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Maxophone – Maxophone

MAXOPHONE

Maxophone (1975)

Produttori Associati

Rock Progressivo Italiano, A.D. 1973. La PFM si appresta a fare il salto oltremanica con “Photos Of Ghosts”. Le Orme e il Banco giungono al loro terzo disco (“Felona e Sorona” e “Io Sono Nato Libero”). Gli Area debuttano alla grande con “Arbeit Macht Frei”.

Nello stesso anno a Milano si assesta la formazione storica dei Maxophone, gruppo di giovani musicisti (poco più che ventenni) provenienti dalla scena jazz e pop, freschi di Conservatorio. L’insolito sestetto vede: Alberto Ravasini (voce solista, basso, chitarra acustica, flauto dolce), Roberto Giuliani (chitarra elettrica, pianoforte, voce), Sandro Lorenzetti (batteria), Sergio Lattuada (pianoforte, Hammond, piano elettrico, voce), Maurizio Bianchini (corno francese, tromba, vibrafono, percussioni) e Leonardo Schiavone (clarinetto, flauto, sax).

La band trova subito il giusto affiatamento per la strutturazione di un sound complesso e vario nel quale riesce a proporre ottimi spunti pianistici (provenienti dalla classica contemporanea), un massiccio uso di fiati, l’insolito utilizzo di strumenti come arpa e vibrafono, più l’inevitabile vena melodica tipica del prog italiano.

Grazie alla loro originale proposta musicale, i Maxophone vengono notati da Sandro Colombini (già produttore del Banco) che offre alla band un contratto con la Produttori Associati. Le premesse sono ottime e così l’ambizioso progetto dell’album di debutto prende corpo con l’ultimazione di tutto il materiale. Problemi di natura burocratica tra Colombini e la Produttori Associati, tuttavia, creano enormi ritardi relativi alle registrazioni e all’effettiva uscita del disco. Si mette in atto, così, quella che in seguito sarà ricordata come una delle più lunghe gestazioni discografiche del prog italiano. Solo dopo la chiusura della Produttori Associati e la cessione del suo catalogo, si verrà a sapere che tale ritardo fu dovuto ai numerosi tentativi di limitare i costi relativi alla promozione e le varie spese collaterali che, per una band di sei elementi, erano comunque importanti.

I produttori, nonostante ciò, decidono di pubblicare anche una versione in lingua inglese dell’album. Si posticipa così ulteriormente l’uscita della versione italiana, per rilasciarla in contemporanea a quella inglese. Tra rinvii, ritardi e l’imminente tracollo che da lì a poco travolgerà la Produttori Associati si giunge al 1975!

Nei primi mesi dell’anno i Maxophone completano le registrazioni dell’album. Per la versione in inglese vengono utilizzate le stesse basi strumentali con nuove parti cantate. Alle fasi di registrazione dell’album partecipano, oltre ai sei componenti della band, anche: Tiziana Botticini all’arpa, Eleonora De Rossi e Susanna Pedrazzini ai violini, Giovanna Correnti al violoncello e Paolo Rizzi al contrabbasso. La cover è realizzata dal grande Cesare Monti che propone, date le origini milanesi della band, la foto di uno sfumato e colorato paesaggio lacustre lombardo in pieno stile Keef.

Ma veniamo alla sostanza. C’è un paese al mondo apre magistralmente la preziosa opera dei Maxophone. Un’introduzione classica al pianoforte ci avvia piacevolmente alla complessa e multiforme struttura del brano. Presto il ritmo sale favorendo l’ingresso di una chitarra aggressiva e circolare. Organo e corno ci introducono in un mondo magico che fa rivivere gli scenari più classici dei Gentle Giant. Qui ci accoglie l’accattivante voce di Alberto Ravasini, che si muove tra passaggi melodici e soluzioni più ruvide. A metà brano ecco sbucare un clarinetto che, accompagnato da piano e basso, si rende protagonista di una bella parentesi swing. In sei minuti e poco più i Maxophone riescono a sfoderare il loro immenso bagaglio musicale: classica, rock chitarristico, fraseggi jazz, progressive dal sapore mediterraneo. Un sound unico quello dei Maxophone caratterizzato da continui cambi di tempo e di genere.

Il secondo brano, Fase, è uno strumentale di pregevole fattura. Una superba chitarra ci mostra il lato più ruvido del sound della band milanese. Il corno, ancora una volta ci annuncia, come nella migliore delle tradizioni medioevali, l’ennesimo cambio di scena. In rapida successione si passa dal classicismo dei Gentle Giant di “Octopus” ai Crimson più acidi e jazz, dagli intermezzi briosi in stile Banco alle atmosfere fusion e mediterranee dei Perigeo. Quello dei Maxophone è un rock progressivo eclettico dagli sviluppi sempre imprevedibili.

Al mancato compleanno di una farfalla è un delicato brano in cui si fa notare la raffinata introduzione alla chitarra acustica. Qui il paragone più immediato non può non essere Steve Howe. Flauto, piano e voci in falsetto evocano visioni bucoliche e atmosfere barocche, in linea con il poetico testo scritto da Paolo Farina. Ma è con l’ingresso dell’Hammond che il brano esplode in un finale memorabile. Il ritmo incalzante e le svisate dell’Hammond riconducono al prog sinfonico di ELP e dei Trip, mentre l’uso dei fiati è in linea con i Van der Graaf Generator.

Il lirismo iniziale di Elzeviro, affidato unicamente alla voce di Ravasini e all’Hammond, è più legato a soluzioni sinfoniche britanniche. Ma basta l’apporto dell’immancabile sezione fiati, della chitarra e del pianoforte, impegnati in fitte trame sonore, per riportarci al classico sound progressivo italico di PFM e Banco. Convincente la performance canora di Ravasini che regge meravigliosamente il confronto con altri suoi illustri colleghi (Gabriel e Lanzetti su tutti).

La romantica riproposizione della “Sonata per arpa” di Hindemith, ad opera di Tiziana Botticini, introduce divinamente Mercanti di pazzie. Il contributo delle voci e del vibrafono al gran lavoro all’arpa della Botticini segna uno dei momenti più solenni del disco. Nella chitarra arpeggiata e nelle sonorità più vivaci si avvertono le stesse morbide trame di “Via Beato Angelico” dei Perigeo, con i violini che alleggeriscono la già delicata atmosfera.

Antiche conclusioni negre, vivace sin dall’inizio, è un brano dalla struttura jazz rock. Il continuo alternarsi di soluzioni leggere, ariose a fraseggi jazz crea un curioso mix in cui si distinguono sia i Gentle Giant che i Van der Graaf. La chiusura corale, accompagnata dall’organo, segna un ulteriore punto a favore della già ampia proposta musicale della band.

Nella versione originale il brano chiude l’album. Nell’edizione su cd del 1997, a cura della Mellow Records, sono state aggiunte due bonus tracks, Il fischio del vapore e Cono di gelato. Le due tracce, composte anni dopo la pubblicazione dell’album, presentano sonorità assai diverse dalle altre composizioni, risultando alquanto fuori contesto.

Maxophone, seppur giunto nelle fasi conclusive del periodo d’oro del prog, risulta una vera e propria gemma della produzione progressiva italiana (e non solo!). La complessa e personale proposta sonora fa dei Maxophone uno dei progetti più originali della scena musicale degli anni ’70. Il disco, ben accolto da critica e pubblico, non riesce pienamente a raccogliere i meritati frutti e, nel giro di pochi anni, il gruppo si scioglie (per poi riformarsi nel 2008).

Ma se a quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione siamo ancora qui a parlare di un’opera come Maxophone, qualcosa vorrà pur dire(?!). Il rinnovato interesse per il progressive rock sembra aver dato ragione ai profetici versi di Mercanti di pazzie: “Noi non moriremo mai, ci scommetto vedrai”.

Per maggiori info: www.maxophone.it

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2 comments

  1. Denis Di Nicolò

    Disco molto sottovalutato ma assolutamente meraviglioso nella sua imprevedibile anternanza di stili e atmosfere diverse (Gentle Giant e Genesis su tutti). La recensione è davvero ottima,descrivendo in maniera davvero esaustiva il contenuto del Platter. Bravissimi!

  2. Grazie mille Denis! Si… “Maxophone” è un disco meraviglioso, eclettico, che merita sicuramente l’attenzione degli amanti del genere!
    Ci fa piacere sapere che la pensi come noi! Grazie ancora!

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