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Manifesto del Rock Degressivo Italiano

Manifesto del Rock Degressivo Italiano - hamelinprog“Che cos’è il Rock Degressivo?”. Dopo essermi sentito rivolgere per l’ennesima volta questa domanda, mi sono alfine risoluto a scrivere le seguenti righe chiarificatrici, di cui non sono neppure certo circa l’effettivo utile. Di sicuro, con l’appellativo Manifesto non è che desideri apparire uno dei tanti megalomani ciarlatani o un volgare venditore di fumo con la pretesa d’esser preso molto sul serio. Ben consapevole inoltre che nell’era 140 caratteri paia un’utopia pensare che le persone non si scoraggino alla sola vista di un testo da leggere (!), da inguaribile romantico quale sono, mi piace credere ancora alla persistenza di forme di vita intelligente nel nostro paese.

Mi preme sicuramente scindere in modo netto ciò che faccio personalmente in ambito musicale da questa riflessione, che non vuole fungere in alcun modo da trampolino pubblicitario per il sottoscritto né per i suoi progetti; mentre è invece ovvio il contrario, e cioè che le mie attività conseguono ai miei pensieri. Una coerenza che, ahimé, non paga.

Dunque, prima di tutto occorre precisare che l’aggettivo degressivo, non fornisce, come detto, un presuntuoso pretesto per farsi notare, né un pacchiano neologismo infarcito di posticci concetti astrusi. D’altronde sarei un bugiardo se negassi il profondo spirito umoristico insito nel bagaglio genetico di Astrolabio, setting all’interno del quale questo termine è stato generato. Tuttavia la semantica che gli appartiene non è affatto comica. Semmai satirica e, al contrario, estremamente concreta.

Per capire fino in fondo il tentativo comunicativo messo in essere tramite il conio di Rock Degressivo, è necessario innanzitutto riconoscere il profondo cambiamento sociale attraversato dal nostro mondo negli ultimi vent’anni. Posto che la “missione” del Rock sia sempre stata riferibile ad un messaggio di profonda rottura degli schemi e messa in discussione dei vari status quo vigenti in ogni ambito, pare anche evidente agli occhi di tutti come le urgenti tematiche socio-politiche siano drasticamente mutate negli ultimi trent’anni. Ovviamente della Pop Music non faccio cenno in quanto strumento di controllo sociale per antonomasia del Sistema. Se negli anni ottanta / novanta era lecito, tollerato ed incoraggiato un profondo intimismo (fenomeno noto come Riflusso) e desiderio di sondare i misteri ed i drammi dell’imperscrutabile psiche umana sullo sfondo di una filosofia basata sull’edonismo, anche nelle più banali crisi relazionali, oggi gli eventi che sommergono la nostra civiltà non possono lasciare nessuno indifferente. Emerge quindi, a mio avviso, il dovere di trattare temi sociali impellenti, quali: crisi economica, di valori, guerre, immigrazione, discriminazioni sociali, malcostume. Penso che in questo tempo, un disco che tratti, ad esempio, trame amorose per intero, sia da corte marziale! L’arte, in quanto mezzo privilegiato di comunicazione ha un’innegabile responsabilità. La musica in generale, da questo punto di vista, patisce invece un’involuzione, ripiegata su sé stessa e colma di un vuoto che dilaga a macchia d’olio, più che meno consapevolmente, anestetizzando senso critico e gusto soggettivo di generazioni inermi al bombardamento a tappeto dei media. Per non parlare del preoccupante proliferare di Tribute band, fenomeno che la dice lunga sull’autonomia di pensiero creativo dei giovani musicisti, così come della loro autostima, sistematicamente modificata e frustrata dai sintetici modelli contemporanei, proposti da questo mondo post-orwelliano.

Perché dunque non limitarsi a trattare queste emergenze senza andare a scomodare il vocabolario con pretenziosi neologismi? E qual è il nesso tra la componente verbale e quella musicale? Se partissimo dal principio propulsore del Rock Progressivo, fenomeno di ricerca per molti aspetti autoctono nell’Italia degli anni ’70, la questione non sarebbe neppure in essere. Esso infatti nasceva dal nobile ideale di spingere il limite di un discorso sempre oltre l’edito, nel perenne tentativo di solcare nuovi sentieri della comunicazione frantumando i vecchi schemi in quanto riconosciuti come strumenti nelle mani del potere costituito. Purtroppo esso stesso ha finito, nel volgere di pochi anni (1971/1976), per cristallizzarsi e cedere il passo a stilemi e standard molto, troppo, riconoscibili per avanzare ad oggi ancora qualche blanda pretesa dell’antico fregio di nuova musica.

Ecco che il neonato Rock Degressivo propone dunque un presente (per attualità trattata) che affondi i suoi ideali in glorioso passato e per volgere ad un futuro libero da schemi precostituiti. Solo questo restituirà al Rock la sua antica vocazione. Così è possibile leggerne l’etimologia: de(strutturazione del logoro approccio pro)gressivo. Il Rock Degressivo è l’approccio Punk al Progressivo! Questa affermazione avrà fatto sobbalzare qualcuno. Tuttavia non si tratta di un ossimoro. Questa (volutamente) sfacciata affermazione vuole affermare che il Rock Progressivo va spogliato, anche violentemente, dei troppi arzigogoli che nel tempo hanno reso il suo passo lento e pesante trasformando la sua avanguardistica forza comunicativa in un genere musicale (paradosso per chi vuol fuggire proprio dalle etichette), e per giunta del tutto anacronistico. Per rendersi conto di ciò è sufficiente verificare l’età media di quanti seguono i circuiti dedicati, a quello che (ahimé) si è tramutato perlopiù in un fenomeno revivalesco… Via dunque il trucco pesante, via le ciglia finte, il phard, il rossetto sbavato. Via ogni fardello dal viso di questa vecchia prostituta! Basta alle immondizie sintetiche, alle fatine, agli unicorni che popolano le fantasie di vecchi proggers e dei loro cloni neofiti, ubriachi di mondi immaginifici alla Roger Dean. Dinosauri del Rock che hanno scritto la storia della musica di questo paese frantumando vecchie etichette e confini, che vivono oggi intoccabili ed inarrivabili nelle loro torri d’avorio. Non hanno più niente da dire e da dare, e peggio ancora, da consumati personaggi dello spettacolo, vivono come una minaccia ogni nuova proposta proveniente dall’esterno. Ulteriore paradosso… Ma d’altra parte stiamo parlando di una generazione che è la stessa di quella classe dirigente che ha fatto il ’68, salvo rivelarsi poi ancor più assetata di potere di quella che l’ha preceduta e che tanto ha contestato. Lascio all’immaginazione i vari parallelismi.

Perchè il Rock torni a fungere da veicolo di (contro)informazione e di rottura, va spogliato da tutto il superfluo. Apriamo i cassonetti e riempiamoli di ogni orpello tecnologico che si sostituisca alle nostre mani, al nostro cervello e al nostro cuore. Il passato va studiato, digerito e onorato come il più prezioso degli strumenti a nostra disposizione, con tutti gli onori del caso ai suoi molti sacerdoti pagani. Non può, ne deve diventare un macigno insostenibile dal quale fuggire o un dogmatico criterio uniformante. Altrimenti, cosa che già accade, si limitata alla superflua replica di sé stesso, all’infinito o sino ad esaurimento di orecchie disponibili.

Ecco cosa vuole dire, Rock Degressivo Italiano.

Michele Antonelli (Astrolabio)

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