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Coscienza di Zeno, La – Sensitività

la-coscienza-di-zeno-2013-sensitivitaLA COSCIENZA DI ZENO

Sensitività (2013)

AltrOck/Fading Records

Il 10 giugno 2013, a circa due anni dall’omonimo esordio discografico, arriva il secondo album in studio de La Coscienza di Zeno, intitolato Sensitività. La band ligure, passata nel frattempo dalla Mellow Records alla AltrOck/Fading Records grazie all’interessamento di Marcello Marinone, schiera la consueta formazione: Alessio Calandriello (voce), Davide Serpico (chitarre elettriche, chitarre acustiche, chitarre classiche), Gabriele Guidi Colombi (basso), Andrea Orlando (batteria, percussioni) e Stefano Agnini (testi, tastiere, synth analogici). Dal marzo del 2012, inoltre, si è aggiunto stabilmente alla band anche Luca Scherani (pianoforte, synth analogici, Mellotron, fisarmonica, bouzouki), mentre per la realizzazione del disco sono stati arruolati anche: Joanne Roan (flauto), Sylvia Trabucco (violino), Melissa Del Lucchese (violoncello) e Rox Villa (Mellotron, arrangiamento archi).

Sensitività, un po’ come tutte le seconde prove discografiche, perde (volutamente) l’immediatezza del primo lavoro, acquisendo però maggiore equilibrio e una più ricercata cura dei particolari. A conferma basta citare l’alto livello di scrittura di Agnini – presenza immaginifica e paroliere del gruppo, alla stregua di Pete Sinfield per i primi Crimson – che confeziona testi impegnativi, pregni di poesia, storia, mitologia, simbolismo, aperti alle più svariate letture.

Dal punto di vista musicale La Coscienza di Zeno riconferma le proprie istanze progressive, individuabili nella voce chiara e intensa di Calandriello, nella ricchezza degli arrangiamenti strumentali e nell’invidiabile vena melodica.

L’album si compone di sette brani dalla durata media di sette minuti. Ad aprire è La Città di Dite, brano che raccoglie i pensieri e le confessioni di un matto nella cui mente riaffiorano i ricordi di una dipendenza malata e distruttiva. Un inquieto pianoforte dà il via al brano che esplode presto nella vivace svisata del synth e nell’attacco imperioso di chitarra, basso e batteria. Magistrale (come sempre!) la prestazione di Calandriello che dà prova della sua grande estensione vocale, toccando vette altissime e scendendo verso soluzioni più introspettive. Il decisivo contributo di Scherani si palesa tanto nelle aperture sinfoniche quanto nelle parentesi classiche, favorendo l’ingresso e sostenendo il maestoso solo di Serpico.

Proprio con questo tono serioso da canzone d’autore si apre Sensitività, con Calandriello che canta “Io come mai portò credere in un Dio / obnubilato, ascoso ed addormentato? / Io voglio individuare il mio sé / come fecero gli angeli con le figlie degli uomini”. Nello specifico questi primi versi forniscono una delle chiavi di lettura di quest’opera (e più in generale della poetica del gruppo) volta alla ricerca del proprio “Io”. Agnini e Scherani, rispettivamente ai synth analogici e al piano, accompagnano il vocalist dall’inizio alla fine del brano. Calandriello, dal canto suo, si rende protagonista di un’impressionante interpretazione che conferma (qualora ve ne fosse la necessità) l’altissimo livello raggiunto dalle nuove leve del progressive italiano. Serpico si insinua tra le ricche trame intessute da Scherani e Agnini con estrema naturalezza, emergendo e graffiando non appena ne ha modo; l’episodio migliore capita intorno ai dieci minuti e mezzo quando, a chiusura di una brevissima parentesi jazz, sfodera uno dei suoi più acidi e ritmati assalti. Il brano, senza dubbio il più intenso e variegato dell’album, scorre piacevolmente nei suoi dodici minuti abbondanti grazie anche all’ottimo apporto ritmico di Guidi Colombi e Orlando, capaci di assecondare le scorrerie dei compagni.

Con la malinconica ed atmosferica Tenue la scrittura passa a Guidi Colombi. I temi legati alla prigionia, alla guerra e alla lontananza dai propri affetti velano di nero il brano, rendendo più oscure e dolenti le note di Scherani, Agnini e Serpico. La ritmica misurata ed elegante detta i tempi a Calandriello che, con tono dimesso, recita: “Ricordi la rossa Russia: / l’applicazione di un vivo socialismo. / Sogno e idea rimaneggiati. / Rimane cenere su dissolte tue frequenze.” – e ancora – “Distante dal figlio in lutto. / Distante dal corretto amore. / Tenue l’ultimo tuo sorriso. / Tenue un volto astratto. / Tenue il fuoco consolatore”.

C’è spazio anche per Scherani che firma Chiusa 1915, brano che alterna una intro decisamente neoprog a uno sviluppo prima classico e poi sinfonico. Ovviamente padroni della scena sono le tastiere e il piano di Scherani, come pure la chitarra di Serpico e i tempi dispari di Orlando. L’orribile 1915 della storia italiana assume qui i tratti di una poesia che svela la sua natura nei versi “Statica virtù perseveranza / scuote il cuore, la memoria è qui / è iniziata un’altra guerra” e nei ricordi bellici che ci riconsegnano le immagini di giovani soldati prigionieri in terre fredde e lontane.

Segue Tensegrità, brano il cui titolo (termine composto dalle parole “tensione” e “integrità”) è mutuato da alcune pratiche sciamaniche ed è volto a definire lo stato di equilibrio tra la tensione e il rilassamento. Il testo rivela l’originale connessione tra il titolo e l’andatura cantilenante delle filastrocche oscure che hanno segnato l’infanzia di ogni bambino. L’immagine indefinita e (perciò) spaventosa del “Babau”, l’uomo nero, i carabinieri di collodiana memoria  e la campanella della scuola minacciano i sonni tranquilli dell’Agnini autore/bambino; archetipi di una pedagogia d’altri tempi e angosce indelebili nelle menti di svariate generazioni.

Pauvre Misère è ritmicamente indefinibile tanto è vario ed elaborato il lavoro di Orlando e Guidi Colombi. I continui cambi generano un divertente spaesamento che nega qualsiasi appiglio. Nemmeno i (finora) solidi e onnipresenti contributi di Scherani, Agnini e Serpico aiutano, anzi qui destabilizzano divagando in ogni direzione (progressive rock, jazz-rock, funky, rock sinfonico e molto altro ancora). Una parentesi crimsoniana intorno ai tre minuti e mezzo prelude all’ingresso rassicurante di Calandriello e al successivo ottimo innesto del nervoso violino della Trabucco e del violoncello della Del Lucchese.

La Temperanza, brano di chiusura, si affida ad una delicata e gradevole introduzione guidata dal piano di Scherani, dal flauto della Roan e dagli archi di Trabucco e Del Lucchese. Le dolci melodie si rincorrono leggere, seguite a ruota dall’ingresso di bouzouki, chitarra, basso, batteria. Verso i due minuti un valzerino ipnotico e circense apre nuovi scenari che man mano diventano sempre più barocchi, comprimendosi e dilatandosi in rapida successione. Capitolo affascinante e composito che cattura di ascolto in ascolto.

Chi attendeva una conferma da La Coscienza di Zeno con Sensitività non resterà deluso. Le vite consumate nell’ombra, le memorie dolorose, le sofferenze dell’animo e una soffusa melanconia delineano una resa incondizionata e disillusa pari solo alla consapevolezza di un’avvenuta maturazione (tanto nella vita quanto nella musica).

Una nota la merita anche il raffinatissimo artwork di Paolo “Ske” Botta, che ha curato design, progetto grafico e foto (con Paolo Infusini). Le immagini descrivono ambienti dal ricercato stile retrò che contribuiscono a creare un prodotto artistico perfettamente in linea con la natura melodica e progressiva de La Coscienza di Zeno. Un lavoro che sicuramente arricchirà la già eccellente produzione della nuova scena progressiva italiana. Chapeau!

Per maggiori info: http://coscienzazenoeng.altervista.org/

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