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KoMaRa – KoMaRa

KoMaRa (2015) KoMaRaKOMARA

KoMaRa (2015)

Hevhetia

KoMaRa è un progetto nato nel novembre del 2014 dalla collaborazione tra il compositore slovacco David Kollar (chitarra, basso, elettronica), il crimsoniano Pat Mastelotto (batteria acustica, batteria elettrica, percussioni) e l’eclettico Paolo Raineri (tromba, voce, effetti). Il curioso nome dato al progetto altro non è che l’acronimo formato dalle sillabe iniziali dei cognomi dei tre musicisti (Kollar, Mastelotto, Raineri), il cui elevato spessore si riflette nell’indefinibile proposta musicale: un micidiale mix che coniuga il rock cervellotico di King Crimson e Tool all’improvvisazione jazz, le sonorità industrial ed elettroniche alla sperimentazione estrema.

Cervellotico è senza dubbio l’aggettivo più adatto ad illustrare il debut album dell’eclettico supertrio, opera che assume i contorni di una “detective story oscura, deviata ed esplicita” incentrata su un inspiegabile rapimento e sulla successiva scomparsa di un ostaggio (abduction?). Non ci è dato sapere chi siano i protagonisti di questa oscura storia, ma la mostruosa creatura aliena che campeggia al centro della tetra copertina – realizzata dal geniale chitarrista dei Tool, Adam Jones, esperto nel campo dell’animazione – non lascia presagire nulla di buono.

L’album viene registrato il 18 e il 19 novembre 2014 al Faust Studio di Praga, e pubblicato dall’etichetta slovacca Hevhetia il 30 giugno 2015. Ad aprirlo è Dirty Smelly. Nelle ritmiche frammentate di Mastelotto l’estetica crimsoniana viene annichilita dalla brutalità industrial dei NIN. Le torture soniche di Kollar in più di un’occasione danno tregua lasciando trapelare ostinati flussi circolari di chiara matrice frippiana. Dal canto suo Raineri, tutt’altro che intimorito, ne approfitta per sferrare violenti assalti con la sua tromba effettata.

In 37 Forms la ritmica tribale e scomposta di Mastelotto offre a Raineri un labile appiglio su cui costruire la sua lirica metropolitana, per poi discostarsi completamente dal flusso sonoro ed innescare una sfida col minaccioso basso di Kollar. A turno i tre si ritagliano uno spazio solistico per dar sfogo alle proprie pulsioni, salvo poi ritrovarsi uniti e compatti nell’ipnotico e tormentato mantra finale.

A Collision of Fingerprints. Sull’ossessiva ritmica di Mastelotto, Kollar edifica con chitarra ed elettronica una minimale struttura industriale che tuttavia perde di consistenza con la graduale invasione delle dilatate folate di Raineri.

Dilatata e malinconica è anche l’atmosfera della successiva She Sat in Black Silt. La natura cinematografica della traccia chiarisce l’originale formula suggerita dai tre titolari. La chitarra fluida, la struggente tromba, la ritmica misurata, l’elettronica minimale e le stratificazioni vocali dal sapore etnico mettono il brano in stretta relazione con i più delicati episodi di world music di La YnE (“La grande illusion“).

2CFAC si fa largo tra sonorità “disturbate”, inquietanti tremori e continue dissociazioni ritmiche. L’incedere pachidermico, incerto e l’accentuata instabilità sonora sprigionano umori insani e a tratti malvagi.

Ad aprire la claustrofobica God Has Left This Place sono gli impressionanti versi sussurrati da Bill Munyon, “I feel like I’m movin’, I’m sure I’m movin’, I feel like I’m standing still. God left this place. No light, no dark, no color.”. L’atmosfera plumbea e sanguinolenta assume man mano toni sempre più drammatici, allarmanti, ulteriormente enfatizzati dalle ansiogene percussioni di Mastelotto, dalle spire chitarristico-elettroniche di Kollar, dalla straziata tromba di Raineri e dall’evanescente contributo vocale di Leashya Fitzpatrick-Munyon.

Il fascino ancestrale di Pasquinade si concentra maggiormente nelle ricercate sfumature etniche delle percussioni e nei certosini ricami chitarristici dal marcato accento orientale. Di contro, tromba, batteria ed elettronica provano a riscrivere i canoni della decadente estetica industriale delle metropoli occidentali.

Il soffio ininterrotto di Raineri nel brevissimo intermezzo Abraso apre alla devastante Afterbirth, punta di diamante dell’album. Nell’abrasiva ed opprimente chitarra di Kollar e nella ritmica scomposta di Mastelotto si scorgono i Tool più claustrofobici ed ossessivi, mentre nelle aperture avant-jazz di Raineri e nei sinistri inserti elettronici si rilevano affinità col brutale blackjazz dei norvegesi Shining.

L’album si chiude con Inciting Incidents, spaventoso epilogo affidato al tenebroso Munyon, i cui raggelanti sussurri incutono terrore alimentando incubi sempre più claustrofobici.

Per maggiori info: www.komaraband.com | facebook

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