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Intervista esclusiva a Luca Briccola e Richard Allen dei Mogador

03_Intervista Briccola-Allen (Mogador)

HP: Un saluto a Luca Briccola e Richard Allen, membri fondatori dei Mogador! Noi della redazione di Hamelinprog.com vi ringraziamo per averci concesso un po’ del vostro tempo rispondendo ad alcune nostre domande. Partiamo con la domanda di rito: come nasce il progetto Mogador e qual è la sua natura?

L.B.: Per quanto mi riguarda, il progetto Mogador nasce dal desiderio condiviso mio e di Stefano “Lake” Lago di registrare un disco prog rock dopo tanti anni passati a suonare tutte le sfumature di metal possibili. Parlavamo spesso di questa possibilità e lui aveva cominciato fiducioso, a distribuire annunci in cerca di altri membri per formare una band. Io sono cresciuto coi Queen, Jethro Tull, ELP e Gentle Giant, mentre lui stava riscoprendo proprio in quel periodo il prog degli anni ’70. Giustappunto capitò l’annuncio di Richard e fu subito un “colpo di fulmine”. Insieme decidemmo a tavolino una linea guida entro cui muoverci, come ad esempio la scelta dei temi per le liriche (niente politica,  religione o melliflue canzoni d’amore etc.) e così si avviò il tutto. La natura propria del progetto al momento non saprei descriverla, è tutto un continuo divenire a seconda degli eventi che ci capitano. Sicuramente fra (spero) molti anni, quando questo progetto arriverà al suo termine, sarà più facile capirne la sua stessa natura a seconda dell’evoluzione che avrà subito negli anni.

R.A.: Dopo essere stato qui in Italia tre o quattro anni (a gennaio ho fatto ben dieci anni da inglese “italianizzato”) mi è cominciata a mancare la mia batteria, che avevo in deposito in patria. Allora me la sono fatta spedire. All’epoca c’erano oltre 140 kg di tamburi, meccaniche, pedali, e tant’altro. Dopo averla messa a posto ho incominciato ad allenarmi. Dopo poco tempo ero già stufo di suonare da solo, quindi mi sono messo a cercare altri musicisti con cui poter suonare. Lasciando un annuncio sulla bacheca di una sala prove, ho trovato una risposta da Stefano Lago. “Rock Progressivo” c’era scritto, con un numero di telefono ed indirizzo mail. Gli ho risposto. Quando ci siamo incontrati Stefano ha portato anche Luca Briccola. È verissimo che la musica non conosce differenze di età o cultura, ci siamo trovati subito, anche se ci sono, chiaramente, tante differenze fra di noi. Abbiamo iniziato a suonare subito, e mi ricordo, dai sorrisi scambiati mentre suonavamo, che c’è stato subito “feeling”. Dopo l’euforia iniziale e il colpo di fulmine musicale, ci siamo messi a parlare seriamente di quello che avremo voluto dire attraverso la nostra musica.  Eravamo piuttosto decisi su ciò che non volevamo fare: i famosi cosiddetti “niente politica, religione o melliflue canzoni d’amore etc.”. Devo dire che per la mia parte non volevo sapere niente di canzoni che parlavano di maghi, principesse e castelli, i soliti temi “prog” banali ed imbarazzanti. Per un attimo pensavo di aver escluso tutti i temi possibili, ma mi sono venuti in mente i Rush, per motivi che non ricordo più, e il loro album “Permanent Waves”. C’è un brano che si chiama “Natural Science” che parla della natura. È lì che è nata la mia idea della suite dei quattro elementi, “Earth, Air, Fire and Water”. Visto che inizialmente mi ero autoeletto come cantante e paroliere, sapevo che l’impegno dei testi  sarebbe arrivato alla mia porta. L’idea degli elementi mi sembrava un’idea in grado di suscitare commenti intelligenti che facessero pensare. Fortunatamente anche gli altri erano d’accordo.

HP: Dal famoso annuncio di Richard alla pubblicazione del vostro terzo album sono passati poco più di cinque anni. In questo arco di tempo cosa è cambiato e cosa è rimasto invariato?

L.B.:  Saranno anche solo cinque anni ma a me sembrano davvero molti di più. Sono successe tantissime cose ma in concreto l’unica cosa che è effettivamente cambiata è la formazione della band, mentre è rimasta invariata la voglia di giocare e sperimentare con la musica. Dopo i primi due anni e l’abbandono di Stefano, avevamo intravisto un possibile futuro molto interessante per quello che era nato solo come un side-project senza troppe aspettative. Dopo il secondo album si aprirono nuovi scenari e prospettive ancora più allettanti, e pur essendo un gruppo da studio e senza contratto, riuscimmo a vendere una discreta quantità di dischi che ci permise di farci conoscere nell’ambiente prog, col risultato di inviti a partecipare a festival europei a cui purtroppo dovemmo rinunciare. In questo periodo si delinearono per me e Richard nuovi ruoli che adesso ci hanno portato a considerare l’eventualità di ufficializzare una nostra etichetta discografica (la Mentalchemy Records). Ed ora, dopo il terzo disco ed una nuova band, stiamo lavorando per entrare nella scena live internazionale. Finora è stata una continua crescita e speriamo di mantenere questa strada.

R.A.:  La cosa invariata è la condivisione del concetto del guardare avanti sempre. Questo significa che tutto il resto cambia di conseguenza; di non ripetere la stessa musica del CD precedente, di osare provare nuove idee. Il desiderio di migliorare le esecuzioni musicali e le registrazioni è ovvio. Provo una grande soddisfazione per gli ottimi riscontri che abbiamo ricevuto per la nostra musica.

HP: Nella definizione del vostro sound siete stati in qualche modo influenzati da artisti che vi hanno preceduto? Se si, da quali?

L.B.:  Trovo ovvio dire che i nostri gusti musicali influiscano sul nostro stile di suonare e comporre, però non saprei definire con certezza quali ed in che modo. Per quanto mi riguarda, scrivendo musica per molti progetti di vario genere, mi sono definito nel tempo dei parametri diversi a seconda del progetto, in modo da diversificarli e definire degli stili precisi, ma ovviamente mi piace contaminarli fra loro, magari mettendo un po’ di metal nel prog o un po’ di folk nel metal e così via.

R.A.: Il batterista Buddy Rich disse che le sue influenze provenivano da tutti i batteristi che erano venuti prima di lui. Trovo questa osservazione molto valida ed acuta. Passando anni ad ascoltare e assorbire tutta la musica e i musicisti che ti entrano in testa, tutto ti può influenzare.

HP: Dal 2009 al 2012 avete pubblicato ben tre album. Potete illustrarci brevemente la genesi, lo sviluppo e la natura dei vostri tre lavori?

L.B.:  Il primo disco non doveva esser nulla di più che una “demo underground” spiccatamente vintage, come lo definiva Stefano, e nacque dalla serie di jam session che facemmo durante il primo anno. Visto che era il nostro primo lavoro utilizzammo come tema la natura ed i suoi elementi in relazione all’uomo. Subito dopo Stefano uscì dalla band ed in tre ci mettemmo a lavorare su un possibile secondo album. Scrivemmo svariati brani ma poi Richard trovò la storia dell’uomo rimasto chiuso in un ascensore per un weekend e decidemmo di adottarla come concept. Purtroppo per vari motivi non provammo mai quei pezzi suonando insieme, bensì dividemmo il lavoro a tavolino, io e Paolo per le musiche e Richard per i testi. In genere siamo molto critici nei nostri stessi confronti e dopo la momentanea euforia dell’uscita del nuovo album, passammo un lungo periodo a discutere dei problemi dello stesso e delle possibili migliorie per l’album successivo, ed in questo caso ci accorgemmo che era un concept troppo denso, privo di momenti di respiro ed atmosfere. Così proposi che per il terzo avremmo potuto prendere come concept l’arte romantica (visto che era un tema che piaceva a tutti e tre), musicando poesie e quadri del periodo, questo con l’intento di creare maggiori atmosfere.

HP: Abbiamo da poco recensito il vostro ultimo album, “Absinthe Tales Of Romantic Visions”, del quale abbiamo molto apprezzato l’atmosfera romantica, l’interazione tra le diverse forme d’arte e la dichiarata passione per lo stile di vita bohémien (assenzio compreso!). Come siete arrivati a concepire un lavoro di questo tipo?

L.B.:  Come dicevo prima, è nato principalmente dall’autocritica verso il secondo album. Io poi sono un amante dell’assenzio ed un discreto produttore casalingo. Abitando a ridosso delle montagne, non mi è difficile trovarne essendo una pianta infestante. Ma tornando al disco, devo dire che per quanto mi riguarda non mi sono mai impegnato molto nella stesura delle liriche e negli anni mi sono avvalso spesso di poesie, ne è un esempio “Alone” (E. A. Poe) che originariamente scrissi nel 2003 oppure “Tell Me Smiling Child” (E. Brontë) che compare sul nostro primo album. Proprio partendo da quest’ultima canzone, che piacque molto anche agli altri, è nata l’idea di questo disco.

R.A.: È colpa di Luca! È stata una sua idea, come spiego nel libretto del CD. Ma seriamente… all’inizio questo disco era semplicemente una raccolta di canzoni ispirate da quadri e poesie, ma Luca si è reso conto durante la formazione delle canzoni che l’assenzio era “la colla” che legava tutti gli artisti che avevamo scelto. L’idea iniziale avrebbe funzionato lo stesso ma il “tocco” di rinforzare tutto sfruttando la bevanda misteriosa, ci ha dato tanti nuovi argomenti per far uscire un prodotto più coerente e spero, affascinante.

HP: Prog sinfonico, hard rock, prog metal, classicismo, folk e musica celtica. Non vi siete fatti mancare nulla! Come siete riusciti a conciliare generi musicali così diversi con le liriche di Baudelaire, Byron e Poe?

L.B.:  Qui devo ammettere che è colpa mia. Speravo potesse essere vista come una cosa positiva il sapersi districare fra vari generi, però è allo stesso tempo un segno di disorientamento musicale, infatti ci sono state recensioni che criticavano fortemente quest’aspetto, ma avendo scritto io tutte le musiche avevo timore che si sentisse troppo l’impronta di un’unica mano, quindi cercai di creare sfumature diverse dello stesso genere. Inoltre i temi trattati nelle poesie sono talmente differenti fra loro che avrebbero potuto anche giustificare questa varietà di suoni.

R.A.: Sono stato su questo argomento prima; non avendo una record label o un management da accontentare, potevamo fare quello che volevamo. Le nostre ispirazioni sono talmente varie che non ci va di stare in un genere solo. I testi e le poesie possono essere applicati a qualsiasi forma di musica, ma per me sono altamente adatti alle atmosfere che creiamo musicalmente. Poi in confronto, i miei testi mi sembrano banali rispetto alle poesie di Byron, Rossetti e gli altri.

HP: Una domanda che crediamo molti vorrebbero farvi: come siete riusciti ad ottenere la collaborazione del talentuoso Jon Davison?

L.B.: È stato per puro caso. Doveva essere una sorta di gioco fra noi e la stampa che nelle recensioni precedenti ci associava spesso agli Yes e ai Glass Hammer. Quindi proposi a Richard di provare a contattarlo e inaspettatamente Jon si dimostrò disponibile ed entusiasta del brano, probabilmente anche perché non era ancora stato contattato dagli Yes a quel tempo.

R.A.: La verità è che ero stufo marcio di leggere recensioni con sempre paragoni tra noi e gli Yes. Era in parte uno scherzo che avevo deciso di fare ai giornalisti delle recensioni; dargli una vera ragione per dire che assomigliavamo agli Yes. Parliamoci chiaro: Jon Davison e Jon Anderson sono uguali! Jon era molto disponibile sin dall’inizio, e poi gli è stato chiesto di entrare a cantare assieme agli Yes veri! Haha! Quando l’ho saputo ho detto che lui non avrebbe più concluso la sua collaborazione con noi, invece è stato un uomo di parola dicendomi che avrebbe registrato prima di partire per le prove e poi andare in Australia in tournée. Peccato che il brano duri così poco, abbiamo tentato di convincere Luca ad allungarlo (anche Jon stesso). Niente da fare, dobbiamo accontentarci di meno di un minuto di gioia!

HP: Uno degli episodi più emozionanti di “Absinthe Tales Of Romantic Visions” è (a nostro modesto parere) “She Sat And Sang”, trasposizione in musica di una poesia di Christina Rossetti. Le preziose collaborazioni della cantante Agnes Milewski e del violinista Filippo Pedretti sono risultate determinanti per l’ottima riuscita del brano. Avete mai pensato ad una più continua collaborazione con gli artisti in questione?

L.B.: Anche la partecipazione di Agnes è stata un caso, la conosco da molti anni ormai ma non avevo mai avuto occasione di proporle una collaborazione. È stata una lieta sorpresa la sua disponibilità ed ancor di più il risultato, visto che di questo brano non avevo scritto nessuna linea vocale, lasciandole completa carta bianca. Non so se in futuro ci saranno nuove occasioni di collaborare ma ovviamente penso sarebbe molto interessante. Per quanto riguarda Filippo invece, suonavo con lui nella Celtic Harp Orchestra ed insieme abbiamo fondato nel 2009 i Trewa (Progressive Folk Rock), quindi la collaborazione con lui credo si possa definire continua e costante.

R.A.: Se pensiamo che l’artista possa dare un “qualcosa in più” al brano, dico ben venga!

HP: Oltre ai già citati ospiti, l’album ha potuto contare sulle collaborazioni di altri validi vocalist (Marco Terzaghi, Gabriele Bernasconi, Curzio Galante). Ci potete spiegare le motivazioni che vi hanno spinto a variare così tanto la natura delle parti vocali?

L.B.: Appena prima di iniziare le registrazioni del disco, ci separammo da Paolo Pigni che stava diventando il nostro vocalist principale, lasciando più possibilità a Richard con la batteria. Quindi ci trovammo senza una voce principale. Era già diverso tempo che tentavamo di coinvolgere Marco Terzaghi ma a causa dei suoi mille impegni non potevamo pretendere nemmeno che cantasse tutti i brani in breve tempo, quindi fummo obbligati a dividere il lavoro su più persone, sfruttando l’occasione per ottenere qualche collaborazione di spicco come con Jon Davison ed Agnes Milewski. Quindi coinvolsi Curzio che è un mio caro amico di infanzia nonché laureato in lingue (fra cui il francese), perché volevo tenere il testo di Baudelaire in lingua originale per non denaturalizzarlo troppo, mentre proprio con Gabriele scrissi la prima versione di “Alone” nel 2003, quindi mi sembrava opportuno proporgli di cantarla. Infine quando ci trovammo davanti l’arrangiamento definitivo di “Prometheus”, ci accorgemmo che Gabriele sarebbe stato un perfetto interprete.

R.A. L’idea nasce dal fatto che nella formazione del gruppo iniziale c’erano due persone altamente in grado di cantare. Abbiamo deciso di sfruttare le risorse facendo cantare tutti e due, non lasciando uno con il ruolo del “cantante”. Naturalmente le voci hanno timbri diversi, che hanno creato una dinamica interessante secondo noi. Avendo ben cinque cantanti diversi su questo CD nuovo, ammetto che avevo paura che il disco suonasse come una sorta di colonna sonora o raccolta, ma invece non è stato così, tutto risulta fluido e naturale.

HP: Sempre con maggior frequenza artisti e gruppi che si rifanno alla scena progressiva si lasciano influenzare da atmosfere romantiche e decadenti. Un immaginario artistico gotico – fatto di storie di fantasmi, misticismo, letteratura noir e arte inquieta  – caratterizza molte delle recenti produzioni musicali (Steven Wilson, Glass Hammer, Opeth, Höstsonaten, Il Babau & I Maledetti Cretini e non ultimi i Mogador). Qual è il vostro punto di vista in merito a questa nuova tendenza?

L.B.: E’ difficile resistere alla tentazione del lato oscuro, in più io sono cresciuto musicalmente nel metal dove l’arte decadentista va per la maggiore, quindi per me è un ambiente naturale.

R.A.: Gli essere umani forse sono gli unici animali sul pianeta che fanno musica (assieme alle balena che pare cantino) ed è un cosa inspiegabile. Forse per questo la musica e le ambientazioni gotiche si sposano bene… per la maggior parte trovo  i testi dei gruppi di oggi che parlano di quest’ immagini oscure piuttosto “forzati” e imbarazzanti, come avevo già accennato. C’è una via di mezzo fra cantare della morte e cantare di andare a fare la spesa – cose banali, intendo – ma alla fine, si tratta di gusto, lo so.

HP: Cosa dobbiamo aspettarci dai Mogador nell’imminente futuro? State lavorando al successore di “Absinthe Tales Of Romantic Visions”? Ci potete fornire qualche anticipazione?

L.B.: Al momento stiamo principalmente cercando di preparare uno spettacolo live, ma parallelamente vorremmo portare avanti le registrazioni del quarto e quinto disco che sono in cantiere dall’anno scorso. Vi possiamo anticipare che il quarto disco non è altro che una sorta di Lato B di “Absinthe Tales…”, in quanto contiene brani che per motivi di tempo non siamo riusciti ad inserire nel terzo, versioni alternative e la “Elements Suite” del primo disco, completamente rivisitata. Mentre il quinto disco è un concept che aprirà un capitolo completamente nuovo per la storia di questo gruppo.

R.A.: Sì, per il momento ci stiamo concentrando sul progetto di suonare dal vivo, godendoci il fatto che siamo tornati dopo tanto tempo ad essere una band vera e propria. Come ha detto Luca, il quarto CD in effetti è già scritto ed in parte anche registrato. Ci piacerebbe provare qualche composizione del quarto dal vivo prima di registrarlo, in questo modo potremo capire come suonano i nuovi pezzi e se c’è qualcosa da modificare prima di andare in studio. C’è da dire un’altra cosa importante; c’è tanta strada da fare con la pubblicità e il marketing del gruppo e la promozione di quanto già prodotto e inciso. A volte dobbiamo decidere se fare la parte musicale o quella commerciale. Entrambe portano via un sacco di tempo. Siamo ancora meno conosciuti degli sconosciuti alla fine, perciò passiamo tanto tempo alla ricerca di nuove recensioni o siti ai quali possiamo vendere i nostri prodotti. Cantando in Inglese abbiamo tutto il mondo da guardare come mercato potenziale, anche se abbiamo visto che la nostra musica è apprezzata molto da gente che non per forza parla l’inglese. Parlo dei giapponesi, ad esempio, dove abbiamo un mercato molto attivo sin dai primi tempi.

HP: Vi ringraziamo per l’estrema disponibilità e vi congediamo chiedendovi, se vi va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

L.B.: Intanto grazie a voi per l’interessamento e l’unico consiglio che mi sento di darvi, anche se potrà sembrare banale, è di continuare assolutamente su questa strada, tenendo alto l’interesse e la curiosità anche nei confronti delle piccole band emergenti, come la nostra!

R.A.: Sì grazie anche da parte mia. Consigli?  Mmm… non esagerare con l’assenzio, va bene? Hahah…!

Per maggiori info: www.mogadormusic.com/

Per acquistare i CD del catalogo Mogador: www.mentalchemyrecords.com/

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