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Lunatic Soul – Lunatic Soul (I)

LUNATIC SOUL

Lunatic Soul (2008)

Mystic Production / Kscope / Snapper Music

 

Dietro il monicker Lunatic Soul si cela il cantante e polistrumentista polacco Mariusz Duda, vocalist, bassista e leader della nota prog band dei Riverside. Per dare sfogo alla sua anima più sperimentale, visibilmente contenuta all’interno della sua band madre, Duda si avvale delle sue precedenti esperienze musicali per dare vita ad un nuovo percorso fatto di progressive, rock psichedelico, ambient, sperimentazione e alcune sfumature folk. Ad accompagnare Duda (voce, basso, chitarra acustica, percussioni, kalimba, chimes, effetti) in questa nuova avventura ci sono alcuni fidati collaboratori: Maciej Szelenbaum (tastiere, piano, flauto, quzheng, tromba) e Michał Łapaj (tastiere, hammond) entrambi dei Riverside, Wawrzyniec Dramowicz degli Indukti (batteria, percussioni), Maciej Meller dei Quidam (e-bow) e l’attrice Anna Maria Buczek (tears).

Registrato tra gennaio e luglio del 2008 nei Serakos Studios di Varsavia e pubblicato il 13 ottobre dello stesso anno dall’etichetta Kscope, questo primo capitolo della saga Lunatic Soul assume i contorni di un viaggio verso il lato oscuro, verso la morte, un disco circondato da un’aura mistica e arcaica, che parte dalla lezione dei Riverside e arriva a lambire territori sperimentali e alternativi.

Prebirth apre l’album tra gli effetti sonori e vocali di Duda e la luciferina tromba di Szelenbaum. L’atmosfera inquieta, oscura e claustrofobica sembra creare un varco verso  un’altra dimensione, un “non luogo” che emana una malvagità fredda e malata.

The New Beginning allenta (solo in parte) l’asfissiante morsa iniziale, assumendo forma di oscura ballad dai toni cupi e malinconici. La chitarra acustica di Duda si avviluppa in un vorticoso e ipnotico tema che pian piano si insinua tra le più profonde pieghe della mente. Le percussioni e i chimes delineano scenari desertici e inospitali ma comunque ammalianti, mentre il flauto di Szelenbaum accresce le soluzioni etniche ed orientaleggianti del brano. Su tutto svetta la calda e sussurrata voce di Mariusz, che, come un’oscura presenza, assedia l’ascoltatore.

In Out On A Limb, invece, si ripercorrono le strade battute dai Riverside: accordi nervosi e melodie spiraliformi, voci filtrate e ritmi sostenuti. Duda sembra dolorosamente insofferente, tanto è provato il suo canto. Tastiere atmosferiche e percussioni tribali accompagnano una chitarra inquieta che trasmette vibrazioni oscure e viscerali. L’atmosfera onirica e al tempo stesso agitata si placa (momentaneamente) solo quando entra in scena il pianto singhiozzante della giovane attrice polacca Anna Maria Buczek, ma è una parentesi davvero breve prima del ritmato finale.

Summerland, con la sua andatura cadenzata, propone un più vasto campionario musicale che mischia dark ambient, folk oscuro, industrial e melodie malinconiche e crepuscolari. Pochi sono gli artisti che oggigiorno riescono a ben combinare generi musicali così diversi. Duda è uno di questi, ma l’influenza di Steven Wilson risulta assai palese. Proprio nel timbro vocale, infatti, Mariusz sembra rifarsi al collega inglese. Una ballata funerea e buia, Summerland, scandita dai gravi accordi di piano di Szelenbaum e dalla chitarra metallica di Duda, condita da percussioni di matrice industriale ed effetti elettronici. Senza ombra di dubbio uno dei migliori episodi del disco.

La title track vede i preziosi contributi di Łapaj all’hammond e di Dramowicz alla batteria. A trarne maggior vantaggio è sicuramente la struttura del brano, qui più complessa e ricca. Duda, liberato dalle incombenze ritmiche, appare più sciolto e a suo agio tra chitarra, basso, tastiere e kalimba. La delicata e dolce atmosfera iniziale sfocia a metà brano in un più robusto neoprog sinfonico, sostenuto tanto dall’hammond quanto dalla sezione ritmica. È in questa ristretta parentesi che la voce di Duda si fa per la prima volta ruvida e rabbiosa, ma si è ormai giunti alla fine del brano e presto tutto si placa.

Where The Darkness Is Deepest poggia quasi interamente sull’inquietante basso di Duda, sui tappeti delle tastiere di Szelenbaum e sui sinistri e oscuri effetti di entrambi.

In Near Life Experience,Duda, sorretto dal drumming di Dramowicz, richiama le soluzioni vocali adottate in “Freder”, ai tempi di S.U.S.A.R., dei connazionali Indukti. Qui però nulla riconduce al prog metal della band polacca: il merito è tutto di Szelenbaum e del suo piano di impronta jazz.

Adrift è una splendida ballata acustica che avvicina nuovamente Duda a Wilson. Il serafico canto di Mariusz ci accompagna fin oltre la prima metà del brano, quando Meller subentra con i dilatati effetti dell’e-bow ad accrescere l’emotività.

Con The Final Truth ritornano gli effetti elettronici con soluzioni più vicine al trip hop e con passaggi di puro dark ambient. A tenere tutto insieme è ancora una volta la bella voce di Duda, qui più lirica e melodica. Ottima la performance di Dramowicz alla batteria e alle percussioni.

Waiting For The Dawn chiude questo lungo viaggio nell’oscurità nel modo più atmosferico possibile. Mentre Duda mostra il suo lato più sperimentale, tra suoni ed effetti elettronici, Szelenbaum si dedica a passaggi etnici di chiara origine orientale, con tanto di quzheng e flauto.

Un debutto coi fiocchi, Lunatic Soul, che conferisce a Duda lo status di “spirito guida” della scena progressiva polacca.

Per maggiori info: www.lunaticsoul.com

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