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Intervista a Claudio Milano

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HP: La rubrica “L’artista racconta” ospita questa volta Claudio Milano, artista completo, cantante con un’estensione pari a sette ottave, autore, musicoterapista, performer, fondatore dei progetti multimediali NichelOdeon e InSonar. Ciao Claudio, la redazione di HamelinProg.com ti ringrazia per aver accettato di prendere parte a questa chiacchierata tra amici!

C.M.: Ben arrivato a casa a me, perché a casa mi sento, tra queste mura virtuali.

HP: Allora Claudio partiamo dalle tue ultime fatiche, il box “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure” e il più recente “UKIYOE“. Abbiamo avuto modo di recensirli entrambi. La nostra operazione di “analisi” ha richiesto diverso tempo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Adesso però ti chiediamo di svelarci la tua personale visione delle opere e la loro reale natura. Come, dove, quando e perché sono nate le idee per “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure” e “UKIYOE“?

C.M.: Anche il mio tempo di metabolizzazione di un’uscita così densa, come quella del box del 2013, troppo densa, per i tempi che viviamo, è stato lungo. Non solo, non ho fatto in tempo a riprender fiato, che ero già all’opera su “UKIYOE“, dato alle stampe poco più di un mese fa. Quando è tempo di pulizie in una cantina lasciata a lungo chiusa, il rischio di ritrovarsela pari a una fogna è grande e ci vuole un gran lavoro per rimetterla in ordine. Non solo, ce lo vedete Bruce Springsteen a scrivere musiche, testi e arrangiamenti dei suoi dischi, a curarne l’artwork, realizzando edizioni limitate fatte a mano e curando booking e rassegna stampa? È un paradosso, ma la cosa vale anche per Cristiano Godano, piuttosto che per Edda Rampoldi o Vasco Brondi. Queste cose le fanno solo i “nerd” come il sottoscritto, gente che scrive musica senza futuro.

L’Enfant” è nato nell’arco di tre anni. Concluso “Il Gioco del Silenzio“, a nome NichelOdeon, non c’è stato modo di portare dal vivo il disco. Ho ricevuto un rifiuto totale da location di ogni genere. I miei sodali si son dati a una miriade di progetti capaci di fornire loro, se non un quotidiano, almeno la possibilità di SUONARE. Per non perderli per strada, ho accettato la proposta di Marco Tuppo di imbastire un progetto assieme. Primo atto, la partecipazione col nome InSonar a “TRE” dei Pierrot Lunaire (prima c’era stato il brano “Red Submarine”, su “3juno” di Liir Bu Fer, progetto di Marco). Poi, c’erano in ballo una dozzina di abbozzi ambient di Tuppo che io ho strutturato progressivamente, aggiungendo interventi vocali, testi, coinvolgendo tutti i NichelOdeon + i Liir Bu Fer e qualche decina di musicisti provenienti da tutto il pianeta, alcuni dei quali, autentiche leggende (Elliott Sharp, Trey Gunn, Pat Mastelotto, Nik Turner, Dana Colley, Paolo Tofani, Walter Calloni, Vincenzo Zitello, Dieter Moebius, Graham Clark, Ralph Carney, Richard A Ingram, Thomas Bloch, Albert Kuvezin, Angelo Manzotti, Nate Wooley, Burkhard Stangl…) a spasso per 5 decenni, attraverso i generi più diversi. Si è proceduto a un lavoro di networking assai faticoso, ponendosi come presupposto, non il diario intimo di NichelOdeon, ma una ricerca timbrica vocale e sonica portata agli estremi, in modo giocoso. Il tema era quello dell’immaginazione infantile capace di trasformare orrore in meraviglia. Io ho estremizzato vocalmente l’uso dei suoni iper acuti (flauti e fischi), ma anche subarmonici, fino a spaziare su sette ottave e più, impiegate in fraseggio, non solo come effetto. In mezzo ci sono dieci thereministi, strumenti autocostruiti, altri etnici provenienti da ogni dove e ogni epoca, persino un Onde Martenot. Nessuna label in vista. Intanto la mia vita ha preso una pessima piega, tra problemi relazionali, economici, di salute e logistici. Avevo un bisogno “fisiologico” di tornare a un diario autobiografico e “Bath Salts” è stato una seduta analitica durata giorno e notte per un periodo che s’è mosso tra settembre 2012 e maggio 2013. Non pago, nel giugno successivo ho lavorato ai collector’s item “Neve Sporca” (a nome InSonar) e “Musica Cruda” (a nome NichelOdeon). Senza dubbio lavori d’appendice, ma con picchi anche superiori a tracce contenute nei lavori ufficiali.

Il mio cruccio è stato sempre quello di poter arrivare ad un piccolo pubblico con una breve tournée. Un musicista che è anche attore e performer, ha un bisogno fisiologico di entrare in contatto con un pubblico, ha certo senso incidere in studio, quando la dimestichezza con la sala d’incisione rende anche il lasciare un documento inteso come “definitivo”, diventa performance consumata a fior di nervi, ma non può e non deve bastare. Nell’Italia dell’indie rock, universalmente riconosciuto come “vecchiume”, tranne che nel nostro stato-provincia, non c’è spazio per le mie proposte.

Di date non ne sono arrivate, in compenso un quadro personale desolante è andato ulteriormente peggiorando. Una telefonata di Francesco Paladino in un momento delicato, mi ha portato progressivamente alla scelta di dedicarmi a del nuovo lavoro, su finanziamento dello stesso Paladino per la stampa e per l’incisione, a carico dei genitori del mio più caro amico, morto suicida a 25 anni. È nata un’occasione per non abbandonarmi alla noia. Ancora giorno e notte per più di sei mesi, nella definizione di un’opera questa volta meno rivolta al mondo attorno, ma profondamente introspettiva. Ho identificato nei flussi dell’acqua i moti dello spirito, il tema della nascita, del rapporto con le figure genitoriali, del trascorrere del tempo e della morte come momento di transito, quasi contemplativo. È stata come la rielaborazione di un lutto consumatosi con “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure. La parte musicale è andata strutturandosi in modo assai più che atipico, assurdo. Chi è quell’idiota che si assume il rischio di concepire il suo disco dall’impianto strumentale più solido, iniziando ad incidere dalle voci? Io.

Non avendo riferimenti strumentali nell’incisione vocale, si vanno a falsare le armoniche del canto, a meno che uno non abbia un orecchio accordato all’inverosimile e qui… vien fuori la mia esperienza da cantore di strada “a cappella”, per lunghi mesi tra Torino e il Salento, in performance trattate a pesci in faccia, eccezion fatta che per i turisti del nord Europa, che mi hanno accompagnato con entusiasmo vero in quest’esperienza. Pagine su pagine di spartiti manoscritti (bohemienne vero?) hanno definito arrangiamenti integrali (“Veleno”), o, uno dei tanti arrangiamenti (da due a cinque), che realizzati sull’intera lunghezza del pezzo, sono stati giostrati in studio come materia assegnata ad un canale. Ogni canale è stato mosso performativamente, in maniera giocosa, fino alla cristallizzazione di una forma finale che ha stabilito presenze e compresenze dei singoli contributi. Un lavoro altamente corale dunque, per quanto definitosi come networking (eccezion fatta che per la lunga improvvisazione per voce e fisarmonica, nella dita capaci di emulare un’intera orchestra, di Fabio Zurlo, che ha generato, la lunga sezione centrale di “MA(r)LE”,” Into the Waves”). Ho profondamente voluto partire da una forma assai limpida, perfettamente a fuoco, bizantina direi, per arrivare ad un magma completo. Questo è un disco che non parla di redenzione e non stabilisce alcun approdo, questo è il disco del naufragio, della progressiva morte interiore, dell’invecchiamento raccontato con rabbia, frustrazione, disperazione, ma mai cinismo (arrivassi a quello mi farei fuori senza remore, non fossero vivi i miei, non c’è peggior lutto per un genitore che quello della morte di un figlio). Nel disco non c’è alcuna redenzione, come accadeva in “Bath Salts” e come accade nel DVD di Paladino che l’accompagna.

A chiudere il cerchio, beffa tra le beffe, c’è un brano nato dopo, “Tutti i Liquidi di Davide” e che nel parlare di umane relazioni affettive, in maniera tra il divertito isterico e il dramma più n(v)ero, traccia un parallelo con “Morte a Venezia” di Visconti, uno dei miei film preferiti in assoluto. Se la stampa straniera era stata poco gentile con “Bath Salts“, per via della sua natura sonora scarna a favore del grande peso delle liriche, non comprensibili all’estero perché in italiano, sta andando appena meglio con “UKIYOE“. Ma il punto rimane lo stesso, magazine “che contano”, The Wire, Les Inrocks, Uncut (e questo giro anche Blow up.) e siti altrettanto importanti da The Quietus a Tiny Mix Tapes, solo per citarne due, mi respingono senza riserve e a volte anche con offese dichiarate. Nessuno dei miei 12 lavori è mai figurato in una top ten annuale, su una copertina. Non è stato mai fatto un tour e allo stato dei fatti non ce ne saranno. In breve, se il valore di un uomo è valutato in relazione al suo peso economico e alla sua possibilità d’apparire, io son morto da tempo. Che mia madre getti le mie ceneri in mare o le venda al migliore offerente, come urlato in “Ohi Mà”. Ah, scusa, mi son preso troppo sul serio….. evviva il mangia, bevi e fotti.

HP: Temi economici, politici e socio-culturali sono alla base di “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure”. Secondo te in che direzione si sta muovendo la società contemporanea? C’è un legame tra le tue liriche e questo processo? Se si, qual è?

C.M.: I miei non sono mai racconti fatti per non lasciare traccia su me stesso in primo grado. Sono dei processi, delle interrogazioni o delle lodi alla vita, quella vissuta interiormente, quella osservata, letta, fantasticata.

HP: Che valore hanno tematiche come la politica, la religione, la sessualità, il rapporto con l’infanzia, il legame tra la vita e la morte, nel tuo fare musica?

C.M.: Essenziale. Perché sono parte della vita e nel mio processo creativo non c’è distinzione tra processo creativo e vissuto. Sono consapevole di come tanta roba in giro nasca come qualcosa che “non vuole prendersi sul serio” (e si ritorna su un punto cardine), ma se poco poco, vai a toccare nell’Ego, questi musicisti/creativi, con ciuffetti multicolor in testa studiati per mezza giornata davanti allo specchio, che amano dire “si… canticchio, butto giù due accordi, ma ho un contratto con la Sony”, come se ogni cosa nella loro vita accadesse “per caso”, ti rendi conto che sono dei viziati figli di papà, prodotti di una sottocultura deleteria che mi auguro crepi al più presto. E invece no, purtroppo, non sarà mai così, perché man mano i soldi diminuiscono, la cultura resta appannaggio di questi annoiati figli del nostro tempo.

Si, la mia musica e non solo le liriche, parlano d’infanzia, perché ancora oggi, a quasi quarant’anni, ricordo giorno per giorno della mia vita dai tre anni in su. Perché so cosa vuol dire violenza subita, so cosa vuol dire castrazione sadica della gioia.

Le religioni condizionano vita, pensiero e azione, almeno quanto attivano la capacità di reazione dell’individuo, cosa che però accade assai di rado.

La sessualità viene identificata o dissociata, a piacimento, dall’affettività. Dunque è “normale”, che un eterosessuale sia eteroaffettivo, in alcune zone del mondo, Italia inclusa. Eppure io conosco eterosessuali, eteroaffettivi, ma anche omosessuali omoaffettivi; eterosessuali omoaffettivi ed omosessuali eteroaffettivi (quelli che vanno con gli uomini ma hanno una fede al dito); bisessuali che vivono l’affettività come meglio gli pare; eterosessuali che di sera vivono da transessuali; transessuali divenuti anaffettivi e altri che sanno amare come nessun altro e poi ancora narcisi, che amano farsi desiderare da uomini e/o donne, ma che non consumano atti sessuali. Non esiste forma di “perversione”, qualora non c’è persona offesa nell’orgoglio con una “bugia”. E invece di questa oggettiva moltitudine di manifestazione del sé, in Italia parliamo di “normali e anormali” e lo facciamo in Parlamento, con toni da osteria, violando quotidianamente diritti umani. Siamo un paese che difende un mostro come Borghezio in Europarlamento. Occultiamo desideri, proiezioni, ambizioni e alimentiamo tasche di neurologi per non farci curare da uno psicologo o un analista. Siamo una mandria di macchiette spaventate dalla luce e L’OMBRA a me interessa più di quello che identifichiamo come “luce”, perché quella è finzione marcia. Io sono bisessuale e dunque anche e soprattutto omosessuale perché esclusivamente omoaffettivo (questa parola che anche il correttore automatico segnala come errore). Accanto a me ho avuto e voglio figure maschili per la costruzione di qualcosa d’autentico e solido e vivo questo mio essere solo con chi ha il coraggio di non nascondere un impulso per paura d’essere ridicolizzato, ridimensionato, privato di benefici. La mia musica è questo profondamente, una dichiarazione d’intenti senza pudore: “Tutti i Liquidi di Davide”, da “UKIYOE“.

La politica è gestione della cosa pubblica e dunque è VITA. Invece noi “andiamo a teatro nel vedere talk show”, ci sentiamo forti credendo di aver capito più di altri da un dibattito politico televisivo e di fatto siamo tenuti lontani dal quadro autentico che andrà a definire il nostro quotidiano. Intanto gente completamente dissociata dalla realtà di milioni di persone, ci insulta quotidianamente col suo agire. Gode di ogni forma di privilegio e gode anche del nostro consenso, oppure è sulle nostre bocche, attraverso un dissenso da stadio. Noi, che vorremmo essere al suo posto. La politica nel sistema corrente è un insulto alla vita e merita una rivoluzione. Ogni politico andrebbe toccato nel privato per capire cos’è la sofferenza autentica che spetta alla gente che ignora. Non giustifico atti terroristici di chi per secoli e tuttora vive nell’orrore, ma li comprendo eccome.

Vita e morte. Sono parti di un percorso a cui mi sento più vicino a turno. Mi auguro di avere presto uno slancio ben accolto verso la vita piuttosto che verso la morte. Ad ogni modo, ci sono scelte dalle quali non si torna indietro e si è soltanto un piccolo puntino in mezzo ad una storia enorme, puntino che vale la pena d’esser coltivato per bene, perché capace di condizionarne tanti altri appresso, con atti più o meno visibili. In breve, rispetto a quello che mi chiedete nella domanda, a me interessa il “mistero” (che mai così tanto è poi alla fine), inteso anche come LIMITE. Il mistero della fede, quello del privato che nasconde cadaveri e orrori (non basterebbe un faldone dell’ FBI per raccogliere quello delle nostre linde famiglie da Mulino Bianco, la mia in primis), quello di chi in politica architetta il nostro destino per poi chiamarci “complottisti”, quello della morte che schifosamente è insvelabile perché nessuno può tornare indietro per raccontarcela. Perché si, anche nella e davanti alla, morte, si è diversi, come raccontato nella suite “L’Urlo Ritrovato” da “Bath Salts“, il cui testo è fatto da citazioni attribuite pre-mortem a personaggi celebri, ma che si chiude con una verità incontrovertibile, l’incisione su un muro di Aushwitz, “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”, letta su “ruvida superficie di una pietra” da Luis Sepùlveda.

HP: Nei tuoi lavori c’è arte visiva, arte performativa, musica, canto, recitazione e molto altro. Che significato ha oggi l’idea di opera d’arte totale e quale legame essa ha con la tua visione della musica nelle declinazioni di teatro e visione?

C.M.: Ha significato solo nell’accezione di potere impiegare qualsiasi mezzo per fare della propria vita la cosa più creativa di cui mai s’è potuto raccontare. Se per il racconto possono essere necessari musica, cinema, teatro, arti visive, plastiche, performative, solo una, o più, di queste cose, ben venga quello che serve. Se è necessario che siano palesate, o nascoste l’una nell’altra (la mia musica è anche teatro e visione senza avere attorno attori o schermi di proiezione, è anche colore e forma, a volte materia plasmabile) va bene, benissimo. La frontiera più bella, per me, è oggi un sincretismo assoluto che si manifesta all’occorrenza, tale da rendere l’esposizione del proprio sé materia pulsante e mai un copione sterile. Per questo continuo a studiare mie forme che reputo necessarie. Attualmente lo è la mailing art. Ogni copia del cofanetto “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure“, oltre ad essere portatrice del lavoro straordinario nell’artwork di Effe Luciani, Arend Wanderlust, Marcello Bellina, a definire due libricini di ben 50 pagine, tra illustrazioni, mosaici, poesia visiva, è stata autografata e numerata, marchiata da labbra imbrattate da correttore fluorescente. Le copie di “UKIYOE” sono tutte disegnate a mano in superficie e l’edizione limitata consta in una confezione cartonata fatta a mano (ognuna di un formato diverso), contenente tavole realizzate con fotografie, illustrazioni, materiali tra i più vari: gessi, colori, colle, caffè, vino, carta da pacchi, resine, miele, canapa grezza, carte marmorizzate fatte a mano, pezzi di spartiti che messi uno accanto all’altro definiscono melodie mai pubblicate. Una follia, quanto un pezzo di vissuto. Se potessi staccarmi un braccio e donarlo assieme ad ogni copia, lo farei. Senza remore.

Sequenza 010

HP: Da quando nel 2010 hai vinto la XIV edizione della Rassegna “Omaggio a Demetrio Stratos”, alcuni critici hanno iniziato ad evidenziare il forte legame tra la tua ricerca vocale e quella dell’indimenticato Stratos. C’è una valenza effettiva dietro tutto ciò?

C.M.: No.

HP: In “Bath Salts/L’Enfant et le Ménure” abbiamo assistito a nuove forme di aggregazione e interazione tra artisti e musicisti provenienti da ogni parte del globo. Un linguaggio universale, quello della musica, che non conosce confini geografici e temporali e che trova piena conferma nella tua sperimentazione vocale. A tal proposito ti chiediamo se esiste una scena internazionale attorno alla ricerca vocale? Se si, in che direzione si sta muovendo?

C.M.: Esiste quasi solo in un’ottica terapeutica, di cura/indagine del sé, o didattica. Quasi chiunque ormai sa fare una diplofonia (si impara a farla in 10 minuti). Il maestro di Stratos, Tran Quang Hai, è in grado di cantare, prendendo fiato una sola volta, l’intera aria della “Regina della Notte” di Mozart. Un fenomeno circense, ma né più, né meno, che l’evoluzione del percorso del suo allievo, che della tecnica fece un fine “meccanico”. Oggi più che mai sono in voga le voci caratterizzate, preferibilmente disfoniche, tali da essere portatrici di polipi, edemi, riduzione del tono, ancor prima dell’inizio di una carriera. Non è un caso che nel giro di pochissimo tempo, Björk, Adele, Sting, Emma, Elisa, Giuliano Sangiorgi, Annalisa Scarrone, Laura Pausini, la Ferreri e decine di altri cantanti che non ascolto (Björk a parte), se non per tortura inflittami dai miei allievi, si siano dovuti sottoporre a intervento cordale. In passato era successo a Plant, nel ’74 e da allora la sua voce non è stata più la stessa, ma anche a Mia Martini, che della fatica vocale era diventata ormai un’eroina (quanto della potenza interpretativa). Chi si diverte a giocare con la voce (è come dipingere e avere solo due colori. Se ne hai 36 puoi scegliere comunque di usarne due, ma se reputi ne possa servire qualcun altro…), ultimamente sta provando a definire le dinamiche possibili e massime degli iperacuti (fischi, flauti), dei suoni subarmonici (“vocal frei” e subarmonici di natura orientale propriamente detti), screaming, growling, belting. Pensa che nei ’70 “avanguardia” era inteso l’uso del falsetto o del falsettone rinforzato… Son passati anni luce da allora, ma in Italia se qualcuno canta usando un buon suono da contraltista o mezzosopranista è “frocio a priori” e “canta male”, fa ridere Sangiorgi, che invece sfiatando svenevole, “è un genio”.

Complice anche l’evoluzione della scienza foniatrica e logopedistica (consiglio a tutti la lettura del libro “Vivere di voce. L’arte della manutenzione della voce per chi parla, recita e canta” di Silvia Magnani) che viene incontro a chi fa uso della voce, si ha sempre più consapevolezza dell’atto fonatorio come di un processo non “senza rischi”, ma neanche pieno di “non si deve fare”, come la tradizione lirica in buona misura ancora insegna, in barba ai “Canti del Capricorno” di Scelsi e alle ricerche della coppia Berio/Berberian. Non bastano 100 vite davvero per studiare tutto quello che migliaia di popoli fanno, per ampliare il proprio arcobaleno espressivo e qui stiamo ancora a parlare di Stratos… posso dirlo? Che palle! Giuni Russo già faceva cose che Stratos non faceva e così la Galas e Meredith Monk, Attila Csihar, Mike Patton, Arrington De Dionyso e Phil Minton e oggi (solo per parlare d’Italia) Stefano Luigi Mangia e Dalila Kayros, ma davvero, non serve parlarne, tanto non gliene frega niente a nessuno. Come non serve non essere in grado di comunicare un accidente, tutti studiacchiano, si curano quel tanto che basta e all’occasione corrono dal dottore a tagliuzzare qualche escrescenza indesiderata a bordo corda, poi si vantano di “saper fare” e “dire”, sbraitando, perché, tanto si sa, vale la legge del “cantante della porta accanto”, basta avere un gran fattore X!. Persino Grazia Di Michele apre scuole di canto. Io a Stratos antepongo Mia Martini o Nina Simone, che tutto sono, tranne che le mie voci preferite. Per quelle rivolgersi a Tim Buckley e Peter Hammill, ma ad ogni modo è roba morta, su. Il mio mondo vocale è culturalmente tramontato, cosa vale Yma Sumac se i miei allievi ascoltandola e comparandola con Annalisa Scarrone, esplodono in un “che schifo” e i cultori della voce che conta, si rifugiano nel mito Callas? Ogni tanto emerge qualche timbro singolare, Asaf Avidan, Antony Hegarty; poi si rispolvera una modalità, Pharmakon è IDENTICA alla Galas, così come Antony è clone di Robbie Basho. Non bastasse il pop e le macchine da guerra liriche che ormai sembrano dei cyborg e non comunicano un accidente se non forma, nell’avanguardia, la voce sta lentamente perdendo di significato, sostituita da drones, elettronica, rielaborazioni digitali di prevocale, perché tanto più la si scopre, tanto più perde di mistero. Per me voce è rito, manifestazione ed espansione del sé, corporeo, emotivo e mentale. È superamento di un limite, strumento originario ed ultimo. È una vecchia moglie che ogni tanto ti sorprende con qualcosa che proprio non t’aspettavi e che ti porta a dire “ma allora non è un caso che io stia con lei”. Comunque, farei meglio a smettere di studiare e a bere di più, venderei un paio di dischi e sarei meno “vecchio”. Tanto, sono un clone di Stratos, no?

HP: Qual è il ruolo della musica nella società contemporanea?

C.M.: Puro intrattenimento.

HP: Che musica ascolteranno i bambini di domani?

C.M.: Dipende dagli sviluppi storici. Siamo in una fase troppo delicata per capire se e per quanto l’elettronica sarà progresso, se e quanto l’occidente continuerà ad essere egemone. Mi auguro solo abbiano voglia di ascoltare e che abbiano la possibilità di ascoltarne e di farne tante, tutte diverse. Allo stato delle cose, pare si canterà sempre meno.

HP: Quali soluzioni musicali ci riserverà in futuro Claudio Milano? Ci saranno nuove pubblicazioni?

C.M.: Sarà pubblicato un lavoro tratto da una performance con Dalila Kayros, per due voci sole, su testi di autori contemporanei, Andrew Johannes Rocchi, Gloria Chiappani, Rocco Sapuppo, Andrea Labate, Elena Lua Tomaini. Porterà titolo “Hydra” e inaugurerà la collana di musica contemporanea dell’etichetta dEN di Stefano Ferrian. Il 2015, sarà però per me l’anno delle partecipazioni a dischi altrui e a dischi tributo. Canto, con delle modalità altamente dadaiste ed esiti sorprendenti per me stesso, in tre brani del prossimo Maisie, un gran disco davvero. Ho inciso parti vocali per un lungo brano di Fabio Zuffanti e Stefano Agnini, in uscita su disco per BTF in primavera. Tra gli ospiti Beatrice Antolini e Jenny Sorrenti. Una gioia per chi ama il progressive nella sua accezione riconosciuta. Partecipo assieme ad Erica Scherl e Fabrizio Modonese Palumbo (Larsen) al disco tributo ad Ivan Cattaneo, “Un Tipo Atipico”, in uscita anche questo in primavera, con una versione per body percussion, voci, elettrica e violino, di “Vergini e Serpenti”. Altro tributo, per Peter Hammill e qui canto “The Jargon King” con arrangiamento tra elettronica, space e doom. In programma anche l’uscita di due dischi, in distribuzione digitale. Uno del progetto Imagine This, di KasjaNoova, ispirato alla figura del Minotauro (con una furiosa, incredibile, jam di 90 minuti). L’altro è un nuovo disco di Marco Tuppo. In ambo i progetti sono cantante e autore. In estate partono le incisioni per un doppio disco, con Paolo Tofani e Tony Pagliuca, su direzione di Vanni Floreani, cornamusa e cister su “Tutti i Liquidi di Davide”. Concept tra ultra tradizione e ultra ricerca timbrica, già portato dal vivo in un recente tour tra agosto e dicembre, in Friuli e che a breve ci porterà anche lontani dall’Italia. Ecco, credo questo possa essere una gran cosa. Quanto registrato in forma di bootleg dalle nostre interazioni, lascia intravedere sviluppi di vero interesse. Ma credo strada facendo salti fuori anche dell’altro, mai a titolo personale però, non ne ho voglia. Ho fatto già un grosso errore di valutazione con “UKIYOE“, non tenendo conto che le spese d’invio dei promo ai giornalisti m’avrebbero portato via quasi mille euro e io sono un mezzo disoccupato destinato ad un call center.

HP: La continua evoluzione dei tuoi progetti ci porta a chiederti cosa ne sarà di NichelOdeon e InSonar?

C.M.: Sono progetti ormai unificati con “UKIYOE” e usati come moniker personale per esprimere diario personale e desiderio di esplorazione timbrica. Ci saranno concerti per quanto permesso e dunque praticamente niente, con le formazioni che saranno possibili dal budget che ci verrà offerto. In breve, si tratta di un’unica realtà che, dal vivo, sopravvivrà o vivrà appresso a me e spero, almeno Raoul Moretti (arpa elettrificata) ed Erica Scherl (violino). In studio non so. Di fatto ho fallito nei miei intenti. Non ho atteso le speranze di gente che ha investito attorno ai miei progetti più energie che nei propri. C’è tanta gente in giro, scottata a morte da Claudio Milano e questo non mi fa dormire di notte. Io ho lavorato in maniera assai pulita, con completa onestà intellettuale, ma l’assenza di live act, l’abbandono progressivo della critica e le vendite nulle dei cd, non lasciano presagire nulla di buono. Io non ho le stimmate da eroe. Se ci pensate, gli unici progetti italiani degli ultimi 10-20 anni che hanno retto, sono quelli che hanno avuto un’attività live intensa, o anche solo poche ma importanti date all’estero, o che hanno fatto cresta sulle spalle di altri fondando un’etichetta. Io non ho fatto nulla di questo. Ho fatto solo musica a modo mio e di nessun altro, coinvolgendo centinaia di musicisti da ogni parte del globo, in un’utopia che è morta ancora prima di nascere, se non per qualche critico davvero appassionatosi alla mia vicenda creativa. Oltremodo ripeto, l’Italia è terra di cantautori, anche l’underground prima o poi si piega a quella dinamica, è stato destino di tutti (Battiato, CSI, La Crus, Subsonica, Marlene Kuntz, Bluvertigo, Diaframma, reduci da Franti, Litfiba, Underground Life, Moda, Mariposa ecc.). Anche quando si è fatto underground di un certo tipo si è spinto sulla profondità del testo (pensate ai Massimo Volume), piuttosto che sulla ricerca appresso a suono, struttura, armonia e costituenti primarie della musica. Chi non ha rispettato questo percorso, è morto presto, bastino su tutti i seminali Starfuckers, o i Butcher Mind Collapse.

H.P.: Il tuo rapporto fisico, passionale con la musica ti ha più volte spinto a sfidare i limiti della natura umana. La domanda (non senza un pizzico di ironia) è: ti vuoi bene? Se si, quanto?

C.M.: In questo momento preciso poco, davvero poco. Si è anche quello che di noi vedono, in un equilibrio consapevole rispetto a quello che noi percepiamo del nostro sé. Se il giudizio altrui è completamente avverso, è davvero dura.

H.P.: Cosa desideri maggiormente dalla tua vita oggi?

C.M.: Che mi faccia abbandonare la musica in cambio di almeno una, giocosa, affinità elettiva. Che mi porti a vivere di notte su un marciapiede ad urlare sbronzo fino a stupirmi per un’alba.

HP: Claudio siamo giunti al termine di questa nostra intensa chiacchierata. Prima di salutarci, però, vogliamo darti la possibilità di dedicare un tuo pensiero ai numerosissimi artisti che hanno dato il loro prezioso contributo a questi tuoi ultimi lavori. A te la parola.

C.M.: Ho avuto sempre un buon fiuto e la capacità di guardare lontano, oltre alla richiesta, ossessiva, di darvi un calcio, verso un passo “oltre”. Siete i migliori e i risultati che state conseguendo lo mostrano. Sono solo un inizio.

H.P.: Visto che siamo in tema di ringraziamenti ti va di spendere due parole su Loris Furlan e la sua Lizard Records?

C.M.: Ha un catalogo così vasto e avventuroso da non aver bisogno di commenti. Ecco, un augurio speciale va ad Alessandro Seravalle di Garden Wall e Genoma. Lui è uno di quei signori che ha coniato una sintesi indefinibile ma non tale da permettergli a tutt’oggi alcuna certezza in ambito musicale. Mi auguro Loris gli faccia un monumento anche solo per averlo sotto il proprio marchio. Un augurio anche a Snowdonia e a dEN, in quanto frontiere importanti della musica italiana nel mondo. Resistere oggi è un termine che fa ridere, mi vien da dire “spaccate o esplodete”, quello che c’è da fare l’avrete fatto. Un abbraccio Loris, Cinzia La Fauci, Alberto Scotti, Stefano Ferrian, Dalila Kayros.

HP: Claudio ti ringraziamo per l’estrema disponibilità e ti congediamo chiedendoti, se ti va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

C.M.: Non accettate consigli da Claudio Milano. Ma del resto, in due leggeranno questa intervista, uno sarà quello che l’ha rilasciata, l’altro dirà “chissenefrega”, dunque, nessun “pericolo” in vista.

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One comment

  1. Io sono il terzo ad averla letta, e mi è piaciuta molto. Soprattutto questa capacità paurosa di Claudio di mettere in relazione musica, società, sessualità, politica culturale, e molti altri temi del quotidiano in una sintesi davvero lucida e lungimirante.

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