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Marillion – Script For A Jester’s Tear

Marillion (1983) Script for a Jester's TearMARILLION

Script For A Jester’s Tear (1983)

EMI

Il 14 marzo del 1983, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’EP Market Square Heroes, Fish e compagni pubblicano l’opera che di fatto sancisce la nascita del neoprogressive: Script For A Jester’s Tear. Come la leggendaria Araba Fenice, il progressive rinasce dalle proprie ceneri dopo l’apparente morte consumatasi pochi anni prima. Il ritorno alle atmosfere romantiche del progressive rock non può non tener conto della lezione dei maestri del genere (Genesis, King Crimson, Van der Graaf Generator e Yes su tutti). Non vi è dubbio che opere come “Nursery Cryme” e “Selling England By The Pound” abbiano avuto un forte ascendente sul sound dei primi Marillion. Tuttavia, l’importanza storica di Script For A Jester’s Tear non può (e non deve) essere sminuita come una banale operazione di recupero di tematiche e soluzioni musicali progressive. In realtà sarebbe più giusto parlare di una moderna rielaborazione delle atmosfere romantiche del progressive classico, nella quale la componente melodica funge da veicolo per nuove ed insolite tematiche sociali di grande attualità. Già nel precedente Market Square Heroes i Marillion avevano affrontato temi come la disoccupazione, i finti rivoluzionari, i problemi economici e la diversità. Una grande innovazione, questa del neoprogressive, che supera le natura letteraria, fantasy, folkloristica e fantascientifica del progressive classico, un’innovazione che proprio i Marillion spingeranno verso temi tabù come i problemi legati alla droga, all’alcol, all’alienazione e alla solitudine, mali che (oggi come allora) minano le basi della società contemporanea.

La formazione che realizza questo primo album è quella ormai assestatasi nel marzo del 1982 con: Derek William Dick, in arte “Fish”, (voce), Steve Rothery (chitarra), Mark Kelly (tastiere), Pete Trewavas (basso) e Mick Pointer (batteria). La copertina è un’opera realizzata dal maestro dell’aerografo, Mark Wilkinson, artista che rimarrà legato alla band per tutta l’“Era Fish” (dal 1982 al 1988). La figura romantica del giullare malinconico (alter ego di Fish) caratterizzerà l’immaginario della band e contribuirà a creare uno dei più straordinari sodalizi artistici tra grafico e band (alla stregua di Roger Dean per gli Yes, Paul Whitehead per i Genesis o Storm Thorgerson per i Pink Floyd).

La mini suite omonima, Script For A Jester’s Tear, apre l’album con versi intensi: “Eccomi di nuovo qui nel giardino dei cuori infranti / Una nuova esperienza, qualcosa di nuovo da scrivere in un diario tutto mio / L’ennesimo suicidio emotivo / Con un’overdose di sentimentalismo ed orgoglio / È troppo tardi per dirti che ti amo”. A catturare l’attenzione è sin da subito la camaleontica performance di Fish, teatrale ed espressiva. Gli orfani del prog e di Gabriel trovano in lui una nuova figura guida. Fish non canta, interpreta!!! Il suo è un contributo fisico, tangibile, dall’immensa carica emotiva. I versi narrano storie ed esperienze vissute in prima persona che il gigante scozzese racconta sotto forma di poesie cantate. A sostenerlo: gli arpeggi di Rothery, le stratificazioni atmosferiche delle tastiere di Kelly, le robuste linee di basso di Trewavas e le ritmiche “frammentate” di Pointer. La struttura del brano è tutt’altro che scontata, con improvvise variazioni che Fish enfatizza con teatralità. Le vivaci tastiere di Kelly sottolineano i passaggi più drammatici di Fish che , dal canto suo, trasfigura la sua voce rendendola irriconoscibile, tanto è dolorosa.

In He Knows You Know questo dolore assume le reali fattezze di un tossico che affronta il proprio rapporto con la droga e l’alcol. Fish ci consegna una delle sue più memorabili prestazioni: sussurra, ringhia, urla, si dispera, soffre e lascia trapelare ogni suo più intimo dolore. Gli arpeggi nervosi di Rothery e le percussive linee di Trewavas acuiscono questa sensazione di dolore, addolcita solo in parte dalle soluzioni delicate ed eteree di Kelly. Uno dei capolavori della band!

The Web è uno dei brani più articolati dell’album. Ad un avvio esplosivo fa eco uno sviluppo via via più lento e malinconico. Improvvise accelerazioni squarciano di tanto in tanto l’atmosfera in un’altalena emotiva carica di pathos. I versi di Fish descrivono uno scenario malato che anticipa palesemente l’immagine di copertina del successivo album, “Fugazi“, in una continuità narrativa senza precedenti: “Ritagli di vecchi giornali sono sparsi sul pavimento / macchiati dal vino di un bicchiere rovesciato, parole senza senso ingiallite dal tempo / Foto scolorite che mostrano dolore, sanguisughe di celluloide che dissanguano la mia mente”. Rothery impreziosisce il tutto con uno dei suoi migliori soli, lunghissimo e maestoso. Poi viene il turno di Kelly e delle sue tastiere, gioiose e vivaci, per un finale che presenta soluzioni che diventeranno la cifra stilistica della band.

Su queste coordinate scherzose e vivaci si muove anche Garden Party. Fish ironicamente descrive scenari festosi in cui protagonisti sono: arrampicatori sociali, figli capricciosi di padri buoni a nulla e personaggi di una “alta” società derisa e disprezzata. Kelly dà voce a tutto il suo armamentario tastieristico, mentre Rothery vi si contrappone e duetta (soprattutto nel finale).

Chelsea Monday è senza dubbio il brano più triste e malinconico del disco. Gli stessi figli capricciosi di cui sopra sono qui tristemente rappresentati da una giovane ragazza che, chiusa in un mondo patinato e illusorio, vittima della stessa società dei consumi che l’ha generata, si toglie la vita. Fish ne canta la storia con dolore, ma i versi duri e crudi non le offrono alcun appiglio: “Principessa da catalogo, seduttrice apprendista / che vive nel suo mondo di cellophane in una città scintillante / Che aspetta il suo principe sulla sua Capri bianca” e ancora “Sta recitando la parte dell’attrice in questa scena nella camera da letto / Sta imparando la sua parte dalle riviste patinate / Mettendo in fila tutte le perle dei suoi sogni di gioventù / Facendo l’audizione per il ruolo principale sulle lenzuola argentate”. Rothery sale in cattedra e mette a segno un altro dei suoi capolavori: un assolo emozionante che in alcuni passaggi fa letteralmente accapponare la pelle! Kelly punta sull’atmosfera, limitandosi a tappeti sonori che accompagnano i passaggi più delicati di Fish.

L’album si chiude col botto! Forgotten Sons è un ordigno innescato dai Marillion e fatto brillare da Fish. Frequenze radio preannunciano l’inno antimilitarista dei Marillion, qui gridato con forza (e con una dose di sarcasmo) da Fish: “Morfina, un freddo grido, un brutto sogno / Considerati come numeri sulle medagliette di riconoscimento, sulle divise, sui sacchetti di sabbia / La vostra ragazza ha sposato il vostro miglior amico, amori finiti, penna avvelenata / La vostra carne avanzerà sempre strisciando furtivamente, girandosi e rigirandosi nel sonno / Le ferite che bruciano così in profondità”. La guerra fratricida e i conflitti tra l’Inghilterra e l’Irlanda del Nord sono (all’epoca) un argomento di scottante attualità. Fish schernisce i “figli dimenticati” in una ballata macabra vivacizzata dal furioso minimoog di Kelly, qui debitore tanto di Banks quanto di Premoli, ma è ancora una volta Rothery, nella seconda parte del brano, a creare quella solennità che (negli anni) lo porterà nel gotha dei chitarristi prog. La grandezza del brano è tale da far registrare anche la miglior prestazione della sezione ritmica di Pointer e Trewavas.

Il vero inizio dell’avventura musicale dei Marillion dell’“Era Fish”. “Un’overdose di sentimentalismo ed orgoglio” che commuove ad ogni ascolto. Pietra miliare del neoprogressive!

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One comment

  1. Denis Di Nicolò

    Recensione come sempre esaustiva..impossibile non essere d’accordo con voi!
    Anche se i Marillion recuperano per buona parte la lezione dei grandi maestri prog degli anni 70 (Genesis su tutti,ma anche Van Der Graaf Generator), è innegabile il fatto che comunque i cinque musicisti scozzesi ,con questo e i successivi dischi, riuscirono in poco tempo a ritagliarsi uno stile abbastanza personale.
    Per essere un disco di debutto (se si esclude L’EP dell’anno prima) effettivamente siamo già a grande livelli,grazie anche ad una buona qualità strumentale e dalla voce,quella di Fish, che nel bene e nel male è il vero tratto distintivo della prima era del gruppo(bellissimi e sofferti anche i testi,sempre opera sua).
    La produzione è anni 80,pulita e scintillante al punto giusto, anche se il lavoro batteristico(sia dal punto di vista tecnico e sia dal punto di vista prettamente sonoro) di Pointer è davvero molto deludente e approssimativo….fortuna che già dal disco successivo ci sarà Ian Mosley dietro le pelli.
    I brani sono tutti suggestivi ,pervasi da una sottile vena decadente che impreziosisce sempre l’ossatura degli arrangiamenti,mentre le melodie sono praticamente quasi tutte azzeccate. Non riesco a scegliere un brano piuttosto che un altro,dato che secondo me tutti i brani sono di qualità notevole,ma forse la title track è quella che mi ha dato più emozioni sin dalla prima volta che l’ascoltai.A conti fatti ho una preferenza per Fugazi,ma anche questo è di livello altissimo.

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