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Lovisoni Raul e Messina Francesco – Prati bagnati del monte Analogo

RAUL LOVISONI – FRANCESCO MESSINA

Prati bagnati del monte Analogo (1979)

Cramps

 

Prati bagnati del monte Analogo è l’unico disco realizzato in coppia da Raul Lovisoni e Francesco Messina. L’album è un esempio di musica sperimentale molto estremo. Per chi ama la seconda parte della fase sperimentale di Franco Battiato (da M.elle Le “Gladiator” a L’Egitto prima delle sabbie) allora questo è un disco che non può mancare nella collezione personale. Non a caso i due artisti sono stati scoperti da Battiato e, sempre non a caso, il disco è stato prodotto da Battiato stesso.

Il titolo richiama l’opera incompleta (l’autore morì prima di completarla) dello scrittore e poeta francese Renè Daumal, Il monte Analogo.

Un gruppo di alpinisti, piuttosto esperti, è convinto che nel mondo esista una montagna la cui vetta è più alta di tutte le altre vette ed è intenzionato a scoprirla. Partiti a bordo della barca “L’Impossibile” approdano nell’isola Monte Analogo.  Qui vi trovano una popolazione, dagli usi apparentemente stravaganti, che discende da uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi e che, come loro, vive ormai soltanto nella speranza di scalare la vetta. Dopo un soggiorno nel villaggio di Porto-delle-Scimmie, il gruppo affronta l’ascensione, arrivando quasi al campo base. Qui il racconto si interrompe. La storia è la rappresentazione di un cammino interiore che tutti dovremmo, vorremmo o potremmo fare, per arrivare a liberarci dai nostri limiti.

I due artisti con la loro opera hanno raggiunto probabilmente la cima del monte coperta dai prati bagnati e la musica dell’album è l’atmosfera che si respira su questi prati.

Così Lovisoni descriveva i suoi brani nella busta interna del vinile: Ammettiamo d’aver costruito una cattedrale gotica: l’essenza di quell’opera non si trova nella concettualizzazione strutturale, nei conteggi relativi agli sbalzi delle arcate, nelle dimensioni e nei chiaroscuri delle vetrate ma bensì nel Pensiero e nella Volontà degli uomini, che l’hanno concepita e realizzata e nel Sentimento dei fedeli, che l’hanno vissuta. Quel Pensiero era un pensiero vivo e potente; quelle carte, quelle travi, quei conteggi, i vetri, le pietre: un semplice mezzo. Questi suoni sono un semplice mezzo: il loro ordine rigoroso (Hula Om) o perdutamente abbandonato (Amon Ra) è in funzione del sentimento che possono evocare nel cuore, della sintesi che possono ispirare.

Nella realizzazione dell’opera i due artisti si sono “spartiti” fisicamente l’album, il lato A è toccato a Messina, il lato B a Lovisoni.

Prati bagnati del monte Analogo. Lunghissimo brano (dura oltre 23 minuti) che copre un’intera facciata del disco. Semplicemente ipnotico. Un piano, suonato da Michele Fedrigotti (nella sua carriera una lunga collaborazione con Franco Battiato), che esegue alcune sequenze di note quasi in loop. Ricorda molto da vicino L’Egitto prima delle sabbie, contenuto nell’album omonimo di Battiato del 1978, in cui il compito di ipnotizzatore è toccato ad Antonio Ballista. Dopo oltre 14 minuti appare sulla scena un altro “suono”: è il synth di Francesco Messina, quasi una cornamusa in lontananza. Il finale space tocca al solo synth.

Lovisoni decide di occupare il lato del disco di sua pertinenza con due brani, a differenza del collega. Il primo Hula Om, è affidato esclusivamente ai suoni dolci e rilassanti di un’arpa, suonata magistralmente dalle delicate mani di Patti Tassini.

Con Amon Ra (il Dio-Sole egizio nato dalla fusione del Dio Ra di Eliopoli e la divinità principale di Tebe Amon) Lovisoni si spinge molto oltre. La parte “strumentale” è affidata ad un glasspiel, cioè una serie di bicchieri di cristallo fatti risuonare dalle dita umide dell’artista stesso. L’idea è geniale, il suono che ne viene fuori però potrebbe sembrare, a tratti, un po’ fastidioso, quasi fosse un fruscio di sottofondo ma con un volume troppo alto. Secondo l’artista l’ambiente, che si crea, è un atto di devozione alle sonorità che circondano il nostro sonno. L’idea resta comunque apprezzabilissima perché va molto oltre i canoni musicali cui siamo abituati. Straordinaria la presenza di Juri Camisasca (in una delle sue ultime esperienze musicali prima di abbracciare la vita monastica) che gioca con la voce in modo molto particolare, diventando a volte quasi un tutt’uno col suono emesso dai bicchieri.

Una curiosità finale: Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, ha inserito l’album in una delle sue personali playlist del 2008 presenti sul sito della band.

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