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Julie’s Haircut – Ashram Equinox

Julie's Haircut (2013) Ashram EquinoxJULIE’S HAIRCUT

Ashram Equinox (2013)

Santeria/Wood Worm

 

Da circa vent’anni protagonisti della scena musicale underground italiana, i modenesi Julie’s Haircut giungono alla pubblicazione del loro sesto album in studio, Ashram Equinox. Il disco, interamente strumentale, è composto da otto tracce psichedeliche che, in un continuum sonoro, scorrono una dietro l’altra a formare un’unica, infinita suite. L’album risponde ad una precisa esigenza espressiva della band che volutamente rinuncia alle parole per accentrare l’attenzione sui suoni e sul rapporto tra l’uomo e il cosmo, la natura, la meditazione.

Presentato ufficialmente ai Musei Civici di Reggio Emilia il 22 settembre 2013 alle ore 20:44 (in pieno equinozio d’autunno), ma pubblicato solo l’11 ottobre, Ashram Equinox segna la decisiva svolta della band emiliana verso sonorità psichedeliche, kraute, etniche e jazz. L’enigmatica immagine di copertina (realizzata dall’artista calabrese Pasquale De Sensi), i curiosi titoli dei brani, il continuo richiamo all’equinozio e le inquietanti foto promozionali della band, concorrono a fare di Ashram Equinox un concept dalla natura cosmica, mistica ed esoterica. Già nel titolo dell’album, infatti, si cela la sottile chiave di lettura che tende ad unire le tradizioni filosofiche orientali alle concezioni occidentali: Ashram è un termine sanscrito (il cui significato è “protezione”) e nella tradizione indiana indica sia un luogo di meditazione e romitaggio che uno dei quattro stadi della vita; Equinox, invece, dal latino æquinoctium (“notte uguale”), si riferisce a quei due particolari momenti dell’anno in cui il periodo diurno e quello notturno hanno pari durata. Un’opera colta e affascinante, dunque, in cui gli opposti si attraggono e si completano in modo del tutto naturale.

L’esperienza sonora inizia con Ashram. Un’introduzione pianistica slegata spiana la strada all’ipnotica e psichedelica base ritmica che, in una progressione lenta ma insistente, assume dapprima un’ossessiva andatura à la Can per poi sconfinare nel krauto-motorismo dei Neu!. I raffinati inserti elettronici e le dilatate incursioni di fiati davisiani conferiscono al brano umori spaziali, mentre i rarissimi interventi vocali agiscono a livello subliminale creando una sorta di mantra cosmico.

Nella dimensione spaziale si muove anche Tarazed, composizione che prende il titolo della seconda stella più brillante della costellazione dell’Aquila, il cui nome deriva dal persiano šāhin tarāzu (“giogo della bilancia”). Sonorità mutuate dalla kosmische musik ed echi dei primi Kraftwerk vengono qui filtrati in una sognante ma ritmata nenia astrale. L’incombenza di ammorbidire e amalgamare il suono ricade sul rotondo basso, sul Fender Rhodes e sui delicati ricami elettronici. Anche qui gli impercettibili e dilatati cori sembrano provenire da una dimensione “altra”, meditativa ed interiore.

Johin si struttura su stratificate sequenze di suoni sintetici che fondono le elucubrazioni dub trance dei The Orb, lo space rock psichedelico degli Ozric Tentacles e l’elettronica sperimentale di “Radio-Activity”. L’effetto ipnotico viene assicurato dall’ottimo lavoro ritmico e dai numerosi contrappunti elettronici.

La quarta traccia, Taarna, prende il nome dalla donna guerriera protagonista del film animato canadese “Heavy Metal” (1981). Acida, distorta, inquietante e ritmata, Taarna si snoda tra i più oscuri meandri dell’elettronica tedesca anni ’70 (Tangerine Dream, Cluster, Klaus Schulze), stemperata solo in parte da un drumming morbido e circolare.

Equinox si spinge ben oltre, inondando la materia sonora di droni tenebrosi ed esoterici che sconfinano nell’ambient oscuro e liturgico tanto caro a Dirk Serries (alias Vidna Obmana). Annullato l’elemento ritmico, il brano si affida a tremori grevi, angoscianti, che tuttavia lasciano penetrare sporadici squarci di luce. Il pathos cresce di pari passo al suono, delineando in musica il significativo evento astronomico.

Sator prende il nome da un’iscrizione latina – in forma di quadrato magico, detto anche Quadrato del Sator – composta da cinque parole: Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas. La sequenza dà luogo a una frase palindroma che resta identica se letta da sinistra a destra (o dall’alto al basso) e viceversa. Il significato simbolico rimane ancora oggi oscuro, anche se si tende ad avvalorare la tesi che vuole il Sator simbolo di un luogo dalle caratteristiche sacre ben precise. Il brano dura poco più di quattro minuti, nei quali però si riescono a condensare gli interminabili riverberi shoegaze degli Spacemen 3, l’elettronica degli Ash Ra Tempel e la ritmica dei Neu!.

Taotie è il nome di uno dei nove draghi della mitologia cinese e di un comune motivo decorativo di vasi rituali dei periodi dinastici Shang e Zhou. Un’atmosfera fumosa ed irreale si fa largo tra ritmiche sintetiche e accordi liquidi e rarefatti. È ancora una volta la fredda, minimale e cosmica elettronica tedesca a prendere il sopravvento tra voci sussurrate e suoni dal vago sapore orientale.

Han è il nome di un’antica dinastia ma anche il termine che identificata il maggior gruppo etnico cinese. Un breve segmento musicale – che pare rievocare il canto popolare francese “Ah! Vous dirai-je, Maman” (noto per le Dodici Variazioni in Do maggiore KV265 di Mozart) – viene riproposto in loop fino a creare un ipnotico mantra che suona come un messaggio lanciato nell’etere e destinato a forme di vita aliene.

Un album di dimensione cosmica, Ashram Equinox, che riesce a simboleggiare con eleganza la ciclicità della natura nell’eterna alternanza di oscurità e luce, morte e rinascita.

Per ognuno degli otto brani la band ha realizzato un video utilizzando spezzoni di documentari e materiali d’archivio trovati in rete. I temi sono gli stessi affrontati nell’album: il ciclo della natura, la sfera  sessuale, l’uso di droghe, il controllo delle menti, il fanatismo religioso e molto altro.

Per maggiori info: www.julieshaircut.com








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