che i brani dell’EP suonassero “uguali”. Aggiungevamo improvvisazioni, cambiavamo gli assolo, implementavamo nuove stanze o fondevamo un brano con l’altro: giorno dopo giorno le nostre sessioni erano sempre più simili a delle jam e credo che fu allora che più o meno consapevolmente decidemmo di voler suonare una musica che fosse più fluida, che forzasse le barriere dei generi e che ci lasciasse divertire sul palco e in studio. La psichedelia rimane per me l’ambiente dove sguazzo meglio: amo sentire la musica evolvere in maniera lenta ed organica intorno a me.

rejetto: A dire il vero io ho difficoltà ad accettare il contrario. In qualche caso i gruppi hanno l’obbligo di sottostare a leggi di mercato, altri progetti hanno innatamente un senso artistico molto preciso (e quindi ristretto), altre volte invece manca la maturità musicale delle persone. A parte questi ci saranno probabilmente altri casi che mi sfuggono, ma i Misties non ricadono in nessuna di queste. Forse inizialmente era un gruppo di genere, ma è cresciuto e maturato insieme ai suoi membri. Quando mi sono unito a loro temevo che mi sarei dovuto limitare molto, anche sempre divertendomi, ma quando abbiamo scritto il primo pezzo assieme (“Saint Shroom”) ho capito che eravamo davvero compatibili come intenti.

Luke: Credo che la forza propulsiva che ci spinge a fondere stili e generi diversi sia fondamentalmente la curiosità. Come dice Frankie, sin dalle prime esibizioni dal vivo abbiamo iniziato a cambiare le carte in tavola, improvvisare su pezzi che erano fissati in un CD. Era un vero e proprio bisogno più che una scelta razionale. La voglia di esplorare nuove soluzioni abbattere certe barriere e andare oltre certi limiti per il gusto di farlo e soprattutto per sentire che effetto avrebbe fatto, cosa sarebbe successo. Questo non significa che ad un nostro concerto non sentirete i brani dell’album ma capita spesso che uno di noi inizi a costruire un passaggio e tutti gli altri lo seguano aggiungendo livelli. Ho un aneddoto molto simpatico a tal proposito: in un live in Abruzzo durante il soundcheck inizio a improvvisare una canzone con tanto di testo estemporaneo, ne viene fuori un brano completo. Alla fine del concerto mi avvicina un ragazzo complimentandosi soprattutto per la prima canzone e chiedendomi su quale disco fosse. Forse sul prossimo, forse in nessuno mai, era il soundcheck. I Misties sono così: curiosi di sapere cosa potrà succedere nella canzone successiva.

HP: “Martian Pope” e “Saint Shroom” sono le vostre prime creature. Vi va di illustrarcele?

MaxBax: “Martian Pope” è il frutto delle nostre prime idee, ispirate come dicevo dalla musica di band come Black Sabbath, Cathedral ecc. Non è stata una cosa voluta, ci piaceva quel genere e inevitabilmente una volta imbracciati gli strumenti quello che ne veniva fuori erano giri doom, riff granitici e roba simile! All’epoca eravamo solo io e Luca, che portava le sue idee quando ci vedevamo in un pub la sera. Insieme si parlava dei testi e della musica, si prendevano decisioni su come fare o non fare alcune cose e tutto il resto. Poi quando siamo diventati una band vera e propria con Frankie le cose hanno preso da subito tutt’altra direzione e gran parte di quello che era stato deciso è stato di nuovo stravolto! Ma resta comunque il fatto che il nostro “Papa” ha preso forma bevendo birra in un pub di rockettari. È stato pubblicato per la prima volta nel 2008, e ristampato l’anno successivo con l’aggiunta di una nostra interpretazione di “The Wizard” dei Black Sabbath, registrata originariamente per uno split che poi non ha più visto la luce. La cosa che mi piace di “Martian Pope” è che pur essendo un lavoro di matrice doom (o comunque metal) si avverte già la volontà da parte nostra di portare i pezzi in altre direzioni.

“Saint Shroom” ha avuto un percorso differente, rejetto era già entrato nella band e noi stavamo già esplorando nuove sonorità e diverse soluzioni creative. L’idea era quella di creare una suite con temi e momenti differenti, che allo stesso tempo fossero ben legati tra loro così da poter guidare l’ascoltatore attraverso un particolarissimo viaggio. Per come la vedo non abbiamo preso ispirazione da qualche band in particolare. Come sempre Luca portava le idee e noi le abbiamo lavorate tutti insieme portando ognuno le sue personali interpretazioni fino ad arrivare a quello che tutt’oggi credo sia il pezzo più rappresentativo della band. Sul lato B di questo maxi singolo c’è “Jellotron”, un pezzo che insieme a “The Wizard” doveva far parte dello split di cui parlavo poco fa. È stato concepito poco prima di “Saint Shroom” e da sempre è un pezzo che vedo come legame tra quello che erano i Misties all’epoca di “Martian Pope” e quello che hanno raggiunto con “Saint Shroom”.

Frankie: “Martian Pope” è stato importantissimo per noi. Le canzoni che contiene erano nelle teste di Luke e Bax da tanto, forse troppo tempo, ma meritavano pur sempre di essere realizzate e legate ad un supporto fisico. Non dovrei essere io a dirlo, ma credo che averle registrate sia stato catartico per i ragazzi. Appena usciti dallo studio erano finalmente pronti a guardare oltre. Senza contare il fatto che la band aveva bisogno di un biglietto da visita, e “Martian Pope” ha permesso alla scena e al pubblico di identificarci e di farci “lavorare” egregiamente. “Saint Shroom” è stata la nostra prima vera creazione come gruppo, a mio parere. Non tanto perché ho partecipato attivamente alla stesura dei brani ma soprattutto perché il maxi-singolo fotografava i nostri gusti del momento. Era attuale. Abbiamo avuto la possibilità di curare i dettagli, dagli arrangiamenti al packaging, e ci abbiamo messo dentro tutte le novità con cui volevamo misurarci. Io lo amo ancora oggi!

rejetto: “Martian Pope” è un bel disco, semplice e diretto. Lo comprai per far contenta una cara amica, dando per scontato che lo facesse solo per amicizia nei loro confronti, quindi partii scettico. Poi però l’ho ascoltato circa 50 volte prima di toglierlo dall’autoradio. Enough said! “Saint Shroom” è un lavoro inusuale, e la doppia faccia del vinile rappresenta bene lo spaccato temporale tra la prima fase della band e la sua evoluzione.  I due pezzi contenuti sono lunghi ma usano il tempo in maniera diversa: mentre uno è più diretto e si evolve come una curva gaussiana, l’altro è imprevedibile e segue più i contorni di una stella a 5 punte.

Luke: Aggiungo anche che “Martian Pope” è stato il disco che ci ha portato a suonare all’estero, in Irlanda e Inghilterra, una delle esperienze musicali più indimenticabili di sempre: vedere persone a bordo palco che cantavano le nostre canzoni è stato davvero emozionante. “Martian Pope” è anche il disco dove mi cimentavo alla stesura dei testi e anche se erano ancora legati all’immaginario di genere ci sono delle ambientazioni (lo sci-fi western, Jodorowsy o Warhammer 40k) che se ne discostano profondamente e sono ancora orgoglioso di averle affrontate nella nostra primissima pubblicazione. Da non dimenticare anche l’aspetto prettamente sonoro: in “Martian Pope” abbiamo raggiunto picchi di graniticità nelle chitarre o bassi subsonici che rendono il dischetto veramente singolare nel panorama di genere, tutto merito dello studio dove registriamo, L’Elefante Bianco a Roma di Massimo e Raimondo: il nostro sound deve molto a quei due geniacci! Con “Saint Shroom”, invece, ci siamo confrontati sul supporto in vinile, altra bella soddisfazione in casa Misties. “Saint Shroom” nasce dalle ceneri di uno split album con una band che si sciolse nel frattempo. Avevamo una canzone pronta “Jellotron”, molto quadrata con una lunghissima coda psichedelica, prima volta per noi, un titolo (“Saint Shroom”) per lo split e niente più. Da quel titolo ho scritto uno dei testi che amo maggiormente, frutto di uno studio approfondito su libri oscuri e introvabili, un excursus sulla storia dell’elusivo culto del fungo, rimasto nell’ombra delle religioni sin dall’antichità. “Saint Shroom” è l’orgoglio dei Misties. Dalla composizione all’arrangiamento, passando per le melodie e il testo, adoro quella canzone sotto ogni punto di vista.

HP: Dopo le esperienze formative dei primi due EP nell’ottobre del 2014 avete pubblicato il vostro primo full length, “GA.GA.R.IN.“. Recentemente abbiamo avuto modo di recensirlo, riscontrandovi solidità ed ecletticità stilistica, ma soprattutto una maturità compositiva che non ci si aspetta da una band alle prese con la prima prova. Qual è il percorso che vi ha portato ad ottenere questi risultati?

Luke: Innanzitutto grazie per le splendide parole. Credo che la fortuna di “GA.GA.R.IN.“, quella solidità e maturità  di cui parlate sia merito di una lunga gestazione attiva. Intendo dire che la maggior parte dei pezzi che compongono l’album è stata composta molto tempo prima, ma abbiamo continuato a lavorarci fino all’ultimo momento. Non dimentichiamoci che “Saint Shroom” è stato pubblicato con l’intenzione di essere il maxi singolo di apertura del disco. Purtroppo i tempi si sono allungati e “GA.GA.R.IN.” è uscito più di un anno dopo ma le canzoni erano già pronte e mentre aspettavamo di pubblicarle non ce ne siamo stati con le mani in mano. Venivano testate ai live e perfezionate in sala prove. Abbiamo costantemente cercato la soluzione migliore e non ci siamo mai adagiati sul pezzo finché non siamo entrati in studio. Anzi, sembrerà assurdo ma, dopo tutto quel tempo, il pattern di batteria di “Forward” è stato completamente riarrangiato il secondo giorno di registrazioni! Questa è la gestazione attiva di cui parlavo pocanzi. Tutto questo lavoro in background, l’incessante messa in discussione di comode soluzioni e la continua ricerca saltano “all’orecchio” più attento, ripagandoci delle fatiche spese nella cura del disco. Negli ultimi tempi è pratica comune di molti gruppi chiudere il pacchetto il prima possibile e iniziare a scrivere il disco successivo, senza curare minimamente il prodotto, confidando nel fatto che il loro bacino d’utenza prenderà il disco a scatola chiusa. Visto che ora anche la musica di nicchia è diventata di consumo, spesso si confida in una scarsa capacità critica dell’ascoltatore. Questo atteggiamento a nostro avviso non fa altro che innescare un circolo vizioso, in cui gruppi approssimativi finiscono per produrre musica per ascoltatori approssimativi. Come avrete capito, a noi non interessa rientrare in dinamiche di questo tipo, anche perché l’essere perfezionisti è nella nostra natura. Al contrario noi puntiamo a farci ascoltare da quella parte di pubblico in cerca di novità, dallo spiccato senso critico, che probabilmente troppo spesso vede disilludere le proprie aspettative da una pletora di gruppi che mettono troppa poca fantasia nel loro lavoro di composizione. Fortunatamente negli anni abbiamo consolidato un pubblico molto attento, che ci aiuta a continuare a credere che il nostro approccio sia quello giusto, almeno per noi. Colgo anzi l’occasione per ringraziarlo per il costante affetto che ci dimostra, nonostante le nostre tempistiche, che in effetti sono ancora un po’ “doom”!

MaxBax:GA.GA.R.IN.” vede la luce dopo diversi anni dall’uscita di “Saint Shroom”, e un po’ come per “Martian Pope” alcuni dei suoi brani provengono dal periodo subito successivo all’uscita del maxi singolo. Si trattava quindi di dare una nuova aura a quei brani e portarli ad un livello superiore. Suonando insieme ormai da molti anni, l’alchimia che si crea in studio, in sala prove, o quando si tirano su nuovi brani è sempre più forte. Spesso ci troviamo ad improvvisare cose che nascono sul momento. Alcune cose vanno a finire nei brani, altre restano lì e per essere magari usate in futuro… quello che voglio dire è che “GA.GA.R.IN.” è stato concepito con questo trattamento ed è un album che racchiude diversi momenti; si passa dal heavy rock serrato al doom, dalla ballad al blues con spunti che attingono in maniera sempre più decisa allo psych e al prog. Non volevamo fare un disco doom, o metal o chissà cos’altro… volevamo che la musica, allo stesso modo dei testi, fosse unita anche in questo caso da un filo conduttore pur spaziando in universi differenti, e che potesse portare l’ascoltatore direttamente al nocciolo. E credo di poter dire che ci siamo riusciti.

Frankie: Innanzitutto l’ambizione. La voglia di creare un album c’era fin dagli inizi ma mancavano tante altre cose! Avevamo bisogno di amalgamarci come band e di “metabolizzare” lo shock dell’aggiunta di rejetto. Quest’ultimo, con la sua creatività caotica ed imprevedibile alle tastiere, ci ha dato parecchio filo da torcere! Ma è grazie a lui che i nostri pezzi hanno guadagnato quella complessità che cercavamo di implementare già da tempo. La gestazione di “GA.GA.R.IN.” ha visto quattro teste – molto diverse fra loro – suggerire intere parti, incisi, riff, ognuna secondo la propria sensibilità. Ma l’obiettivo era quello di realizzare un album omogeneo che esprimesse sonorità coerenti, pur se in forme-canzoni sempre diverse, e quindi ci siamo sforzati molto di mantenere un certo equilibrio. È anche per compensare questa continua attenzione alla “direzione giusta” che abbiamo voluto inserire dei brani “personali” in cui sfogarci.

rejetto: Fin da ragazzini ci siamo singolarmente dedicati a scrivere musica, quindi gli anni non sono poi pochi. La nostra esperienza non è certo paragonabile a chi può impegnarvisi tutto il giorno, come i professionisti del settore, però ne abbiamo sentite tante e provate tante. Una mente curiosa esplora, non si fossilizza, non si accontenta.

HP: Alchimia, esoterismo, biologia, fisica moderna, letteratura e storiografia sono solo alcuni dei temi affrontati nella definizione degli scenari distopici e fantascientifici illustrati in “GA.GA.R.IN.“. La domanda è d’obbligo: cosa si cela dietro un immaginario così complesso e intrigante? Ci sono messaggi occulti da “leggere” tra le righe o è solo frutto di una fervida fantasia?

MaxBax: Su questo Luca potrà rispondere in maniera adeguata. Da sempre si occupa dei testi in maniera ineguagliabile. Le cose che mi ha insegnato scrivendo i testi dei Misties non si contano più e non vedo l’ora di sapere dove andrà a parare per il prossimo album! Quello che posso dire è che “GA.GA.R.IN.” è un messaggio, un mondo, una storia, un ideale. Ogni cosa del disco è legata a doppio filo, dalla musica, ai testi, a ogni singolo tratto presente nell’artwork. Anche se tutto sembra portare a singole differenti interpretazioni, alla fine converge in un cuneo che apre le porte ad un unico messaggio.

Frankie: Qui lascio la parola al buon Luke. I ragazzi sanno che da sempre mi occupo solo della musica e lascio le parole e i grandi temi agli altri. Se ne sono fatti una ragione. La mia unica preoccupazione è che i testi siano musicali per metrica ed assonanza, e Luke non mi ha mai deluso. Per me avrebbe potuto anche leggere l’elenco telefonico o la posologia di un farmaco (sono un grande fan dei Verdena)! Ma il fatto che lui abbia creato un mondo di parole affascinanti rispettando tutte le regole di un buon testo in musica per me è il segno di un grande talento… anche se ho ancora difficoltà a ricordarmi in quale canzone dice cosa!

rejetto: Sono sempre stato esigente sui testi, e infatti non mi piacciono quelli che scrivo per conto mio, e li riscrivo, e a volte m’arrendo proprio. Luca invece per fortuna è davvero bravo, e ho trovato vera consolazione nel lavorare con lui, che è l’autore di tutti i testi, e vi può spiegare i dettagli.

Luke: Da ascoltatore ho sempre dedicato grande attenzione alla lettura dei testi. Da ragazzo era quasi un rituale. Prima dell’ascolto sfogliavo il libretto e lo leggevo minuziosamente. Ora che sono dall’altra parte ripongo nell’impianto lirico la stessa cura che abbiamo nelle grafiche e nelle musiche. Vorremmo soddisfare ancora quel ragazzo esigente. Fondamentalmente mi piace raccontare delle storie. Creare mondi e personaggi che interagiscono con essi. Queste storie vengono narrate descrivendo delle immagini come delle diapositive che scorrono sulla musica o come scene di un fumetto, un media che mi piace molto e col quale mi piacerebbe collaborare in futuro. Le stesse potrebbero benissimo essere fruite dall’ascoltatore senza dover approfondire il messaggio, è sempre mia intenzione mantenere una godibilità anche a livello più esterno, ma poi è più forte di me e inizio a calibrare parole e grammatiche e integrare simbologie e simbolismi per convogliare un determinato messaggio di fondo, lasciando il divertimento della decodificazione e dell’interpretazione a chi ne avesse voglia. L’ispirazione viene dalle letture e da molti altri media, basta anche una notizia che attiri la mia attenzione, la esamino da altri punti di vista, approfondisco l’argomento e ci costruisco attorno una storia. Ad esempio la storia della missione “GA.GA.R.IN.” è stata ispirata da una foto trovata su internet che mostrava la straordinaria somiglianza tra la rete delle connessioni neurali nel nostro cervello e le galassie. “Mourn O’Whales”, invece, nasce da un documentario sul canto delle balene. “Black Monk Lives” attinge a piene mani dagli scritti di Giordano Bruno. Sono felicissimo anche di aver trovato tutti d’accordo nell’aggiungere nel booklet delle piccole descrizioni prima di ogni testo, per dare una chiave di lettura all’ascoltatore curioso.  Comunque, nonostante tutta questa seriosità, non disdegno una buona dose di ironia come insegna il buon vecchio Zappa. Mi sono divertito tantissimo a piegare simbologie alchemiche ed esoteriche in “Doomzilla”, uno spasso nonsense!

HP: In fase di scrittura, composizione e ideazione qual è il compito del singolo?

MaxBax: Principalmente le idee provengono da Luca. Ci vediamo in sala e si comincia a lavorare su dei riff che ha, dei giri, a volte canzoni complete e ognuno fa il suo per quanto riguarda l’arrangiamento. Personalmente mi piace molto poter dire la mia su idee degli altri. A volte la tua visione su come debba suonare una strofa o un ritornello dà al pezzo una marcia in più rispetto alla visione che può avere un altro membro della band. A volte non è così e magari ha ragione un altro. Noi prendiamo in considerazione tutte le possibili soluzioni che abbiamo fino a scegliere quella che riteniamo migliore per il pezzo.

Compiti specifici non ce ne sono, niente è scritto e proprio il fatto che ognuno suona nel suo personalissimo modo e propone soluzioni che agli altri possono non apparire logiche fa dei Misties un gruppo in cui non posso fare a meno di suonare. Questo è quello che cerco da una band e con loro per fortuna viene da sempre naturale.

Frankie: Tutto parte da un riff di Luke o di Bax cui io cerco di dare supporto e spazio per eventuali evoluzioni. Poi arriva rejetto e non si capisce più niente! A parte gli scherzi, il mio compito il più delle volte è rispettare i riff di Luke e coordinarmi con Bax per dare groove. Spesso mi piace dire la mia quando si tratta di connettere un riff all’altro, creando le transizioni da una stanza all’altra, ma tutto viene discusso assieme. Come batterista, il mio è un ruolo di supporto per eccellenza.

rejetto: Tendenzialmente ognuno si occupa della propria parte, da poggiare su un’idea centrale che normalmente viene da Luca. C’è comunque molta libertà, e ognuno mette bocca dove vuole. Spesso siamo ricorsi a metodi democratici per decidere quando non si trova un accordo, ma non è sempre la soluzione. Su “Forward”, ad esempio, abbiamo discusso per mesi su una singola nota, e alla fine ha vinto la minoranza. A volte può essere difficile accettare un’idea semplicemente perché in testa ne hai un’altra e fai fatica ad essere oggettivo. Ognuno di noi è ansioso di dare il proprio contributo.

Luke: Checché ne dicano i miei compagni, io porto sempre brani interi in sala prove! Ma a quanto pare per loro sono semplici riff o idee (hahahah!). Molto illuminante da questo punto di vista questa intervista. Scherzi a parte, il modus operandi è proprio questo: arrivo con un brano e glielo do in pasto! Questo viene smembrato, sezionato, digerito e ricomposto. Ciò non accadrebbe se soffrissi della sindrome della gelosia del compositore. Invece adoro lavorare con loro e ripongo una cieca fiducia nel loro giudizio e nelle loro capacità. Sono prontissimo a buttare intere parti al servizio del perfezionamento della canzone. È un piacere vedere come si trasformano con quattro teste che lavorano in assoluta libertà e all’unisono per un solo scopo: la buona riuscita della canzone, senza individualismi. Ogni proposta viene presa in considerazione ed è capitato anche che un errore di esecuzione venisse integrato nell’arrangiamento finale. Non si butta via niente! Abbiamo anche la buona abitudine di registrare ogni prova per avere una visione oggettiva e distaccata. Queste registrazioni sono anche utilissime per la creazione delle linee vocali e dei testi. Siamo una macchina ben oliata e affiatatissima e c’è un grande rispetto tra noi.

HP: L’idea di ritagliarvi ognuno uno spazio “solista” all’interno di “GA.GA.R.IN.” ci ha riportato alla mente illustri precedenti (dai Pink Floyd di “Ummagumma” agli Yes di “Fragile”, ecc.). Da dove è nata questa idea e qual era la vostra reale intenzione?

Luke: Quando è stata proposta mi è piaciuta molto l’idea di avere degli intermezzi legati concettualmente ai brani e dove lo strumento del singolo fosse al centro dell’attenzione. Al tempo, però non avevo un mio brano. “Sonnet” esisteva solo come poesia tout-court e dato che riprende la tematica e il messaggio di “GA.GA.R.IN.” si pensava di utilizzarla nel libretto, un sonetto in pentametro giambico dove mi ero divertito a seguire tutte le regole shakespeariane, da leggere e niente più. Un giorno imbracciai la chitarra e provai a musicarlo quasi per scherzo e con mio stupore funzionava bene. Provai a renderlo più accattivante registrando anche tutte le quattro voci del coro, sperimentando delle tonalità della mia voce che non si erano neanche mai sentite in una produzione Misties. Piacque molto ai ragazzi e oltretutto rispettava l’idea di fondo di mostrare lo strumento del singolo: la mia chitarra e la mia voce c’erano! Una cosa che mi piace molto di questi nostri intermezzi solisti (ma che spesso passa inosservata) è il fatto che non sono solo nostre composizioni autonome ma ognuno di noi ha curato anche le registrazioni! “Sonnet” è stata registrata nel mio studio (non di registrazione ma di casa proprio) e gli altri ragazzi hanno fatto la stessa cosa. Mi piace molto l’effetto finale.

MaxBax: Questa è una cosa che ho proposto in fase di composizione dei brani dell’album. All’inizio avevamo solo un intro e un outro. L’idea iniziale dell’intro “Forward” era di usare una sorta di fanfara di paese, idea che non è stata accantonata. L’outro “Sonnet”, invece, vede la sola chitarra e voce di Luca. Tutto questo mi ha fatto pensare a un qualche tipo di concept album, di opera o come volete chiamarla voi. Io avevo da parte un piccolo break strumentale “A New Cosmology” che vedevo bene come introduzione di “Black Monk Lives” e questi piccoli tasselli mi hanno fatto pensare che potevamo aggiungere altri strumentali qua e la nel disco, per renderlo ancora più personale, unico e fluido. Frankie ha composto “Silicon Sea” e rejetto “Baltimore, 1849”. Anche se fino ad ora ognuno ha potuto esprimersi senza restrizioni nell’arrangiare i brani dei Misties, questi break sono il primo vero frutto di tutte le singole menti del gruppo. Ora stiamo a vedere cosa succederà con i prossimi lavori.

Frankie: Grazie per gli immeritati accostamenti a Yes e Pink Floyd! L’idea di avere degli intermezzi in un LP mi ha sempre stuzzicato, specie se gli stessi favoriscono il passaggio da brano all’altro, generando continuità. In un’epoca come la nostra in cui la musica torna ad essere consumata “a singoli”, come si faceva appunto prima di Pink Floyd e Yes, avere queste piccole gemme sparse nell’album potrebbe essere proprio l’elemento che spinge l’ascoltatore a godersi l’LP per intero. In più, come dicevo sopra, i brani personali del nostro ultimo lavoro sono stati grande valvole di sfogo. Personalmente, ho tentato molte volte in passato di implementare drum machine analogiche nella musica dei Misties, ma alcune difficoltà legate alla complessità del setup ci hanno un po’ raffreddato. Chissà che ora che una composizione interamente elettronica figura in un nostro album i ragazzi non vogliano rispolverare quei miei vecchi piani…

rejetto: È nata pian piano. Ad un certo punto avevamo un paio di pezzi solisti, e ho pensato che sarebbe stato carino averne uno spazio ognuno, ripesando esattamente ad “Ummagumma”.

HP: Uno degli episodi più curiosi del vostro primo album è la cover del brano “Ballo in Fa # Min” di Angelo Branduardi. Vi va di spendere due parole su questa vostra bizzarra rielaborazione?

MaxBax: “Ballo in Fa # Minore” è l’unico brano del disco che fa parte dei nostri early years. La suoniamo da prima che dessimo alle stampe “Martian Pope”, ma per un motivo o per l’altro non abbiamo mai avuto occasione di pubblicarla fino ad oggi. La nostra rivisitazione ricorda molto le sonorità del primo lavoro, e per questo inizialmente ero un po’ titubante sull’includerla nell’album o meno. Poi la nostra maturità musicale ha reso possibile un adattamento più consono a quello che è “GA.GA.R.IN.” ed è uscita fuori la coda che spezza in due il brano fino a giungere al finale; questo è bastato a convincermi che era giunto il momento di registrarla. La cosa bella è che pur avendo arrangiato il finale in fase di composizione, durante le registrazioni è stato completamente stravolto e improvvisato al momento!

Frankie: Suoniamo il “Ballo” fin dai primissimi tempi, e nessuno ha mai avuto dubbi circa l’idea di inserirlo nel nostro primo LP – qualora fossimo mai arrivati a realizzarne uno! Il sogno è diventato realtà ed eccolo lì. Ho sempre apprezzato le riletture fuori-genere di grandi brani del passato (come non pensare alle cover che i Type O Negative hanno fatto di alcuni classici dei Beatles) e – ai tempi di “Martian Pope” – abbiamo subito realizzato il potenziale del “Ballo” in chiave doom, vuoi per il testo, vuoi per la ripetitività ossessiva del riff.

rejetto: È un vecchio pezzo in realtà, e c’era già quando mi sono unito alla banda. La tematica del testo si presta bene a quest’interpretazione musicale, cupa e solenne. La lunga coda finale invece la improvvisiamo ogni volta dal vivo, perciò abbiamo deciso di improvvisarla anche in fase di registrazione.

Luke: La prima cover dei Misties. La suoniamo dalle primissime prove insieme. Forse ci sono ancora dei video su YouTube dove la eseguiamo dal vivo da qualche parte. Volevamo una cover non canonica di un autore che abbiamo sempre amato. Ricreare con i nostri strumenti quelle melodie medievali e ricreare l’ambientazione originale mantenendo il nostro stile. La volevamo su CD sin dal primo EP, ma non siamo mai riusciti ad inserirla. Col senno di poi è un bene, perché la versione su “GA.GA.R.IN.” è la dimostrazione di quella “gestazione attiva” che dicevo pocanzi. Infatti eseguendola negli anni abbiamo sempre aggiunto parti su parti, dall’intro sincopato, ai sample estratti da “Il settimo sigillo” fino alla coda di improvvisazioni. È anche diventata una canzone molto richiesta dal pubblico ad ogni concerto, forse proprio per la sua natura camaleontica ad ogni esecuzione: è sempre nuova ma è sempre la stessa. Chissà come la suoneranno stavolta i Misty Morning? Non chiedetelo a noi.

HP: Le doppie versioni di “Doomzilla” e “GA.GA.R.IN.“, proposte in inglese e successivamente riadattate in giapponese (la prima) e in italiano (la seconda), mostrano anche la vena ironica del progetto Misty Morning. È un modo per dirci che partite dall’Italia alla conquista del Giappone o cosa?

MaxBax: Conquista del Giappone e anche dell’Italia! A parte gli scherzi… anche in questo caso inizialmente ero titubante ad avere una “GA.GA.R.IN.” cantata in italiano. Non riuscivo ad immaginare una musicalità del testo con un pezzo del genere, poi quando Luca ha portato la trascrizione ho capito che era solo questione di abitudine. Ora mi piace quanto l’originale! La “Doomzilla” giapponese rappresenta il mio primo approccio con il paese del Sol levante: l’idea di poter incidere i controcanti in giapponese mi ha da subito entusiasmato! Comunque, come per tutto il resto che prende forma nei Misties, questa decisione è nata da un pensiero, un’idea… niente di più. A volte seguire una semplice intuizione porta a un risultato che non speravi possibile. E così è stato anche in questo caso.

Frankie: Io e Luke siamo entrambi nipponisti – ci siamo conosciuti proprio grazie a i nostri studi – e siamo ovviamente affascinati dalla cultura del Sol Levante. “Doomzilla” – per i suoi temi – ci chiedeva in ginocchio di essere cantata in giapponese! L’ironia, invece, accomuna tutti i membri del gruppo: siamo così, un po’ cazzoni, un po’ nerd, un po’ menestrelli. Era irresistibile – sempre secondo i nostri noti standard di “serietà” – l’idea di piazzare “Doomzilla” in giapponese come bonus track, alla maniera dei dischi delle grandi band prog del passato quando volevano penetrare il mercato nipponico. “GA.GA.R.IN.” in italiano, invece, è lì anche per lanciare una sorta di messaggio: siamo italiani, veniamo da qui, questo è il nostro retaggio. Scrivendo sistematicamente in inglese abbiamo sentito ad un certo punto di voler affermare a nostra identità anagrafica – almeno per 3 o 4 minuti. Ho personalmente incoraggiato Luke a cantarla dal vivo in italiano anche perché le vocali nostrane aiutano a tirare fuori la sua voce. In più la lingua di casa dona a quel brano un carattere particolarmente epico. Confesso che non mi dispiacerebbe se i Misties in futuro scegliessero di scrivere metodicamente in italiano…

rejetto: Lo vedo come un modo per metterci alla prova. Personalmente mi piaceva l’idea di avere una canzone anche solamente in giapponese, così la gente avrebbe pensato fosse una cover. Mi piace confondere le idee.

Luke: Da par mio quelle canzoni sono lì anche per dimostrare soprattutto a noi stessi che sappiamo fare anche quello. Ormai si è capito che ci piacciono le sfide ed è proprio una bella sfida adattare due canzoni in diverse lingue, perché non stiamo parlando di comporre in un’altra lingua da zero ma un adattamento dove si mantenga lo stesso messaggio, la stessa metrica e la stessa linea melodica della versione originale. Era bello pensare che l’ascoltatore avesse la possibilità di cantare nella propria lingua o in quella preferita. È stato molto faticoso, non lo nego, soprattutto perché ero legato allo schema metrico. Grazie al carattere tronco della lingua inglese è possibile dire tante cose con poche sillabe; cosa che non puoi fare con lingue così vocaliche come l’italiano o il giapponese. Lavoro certosino ma appagante, soprattutto quando ritrovi amici che cantano di nascosto quelle canzoni nella loro lingua: missione compiuta! Che la cosa ci porti alla conquista del Giappone, chi può dirlo. Che siamo legati a doppio filo con il Sol Levante l’ha già detto Frankie, grazie ai nostri studi e ad esperienze artistiche di altra natura quindi il sogno di suonare al Budokan con il pubblico che canta la nostra “Doomjira” c’è eccome! Ma meglio rimanere con i piedi per terra e cercare di farci conoscere il più possibile e lavorare intensamente per far apprezzare il nostro lavoro. Il fatto che queste due canzoni siano così apprezzate fa ben sperare, forse in futuro potremmo fare qualcosa di più di un paio di bonus track (Con somma gioia di Frankie a quanto pare).

HP: Scherzi a parte, tra liriche poliglotte, passaggi radiofonici statunitensi ed etichette inglesi, il marchio Misty Morning sembra proiettarsi in un più ampio circuito internazionale. Quali direzioni – siano esse artistiche, musicali, geografiche, ecc. – prenderà il vostro progetto?

MaxBax: Personalmente sto già guardando a quello che potrà essere il prossimo lavoro dei Misties. “GA.GA.R.IN.” è il nostro primo album, ma ha avuto una gestazione lunga e un parto travagliato. Ora che è nato sano e robusto, non vedo l’ora di mettere le mani su nuovo materiale di proporre un paio di idee agli altri. Per quanto riguarda il resto non ci poniamo obiettivi. Se dovessero chiamarci andremmo a suonare anche su Marte! Di idee da realizzare ce ne sono parecchie, alcune facili… altre meno. Quello che posso dire è che non si sa mai in quale direzione gli eventi ci faranno posare il piede per i passi successivi. E questa è un’altra cosa che non vedo l’ora di scoprire.

Frankie: Domanda speciosa. Io mi sono trasferito a Berlino lo scorso settembre per studiare ingegneria del suono. Fortunatamente la band ha subito trovato un nuovo validissimo batterista con cui mi auguro riesca presto a buttare giù nuovi pezzi. Non è stato facile separarsi ma il mio coinvolgimento con la musica a 360 gradi mi ha spinto lontano, nella speranza di costruire nuove competenze da riversare in altri progetti. Il legame con i Misties rimane fortissimo: siamo tutti dei buoni amici prima che membri di una band, e dal punto di vista musicale conto di poter dare ancora un grande contributo, anche a distanza, non appena i ragazzi avranno nuovo materiale. Sarebbe fantastico poterli produrre senza essere limitati da questioni di budget, per non parlare del fatto che mi troverei a lavorare su uno stile che ho imparato a conoscere molto bene. Una cosa è certa, quando i Misties torneranno in studio io ci sarò – magari non dietro le pelli, ma davanti al banco!

rejetto: Intenzioni ce ne stanno, e alcune folli, ma non voglio spoilerare, anche perché realizzarle non sarà facile. Il legame col Giappone è forte perciò aspettatevi altro su quel fronte. Mi piacerebbe che i nostri spettacoli fossero più curati esteticamente, perché fa parte del divertimento (soldi e tempo permettendo). Io sto guardando alla musica del Sud Italia, sperimentando commistioni.

Luke: Che il gruppo nasca con un respiro internazionale è innegabile. Abbiamo iniziato suonando un sottogenere del metal con cantato in inglese quindi la scena nazionale era preclusa, blindata. A differenza di molte band italiane (ma fortunatamente il trend sta cambiando) abbiamo prestato molta attenzione e fatto grandi sforzi sulla pronuncia dei testi inglesi e questo ci ha premiati con un’etichetta inglese e riconoscimenti di pubblico sul suolo britannico. Certo non basta questo, abbiamo iniziato a suonare un genere che molti definiscono “eclettico” e il fatto di non far parte di una categoria precisa si sta preannunciando come una strada molto difficile da percorrere. Nell’epoca dei “tag” averne troppi o non averne nessuno ti mette in una posizione di svantaggio. Quindi più che una direzione del percorso ci stiamo districando su vari livelli di possibilità. Di sicuro c’è che non ci siamo mai posti dei limiti quindi cercheremo di usare questa nostra caratteristica per evolverci nella direzione che reputeremo più giusta.

HP: Prima di salutarci vi chiediamo cosa ci riserverete in futuro? Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?

MaxBax: Di progetti ce ne sono, molti sono ancora semplici idee e stiamo per metterci le mani tutti insieme per lavorarli alla maniera dei Misties. Spero che il prossimo step possa includere una integrazione visiva alla musica che porteremo live. Per quanto riguarda la musica, so che le idee sulle quali lavoreremo porteranno ad altri cambiamenti stilistici, come sempre è stato per noi.

Frankie: Considerata la mia situazione, la mia opinione vale quello che vale. Però un nuovo EP di tre brani, alla maniera di “Saint Shroom”, sarebbe fantastico! Magari entro la fine del 2015! Registrato a Roma, editato e missato a Berlino, stampato su vinile. Pensateci, ragazzi!

rejetto: Luca sta lavorando a delle sue idee, e potrebbe coinvolgerci.

Luke: Per il futuro più prossimo ci sono dei progetti più o meno fattibili. Faccio contento di nuovo Frankie dicendo che ci sono delle buone possibilità per un nuovo EP con deadline fine 2015: sarà un concept EP su un argomento folle che per quanto ne so, nessun gruppo ha mai affrontato. Per il lungo termine abbiamo solo idee più che progetti. Per l’immediato invece siamo alla disperata ricerca di live e concerti per promuovere “GA.GA.R.IN.” che sta riscuotendo un buon successo di critica ma che fatica ad andare sul palco. Vuoi per i nostri impegni lavorativi ma, come dicevo prima, credo sia anche per la difficile catalogazione. Siamo incastrati nel limbo del “troppo/poco [genere]” dove per alcuni siamo troppo qualcosa e per altri poco qualcosa, ad esempio troppo metal, poco psichedelici, ecc. Non è facile ritagliarsi il proprio spazio anzi se ci fosse qualche agenzia, qualche gruppo o qualche locale all’ascolto, noi siamo disponibili, ovunque voi siate!

HP: Vi ringraziamo per la bella chiacchierata e, come siamo soliti fare, vi chiediamo un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

MaxBax: Niente consigli da parte mia, siete grandi e continuate così! Cheers!!!

Frankie: Grazie per averci dato la possibilità di raccontarci! Continuate a dare spazio alle piccole realtà indipendenti come la nostra e a mantenere vivo l’interesse per generi di cui, specie noi italiani, dovremmo sentirci orgogliosi! Tschüss!

rejetto: Nessuno, voglio piuttosto ringraziarvi per le segnalazioni degli spettacoli. Sono sempre alla ricerca e mi avete fatto scoprire delle belle serate.

Luke: Grazie a voi! Il mio consiglio spassionato è: continuate così! Letteralmente, non fermatevi mai qualunque cosa succeda. Ciao!

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