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Marillion – Fugazi

Marillion (1984) FugaziMARILLION

Fugazi (1984)

EMI

Il 12 marzo del 1984 i Marillion pubblicano il loro secondo album in studio, Fugazi. Anticipato dall’EP “Punch & Judy” (pubblicato il 30 gennaio dello stesso anno), l’album segna il definitivo ingresso in formazione del batterista Ian Mosley che, dal 1° gennaio 1984, sostituisce il collega Mick Pointer, in rotta con Fish già dal tour del 1983. La band si assesta quindi con: Fish (voce), Steve Rothery (chitarra elettrica, chitarra acustica), Mark Kelly (tastiere), Pete Trewavas (basso) e Ian Mosley (batteria).

Ad un primo approccio Fugazi sembra seguire le coordinate stilistiche tracciate dal primo album, “Script For A Jester’s Tear”, anche se il sound lascia trasparire un umore più oscuro ed inquieto che segna una transitoria parentesi sperimentale (progressivamente attenuata nei lavori successivi).

La vena musicale dark trova conferma nel termine che dà il titolo all’album, Fugazi, un’espressione gergale molto in voga tra i soldati americani impegnati nella guerra del Vietnam, acronimo di “Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In” (“fottuto, preso in imboscata, bloccato”).

La copertina è sempre ad opera di Mark Wilkinson che, in una sorta di continuità narrativa con il testo di “The Web” (“Ritagli di vecchi giornali sono sparsi sul pavimento / macchiati dal vino di un bicchiere rovesciato, parole senza senso ingiallite dal tempo / Foto scolorite che mostrano dolore, sanguisughe di celluloide che dissanguano la mia mente”), raffigura il giullare – alter ego di Fish – annichilito dall’abuso di alcol e droga, distrutto dalle pene d’amore, in un ambiente domestico sciatto e disordinato, nel quale si distinguono numerosi simboli del mondo marillioniano: un camaleonte (“She Chameleon”), una gazza ladra (“The Thieving Magpie”), la marionetta di un giullare (“Punch & Judy”), il ritratto di un clown triste e alcuni vinili sparsi per terra, tra i quali si riconoscono le copertine dell’EP “Punch & Judy” e degli album “Fool’s Mate” e “Over” di Peter Hammill (spalla della band nel tour di “Script For A Jester’s Tear” e responsabile della deriva arabeggiante di Assassing).

Si parte proprio con Assassing, brano aggressivo che non ti aspetti dai Marillion. Fish si cuce addosso i panni del malinconico giullare, disegnando questo lavoro sulle proprie sofferenze. Il brano, nel quale il personaggio/narratore si autodefinisce assassino, prende il nome da un termine coniato dallo stesso Fish, nato dalla fusione della parola “assassin” con il verbo “sassing” (parlare sfacciatamente). Il testo, ricco di metafore, allude ad uno scontro verbale (“unsheath the blade within the voice”) che pare rifarsi alla rottura con Mick Pointer, fondatore della band, avvenuta pochi mesi prima la pubblicazione dell’album. Il tema della conflittualità, ottimamente rappresentato da Wilkinson nella cover dell’omonimo EP, offre a Fish il pretesto per inscenare l’accesa discussione tra le due parti con una performance espressiva da brividi. L’intro arabeggiante di Kelly è qui marcata dalla ritmica di Mosley, seguita a ruota dall’ingresso dell’elegantissima chitarra di Rothery, divisa tra arpeggi e andature funky, e dal robusto basso di Trewavas. L’altalena emotiva segue il più classico copione marillioniano, con Kelly e Rothery assoluti padroni della scena intenti ad edificare solenni architetture sonore sulle quali si erge il canto “assassino” e allo stesso tempo sofferto di Fish.

I brani dell’album sembrano essere legati da un sottile fil rouge: il “conflitto” (sia esso interiore o interpersonale, psichico o fisico, amoroso o sessuale) che tormenta Fish in quel preciso periodo della sua vita. Ve n’è conferma nella successiva Punch & Judy, brano in cui Fish si serve dei due caratteristici burattini della tradizione inglese – il giullare Punch e la moglie Judy – per affrontare, non senza un pizzico di sarcasmo, il dramma del divorzio. TV a colori, mal di testa, letti singoli, jeans stretti, battaglie di cuscini e il fatidico tappo del tubetto di dentifricio sono i classici pretesti che delineano un rapporto coniugale logoro, giunto al suo epilogo (“Worst ever thing that happened to me, oh for D-I-V-O-R-C-E. Oh Judy!”). Le squillanti tastiere di Kelly lanciano l’aggressiva chitarra di Rothery in una forsennata corsa, scandita dalla discontinua ritmica di Mosley e Trewavas, sulla quale Fish sputa fuori con rabbia i suoi veleni chiudendo la storia con un lapidario “Goodbye Judy!”.

Problemi di coppia, dissapori e rivalse segnano anche Jigsaw, brano dai toni più morbidi e dall’atmosfera malinconica. Kelly schiude il suo romantico carillon e accompagna Fish nel racconto di una storia d’amore andata in frantumi. Il pezzo mancante del puzzle in copertina, nel testo si trasforma in una sottile metafora di cui Fish si serve per lenire il trauma di un nuovo fallimento amoroso. A rendere il tutto ancor più lirico e solenne concorre l’immancabile assolo di Rothery a metà brano, commovente come sempre.

In Emerald Lies la band riesce a trovare il giusto compromesso tra le soluzioni romantiche e malinconiche di “Script For A Jester’s Tear” e le nuove istanze dark/sperimentali. Mosley e Trewavas imbastiscono una ritmica micidiale sulla quale trovano sfogo le tastiere di Kelly e l’eclettica chitarra di Rothery. Il tutto però si perde presto con l’ingresso del sottile e malinconico canto di Fish, accompagnato dai delicati arpeggi di Rothery. La continua alternanza di momenti più intimi e improvvise deflagrazioni sonore  innesca la classica altalena emotiva marillioniana che si sviluppa per l’intera durata del brano.

Al sesso fugace con una donna (con tutta probabilità una groupie) si ispira She Chameleon, brano ipnotico, dall’incedere lento e dal vago sapore sinfonico, nel quale le tastiere di Kelly giocano un ruolo davvero importante nel supportare al meglio l’espressiva performance di Fish. Rothery non perde occasione per impreziosire i passaggi cruciali del brano, e altrettanto fanno Trewavas e Mosley nel loro ricercato supporto ritmico.

Con Incubus ritornano di scena gli sbalzi umorali, cifra stilistica di Fish e compagni, che delineano differenti scenari musicali. Alle colorate melodie di Kelly e al vivace drumming di Mosley fanno da contraltare i raffinati arpeggi di Rothery e uno schizofrenico Fish, che alterna sacche di profonda malinconia ad improvvisi stati di eccitazione (anticipati da un inquietante “Uh Ah!”). Il pathos cresce a metà brano con Kelly che al piano accompagna gli struggenti versi di Fish (“You who wiped me from your memory Like a greasepaint mask / Just like a greasepaint mask”) e con Rothery che rincara la dose con un assolo di prim’ordine, mentre nel finale in crescendo c’è spazio anche per i deliziosi cori di Linda Pike.

Chiude l’album Fugazi, la solita invettiva di Fish alla società contemporanea che, come recita il titolo stesso e nel solco già tracciato con “Forgotten Sons”, non risparmia critiche ai conflitti militari (in particolar modo all’intervento americano in Vietnam). Dai “Boys baptised in wars” di “Forgotten Sons” all’attuale “Baptised in the tears from the real” il passo è breve, e se a qualcuno fosse sfuggito Fish lo ribadisce ringhiando “Do do do do do do you realize / This world is totally fugazi!”. L’intro di Kelly al piano cela una tensione latente che man mano si palesa nei versi di Fish e nei nervosi arpeggi di Rothery. Mosley e Trewavas martellano un ritmo serrato che si slega solo nell’apertura sinfonica di Kelly. Al giro di boa l’atmosfera muta diventando lugubre e fredda: i suoni sintetici di Kelly, la chitarra (insolitamente) torturata di Rothery e la ritmica marziale di Mosley e Trewavas accompagnano un insano Fish tra i mali del mondo e gli olocausti riversati dal vaso di Pandora. Il vivace finale sembra voler dare al mondo e al genere umano qualche flebile speranza, ma la ritmica militare abbozzata da Mosley e i versi conclusivi di Fish (“Where are the prophets, where are the visionaries / Where are the poets, to breach the dawn of the sentimental mercenary”) fugano ogni dubbio.







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