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Kaleidon – Free Love

KALEIDON

Free Love (1973)

Fonit

 

Dopo il tragico episodio che, nel 1972, ha colpito alcuni dei membri dell’originaria formazione chiamata Free Love, Stefano Sabatini (piano elettrico, piano acustico) e Carl Stogel (basso), trovano la forza per rimettere in piedi la band, coadiuvati dal batterista Giovanni Liberti e dal sassofonista Stefano Cesaroni. La loro unica apparizione è in occasione del concerto di Caracalla a Roma nell’autunno 1972, poco prima, però, Cesaroni viene sostituito da Massimo Balla (sax contralto, soprano, flauto).

Successivamente la band cambia nome diventando Kaleidon ed è con questo nome che riesce ad incidere il suo primo ed unico album (come Free Love ha inciso solo alcuni singoli), con il nuovo arrivo Franco Tallarita che prende il posto di Stogel al basso. L’opera in questione è intitolata Free Love, un chiaro omaggio al primo nucleo della band.

L’album, interamente strumentale e registrato in soli tre giorni (dal 28 al 30 agosto del 1973), va ad inserirsi nel filone jazz-rock (decisamente molto più jazz che rock) che negli anni ‘70 ha scritto pagine importanti della musica nostrana. Il lavoro è fluido e compatto, privo di sbavature e sofismi eccessivi, ciò che si nota già dal primo ascolto è il grande gioco di squadra attuato dal gruppo, con le ritmiche molto spesso nelle retrovie a tessere trame su cui si distendono le avanzate fantasiose di piano e sax. Di certo il sound è un po’ debitore della scena canterburyana, alcune soluzioni, ad esempio, richiamano i Soft Machine di Fourth.

L’album, come spesso accaduto in quel periodo, non ha fortuna, però, su Ciao 2001 del 21 aprile del 1974, Giorgio Rivieccio parla dei Kaleidon come un gruppo che “ha dimostrato di aver già maturato un proprio originalissimo discorso jazzistico”. Non solo, l’autore dell’articolo procede dicendo che l’album “ci ha davvero sorpresi sia dal lato tecnico che da quello stilistico e che è tanto più apprezzabile in quanto è frutto di ricerche personali senza compromessi di natura “discografica” che per molti vengono preposti alla chiarezza espressiva” e “il feeling di questo gruppo scaturisce dalle note di ogni singolo strumento, avvolgendo in pieno l’ascoltatore e riuscendo ad abbattere quello schermo che si crea tra questi e l’esecutore, per stabilire con questo una più diretta comunicazione. E’ una musica raffinata, in cui ad ogni nota, ad ogni pausa viene dato il giusto valore ed il giusto equilibrio anche nelle improvvisazioni che nonostante questo conservano tutta la loro freschezza e la loro spontaneità”.

Kaleidon. I primi due minuti del brano d’apertura la band li spende per “conoscersi” e conoscere le potenzialità dei propri strumenti. Fatto quanto dovuto la batteria inizia il suo viaggio, restando relativamente in sottofondo, lasciando ampio spazio alle evoluzioni estreme di Balla al sax (ricorda molto Elton Dean dei Soft Machine) e poi a quelle altrettanto colorate del piano di Sabatini (qui la batteria rapida di Liberti emerge un po’ di più). Eccellente anche il lavoro del sempre presente Tallarita al basso.

Avvio molto più leggero ed onirico per Inverno ’43 col piano ondivago di Sabatini, il quale sembra anticipare le atmosfere di Roberto Cacciapaglia, e il basso piuttosto mesto. Ecco poi giungere il sax un po’ malinconico di Balla e la batteria intima di Liberti (crescerà gradualmente senza mai diventare dominante). Alcune variazioni sul tema, mai esuberanti, ci condurranno sino alla fine del brano.

Con Dopo la festa si torna a fare sul serio. Sin dalle prime battute la batteria fa intendere che sarà uno dei protagonisti del brano. Con lei anche sax, basso e piano partono forte. Poi, dopo un lieve assestamento, il brano riparte con decisione. I quattro si lanciano in virtuosismi individuali notevoli i quali hanno due grandi pregi: non imporre mai la propria dominanza sugli altri e creare una coesione sonora esemplare.

Polvere sembra continuare il brano precedente, con i quattro protagonisti sempre intenti a volteggiare. Molto interessanti le brevi ma intense accelerate che troviamo alcune volte nella prima parte del brano. Grande protagonista, dopo i due minuti, diventa il solo piano di Sabatini con il suo affascinante soliloquio (le ritmiche restano leggermente in secondo piano). Più avanti lascia il posto al senesiano sax, per poi viaggiarci insieme (anche basso e batteria si aggregano alla compagnia). Il tutto ricorda un po’ le atmosfere dell’album omonimo dei Blue Morning uscito lo stesso anno.

Oceano. In questo caso i quattro virtuosi partono insieme con un andamento vivace, caratterizzato in seguito da una pregevole accelerata di piano e basso. Ecco poi far la conoscenza del flauto di Balla, il quale prende degnamente il posto del sax, mentre l’ambiente si tranquillizza relativamente, prima di una nuova fuga di piano. Nel finale torna il sax.

Free Love. Una nuova fuga intensa alla Cacciapaglia da parte di Sabatini apre la title-track. Poi tocca al sax entrare in scena con lo stesso stato d’animo. Saranno le loro evoluzioni ricche di pathos le protagoniste dell’intero brano.

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