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Intervista esclusiva ad Alberto Ravasini dei Maxophone

02_Intervista Ravasini (Maxophone)

HP: Ciao Alberto! Innanzitutto noi di Hamelinprog.com ti ringraziamo per averci concesso questa intervista che ci offre l’opportunità di scoprire dal suo interno una delle più interessanti prog band italiane di sempre, i Maxophone.

Come spesso accade in ambito prog le notizie riguardanti la nascita e lo sviluppo di un progetto musicale sono a volte sommarie se non addirittura contraddittorie. Ci puoi raccontare realmente come, dove e quando sono nati i Maxophone?

A.R.: Come Maxophone, cioè come organico che generò il disco omonimo del ‘75, ci formammo nel 1973. Nei primi mesi del ‘71 io e Roberto Giuliani iniziammo una collaborazione in un progetto della CBS supervisionato da Giacomo Dosi, un talent scout della casa discografica. A noi si unì poi Sandro Lorenzetti che aveva terminato da poco il servizio di leva. Cominciò così la ricerca di musicisti per formare una band in grado di sviluppare idee e sonorità che andassero al di là dei tipici ingredienti pop-rock di quel periodo. Provammo un violinista, poi un chitarrista rock ed altri ancora… infine entrammo in contatto con Sergio Lattuada e successivamente con Leonardo Schiavone e Maurizio Bianchini tutti diplomati al conservatorio Verdi di Milano. Il primo luogo di prove fu una cascina dismessa fuori Milano e solo dopo qualche mese, con materiali di fortuna tra cui i soliti cartoni per le uova, lana di vetro e roccia, riuscimmo ad attrezzare la cantina di Leo che divenne così la “fucina” creativa dei Maxophone.

HP: La formazione storica dei Maxophone vedeva la presenza di componenti provenienti da diversi ambienti musicali (pop, jazz, classica). Quanto ha contribuito un così ricco bagaglio musicale alla definizione del sound della band?

A.R.: Avevamo finalmente una band che poteva permettere molte soluzioni sia dal punto di vista delle sonorità che da quello compositivo e, quindi, cominciammo a scrivere cercando di utilizzare al meglio tutte le sfumature possibili. La difficoltà maggiore fu sicuramente quella di realizzare delle composizioni “fluide” nonostante i vari cambi di strumenti che dal vivo dovevano comunque avvenire in tempo reale e senza interruzioni.

HP: Nella strutturazione del vostro sound siete stati in qualche modo influenzati da artisti che vi hanno preceduto? Se si, da quali?

A.R.: Ognuno di noi aveva background e gusti musicali diversi. Giuliani veniva dal pop melodico con influenze provenienti da classicismo e melodramma, ascoltava comunque con attenzione le band inglesi del momento: Yes, Genesis, Gentle Giant. Lorenzetti ascoltava molta musica soul e R&B e seguiva band come Blood Sweat & Tears, Chicago, Tower of Power. Io pure amavo l’R&B ma ascoltavo molta musica contemporanea, Bartók, Berg, Hyndemith. Lattuada veniva dal rock quello con la “R” maiuscola firmato Deep Purple, Uriah Heep ed essendo diplomato in pianoforte, amava al tempo stesso tutto il repertorio pianistico classico. Bianchini aveva il pallino dei Queen ma ascoltava un po’ di tutto nel panorama pop-rock internazionale. Schiavone veniva dalla musica classica ma ascoltava vari generi anche nell’ambito della produzione italiana.

HP: Il periodo che va dal 1973 al 1975 è stato sicuramente molto importante per i Maxophone. Dalla stesura dei brani all’uscita dell’album passarono all’incirca due anni. A distanza di quasi quarant’anni ci puoi chiarire nei dettagli le cause di una gestazione discografica così lunga?

A.R.: Questa domanda forse andrebbe girata all’allora nostro produttore Alessandro Colombini che dopo aver comunque tardato la realizzazione del disco, lo tenne nel cassetto per più di un anno. I motivi forse rimangono celati dentro le scartoffie contrattuali tra lui e la Produttori Associati che poi chiuse l’attività di lì a poco. Sfortunatamente, eravamo un po’ naif vista la “tenera età” e in qualche modo rinunciando a seguire in prima persona certi aspetti, contribuimmo a causare la lungaggine di questo “parto”.

HP: I Maxophone rientrano nella ristretta cerchia di prog band italiane che, negli anni ‘70, hanno pubblicato un album in lingua inglese e hanno calcato palcoscenici internazionali. Che ricordi hai di queste esperienze?

A.R.: Ricordo con grande piacere tutte le nostre performance tra cui sicuramente due eventi sono stati al di sopra di tutti gli altri in termini di emozioni ed esperienza: Il Festival del Jazz di Montreaux del ‘76 dove abbiamo suonato dopo Billy Cobham e prima dei Weather Report con il grande Gaetano Ria alla consolle e il tour italiano con gli Area. Approfitto anche di questa domanda per annunciarvi che con i Maxophone attuali collabora proprio il “sound engineer” degli Area di quel periodo: Walter De Vercelli.

HP: Ci puoi raccontare un aneddoto sulla band che ricordi con particolare interesse?

A.R.: Ce ne sarebbero tanti… a cominciare dagli scherzi che Sandro e Maurizio facevano puntualmente ad ogni uscita della band ai danni della vittima predestinata: Roberto Giuliani. Chitarre che sparivano, plettri incollati, auto che cambiava magicamente parcheggio, ecc. Come episodi, ricordo una mattina durante il tour con gli Area quando noi sei più Ares Tavolazzi e il compianto Giulio Capiozzo, accampati in tenda fummo svegliati di soprassalto da un esercito di bulldozer che, come in una sequenza da “Apocalypse Now”, avanzava inesorabilmente verso di noi abbattendo tutto ciò che trovava sul suo cammino. A parte questi episodi da “Amici miei”, ricordo con piacere l’incontro con Fabrizio De Andrè e i suoi consigli. Con Fabrizio ci trovammo in due occasioni; la prima negli uffici del suo produttore Roberto Dané per parlare di testi e ispirazioni e la seconda alla convention della Produttori Associati tenuta al Castello di Carimate dove per motivi di salute lui non riuscì a salire sul palco. Tra i vari “Alunni del Sole” ed altri artisti, noi fummo in realtà l’unica band ad esibirsi dal vivo in quell’evento.

HP: Come si arrivò allo scioglimento della band alla fine degli anni ‘70?

A.R.: La band si sciolse per motivi fisiologici… il panorama Rock, Progressive e di Avanguardia o almeno quel periodo che aveva compreso band come Banco del Mutuo Soccorso e Area (a parer mio, la migliore band italiana mai esistita) era giunto all’esodo finale. Le case discografiche si stavano apprestando a investire esclusivamente in prodotti commerciali che spesso erano incentrati più sull’immagine che sulla musica. Fu una logica conseguenza di tanti fattori messi insieme e diciamo pure che nessuno in Italia, tra case ed etichette, volle muovere un dito per tenere accesa la fiamma del Prog.

HP: La riscoperta del progressive agli inizi degli anni ‘90 ha portato alla ripubblicazione dei vostri album classici e, nel 2005, alla pubblicazione di “From Cocoon to Butterfly”, cofanetto contenente materiale inedito del periodo 1973-75. Come avete vissuto questo rinnovato interesse nei confronti della vostra musica?

A.R.: Dopo gli anni bui della musica in playback ci fu un generale cambio di direzione verso espressioni più genuine e sicuramente più apprezzabili. Nel panorama del nuovo Pop inglese uscirono band come Eurythmics, Tears for Fears e più tardi Duran Duran, nell’ambito Rock ci fu una riscoperta del sound dei decenni precedenti con band come i Guns N’ Roses che riportavano alle orecchie suoni e atmosfere da Led Zeppelin. Credo sia stato proprio questo ritorno alla musica vera a far riemergere interesse verso il rock progressivo e a coinvolgere anche molti giovani che non avevano vissuto quegli anni. Nel 2005 pubblicammo “From Cocoon to Butterfly” con il duplice scopo di accontentare sia gli appassionati storici della band e i nuovi, ma soprattutto fu un tentativo di riaccendere la voglia di Maxophone all’interno della band. Tentativo non molto proficuo dato che, fatta eccezione per Leo che non poté continuare per motivi di famiglia ma che comunque resta un grande amico nonché sostenitore incallito del gruppo, gli altri membri storici compreso quelli appena arrivati, decisero di mollare. Restammo così io e Sergio Lattuada a ricostruire la band e direi che, data l’accoglienza ai concerti e le richieste che ci arrivano dall’oriente (dove suoneremo in aprile!) e da altre parti del mondo, abbiamo fatto la scelta giusta.

HP: Tra i fattori che hanno favorito la riscoperta del progressive classico viene spesso indicato l’importante ruolo svolto dal web. Da appassionato di informatica, qual è il tuo punto di vista a riguardo?

A.R.: Il web ha dato un notevole contributo non solo con i soliti canali video e i social network, ma soprattutto dando voce e fornendo luoghi di discussione a tutti gli appassionati. Noi siamo particolarmente attenti a tutto ciò che riguarda la comunicazione internet proprio perché negli anni ‘70 non potemmo occuparcene in prima persona. Per il Prog, poter mantenere questo interesse continuo fatto di passaparola, di scambi di opinione sui forum, di articoli nei siti di settore, è veramente un’iniezione di linfa vitale.

HP: Nel 2008 la band si ricostituisce con una nuova formazione che presenta membri storici ed elementi nuovi. Con quale spirito vi siete lanciati in questa nuova avventura?

A.R.: Come ho già detto prima, è la voglia di ridire la nostra, di scrivere nuova musica e suonare davanti a un pubblico che ti segue, che è in effetti il nostro stimolo primario. I nuovi Maxophone costituiti da Sergio Lattuada, che è il vero rifondatore del gruppo, da me e da Marco Croci (basso), Carlo Monti (batteria e violino) e Marco Tomasini (chitarra elettrica) sono mossi essenzialmente da questo intendimento: fare la musica che ci piace senza rinnegare ma nemmeno rimpiangere il passato.

HP: I Maxophone figurano tra le band storiche del progressive italiano che tuttora vantano un nutrito numero di ammiratori in tutto il mondo (Giappone, Scandinavia, America Latina, ecc.). Spesso anche molti giovani gruppi prog vi citano tra le loro influenze. Cosa ti senti di dire in merito?

A.R.: A noi non può che far piacere tutto questo. Se posso dare un consiglio ai giovani musicisti che si accostano oggi al Progressive, direi loro di ascoltare sempre tanta musica senza stancarsi di percorrere con le orecchie secoli di classica e di folk passando dal ‘900, il jazz e il rock ‘60/‘70, ma di restare sempre se stessi. Il Prog non è fatto di strumenti particolari o di melodie difficili contenenti testi psichedelici, è fatto semplicemente da due cose semplici: anima e cultura.

HP: Molte altre prog band storiche si sono riunite e hanno dato alle stampe nuovi album. Cosa dobbiamo aspettarci dai Maxophone nell’imminente futuro? Avete qualcosa in cantiere?

A.R.: Nonostante le difficoltà, i tempi a disposizione e gli impegni individuali, stiamo lavorando a un nuovo album. Non sappiamo e non possiamo dare una data precisa per l’uscita né se avverrà con una particolare label, ma nel frattempo nei concerti già eseguiamo alcuni dei brani di questo nuovo progetto.

HP: Alberto ti ringraziamo per l’estrema disponibilità e ti congediamo chiedendoti, se ti va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

A.R.: Credo che stiate facendo un gran bel lavoro per tutti noi musicisti e per gli appassionati. Più che un consiglio avrei una richiesta: non è che prendendo spunto da Hamelin e la sua storia… avete per caso un pifferaio magico da far suonare davanti a Montecitorio?

www.maxophone.it

 

[N.d.R.] –  Ahinoi il Pifferaio di Hamelin ultimamente è stato tirato in ballo da diversi personaggi politici con accezioni quasi sempre negative. Beh noi restiamo fedeli al Pifferaio e confidiamo nel potere del suo magico suono. Speriamo bene!

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