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Metamorfosi – Purgatorio

metamorfosi-2016-purgatorioMETAMORFOSI

Purgatorio (2016)

Cramps Records/Sony Music Italy

Nel 2004 qualcuno di certo avrà interpretato l’uscita di “Paradiso” come la volontà, da parte di Enrico Olivieri e Jimmy Spitaleri, di “chiudere in anticipo” il cerchio dantesco aperto nel lontano 1973 con “Inferno”. Nulla di più errato. È toccato attendere un altro decennio, ma i Metamorfosi, con la stessa formazione del precedente lavoro formata da Jimmy Spitaleri (voce solista), Enrico Olivieri (pianoforte, tastiere, synth), Leonardo Gallucci (basso elettrico) e Fabio Moresco (batteria acustica), e con un percorso che, dunque, ricorda, solamente nell’ordine “irregolare” d’uscita, l’operazione “Fleurs” di Franco Battiato, sono riusciti a concretizzare l’ultimo tassello della trilogia: Purgatorio.

Passano gli anni ma i Metamorfosi restano i Metamorfosi e Purgatorio suona come deve suonare un disco dei Metamorfosi: atmosfere possenti, avvolgenti e descrittive che “sgorgano” dalle mani di Olivieri e che miscelano alla perfezione toni chiari e scuri, carezze e sfuriate, poesia ed esuberanza; una voce carismatica, teatrale, incisiva, unica come quella di Spitaleri; un’ottima coppia ritmica che sostiene il tutto in modo eccellente.

Elementi che dimostrano ancor più la straordinaria qualità dell’opera, anche questi “marchi di fabbrica” del gruppo, sono i testi scritti da Olivieri e, in due casi (Angelo nocchiero e Superbi), Spitaleri: pura poesia d’ispirazione dantesca.

E grandiosa è anche la particolareggiata sezione grafica dell’opera con l’acquarello della copertina realizzato da Laura Tarantola e le illustrazioni del libretto eseguiti dal maestro Bruno Tarantola.

Purgatorio si apre con Eco dagli inferi. Superata dopo oltre quarant’anni la soglia dell’Inferno, si odono ancora i suoni che ci indicano che quel ferale luogo è ormai alle spalle (non a caso la “eco” del titolo è l’“evanescente” “Lucifero (politicanti)”). Ecco che allora il narratore Spitaleri, con la sua straordinaria e profonda voce, ci introduce al nuovo mondo dantesco recitando le prime quattro terzine del primo canto del Purgatorio:

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Catone è un brano di Olivieri: le sue policrome tastiere dipingono i vari stati d’animo sonori dell’episodio dedicato al custode del Purgatorio, mentre le ritmiche tengono bassi i “giri” e la voce teatrale di Spitaleri ci presenta l’incontro tra l’uomo politico e letterato romano e Dante e Virgilio: Chi siete voi, anime evase dalla prigione eterna? / Chi vi ha condotti fuori, dalla profonda notte inferna? / Nuove son le leggi dell’abisso oppur del cielo, / che le mie porte a voi dannati chiudere non devo? / Cerchi dello dolente regno abbiamo attraversato / colpa di un solo e triste uomo perso nel peccato / spinti dalla forza eterna e da una donna pura / al tuo cospetto siamo giunti privi di paura. L’eterea coda di Olivieri introduce la minimale ed avvolgente Angelo nocchiero, breve brano in cui la calda ed incredibilmente espressiva voce di Spitaleri è la protagonista: Misteriose stelle, un mare immobile / il cielo immenso su di noi / fuori dalla nebbia un vascello di anime / nocchiero è un angelo / incredulo io, incredulo / dopo l’inferno io, incredulo.

Siamo ancora nell’antipurgatorio e il romantico piano di Olivieri apre la prima parte di Negligenti. Con lui troviamo lo struggente canto di Spitaleri: Prima che sia troppo tardi / si risvegliano le anime / e volgono lo sguardo all’orizzonte. / Le sette stelle vedono sul ciglio del tramonto / facili prede fuggono dal “tristo indemoniato”. Pelle d’oca. A seguire, con l’ingresso lieve di basso e batteria, le dita di Olivieri cambiano registro creando momenti sinfonici luminosi alla Latte e Miele.

La malastriscia. L’intro cinematografico crea il solco da cui germoglia il tocco “infernale” di Olivieri e Spitaleri: l’organo del primo e i “graffi” del secondo, ben coadiuvati dal duo Moresco/Gallucci, ci riportano indietro di oltre quarant’anni. La “malastriscia” infame rifugge nella selva / e l’aquila mi leva verso alture incandescenti / e torna luce nei miei occhi spenti. / Si copre di silenzio la valle dei potenti / la testa di un serpente poi due angeli dal cielo / impugnano due spade fiammeggianti. Poi il brano spicca il volo. E dopo aver presentato la malvagia serpe, Spitaleri prende in prestito direttamente le parole del poeta per narrarci il suo incontro con Santa Lucia (canto IX), colei che lo conduce alla porta del Purgatorio:

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormìa,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via”.

La struttura scura della breve Porta del Purgatorio, dai suoni un po’ bartoccettiani, è perfetta per il canto cattivo di Spitaleri: Vestite di un bagliore si confondono, / di vividi colori tra le pietre / seguite dalla porta delle anime / che inseguono la colpa sulle sponde / di torbide cornici d’oro e d’argento / fulgono le chiavi e si apre il monte.

Hanno così inizio gli affreschi delle sette cornici in cui si espiano i sette peccati capitali. Carica di tensione è Superbi. Le tastiere “opprimenti” di Olivieri e i colpi secchi di Moresco creano un suggestivo quadro dalle tinte fosche. Ovviamente Spitaleri non deve farsi pregare per calarsi anima e corpo nell’atmosfera creata dai colleghi. “Barbagli” si scorgono quando Olivieri trasferisce le sue dita su altri tasti, prima del toccante finale. Il Demonio ormai / è in agguato e non potrai / più sfuggire alla tua sorte / nell’abisso dei dannati / ti maledirai. / Pentiti ora puoi, / salva l’anima se vuoi, / tu superbo peccatore / apri il cuore al tuo signore, / l’inventore sa / l’inventore ascolterà. / Confessione dell’ultima ora, / non si può fermare il tempo / lacerante urla una sirena, / tu non rivedrai l’aurora! / Dove soffrirai, / per mille anni tu sarai / senza nome e come sabbia / nel deserto della storia / ti disperderai, / faccia a terra pregherai. / Sotto il sole vaghi nel silenzio, / salvo dal mostruoso impero, / attraversi l’ultima frontiera, / per poi rivedere il cielo, il / cielo, il cielo e gli angeli.

Altro episodio ad alto tasso emotivo è Invidiosi. Il piano struggente di Olivieri è da brividi mentre Spitaleri si cuce addosso incredibilmente il vestito del primo: un parallelo con la coppia Nocenzi-Di Giacomo calza perfettamente. Filo di ferro gelido, cucito intorno agli occhi, / cilicio panno ruvido pungente sulla pelle. / Gioivo sulla terra per le disgrazie altrui / più che per mie fortune ed ora son qui. Sul finire i Metamorfosi decidono che l’emozione deve “terminare”, ed ecco che la coppia basso/batteria entra in scena imprimendo un ritmo notevole, seguito alla grande dalle tastiere e dal tagliente canto: Nasce dal monte e lesto scende a valle / fra porci degni di mangiare galle / sfiora cani ringhiosi più che forti / sprezzante, altero, muta la sua via. / Lento lambisce la città dei lupi, / volpi piene di inganni incontrerà / infine per ristoro il mare aperto, / saggio, disperde odio e infamità.

Iracondi. Ancora una volta imponente il lavoro di Olivieri: è lui a tessere le cangianti trame del brano, destreggiandosi alla grande tra numerose sfumature. Batteria e basso lo “assecondano” ottimamente mentre Spitaleri, come sempre, dona quel qualcosa in più che rende unici i Metamorfosi. Buio di notte senza stelle / fumo che penetra negli occhi / l’ira punita con la cecità. / Sudicia nube mozzi ogni respiro / di uomini iracondi / pagano cara la bestialità. / Gridano, pregano, / sulla cornice del maestoso monte / soffrono, piangono, / schiavi dell’impetuosità / sognano, cercano, / pace per ora inutilmente / furia, collera, sdegno e rabbia / muse mendaci della dignità […].

Un clima di sofferenza, caratterizzato da tensione e colori degni di “Inferno”, pervade La chiesa e l’impero, brano dedicato alla teoria dei “due soli”: il potere imperiale e il potere ecclesiastico. Il canto lancinante di Spitaleri vale il “prezzo del biglietto”: La guida della chiesa, / la forza dell’impero / governano la volontà dell’uomo. / Due soli che ci guidano / due strade parallele / conducono alla meta e mai si incontrano. E l’organo conclusivo, aumentando i propri giri, ci introduce in Accidiosi. Sembra quasi una danza medievale riletta in chiave metamorfosiana la breve struttura sonora che accompagna l’agile canto: Corrono in fretta le anime / verso la “grande salita” / seguono il cerchio e soffrono / come mai nella vita / per giungere all’unica meta. / La forza interiore sollecita / uccide la flemma nemica / le spinge la grande paura / dispensa dolore e fatica / per giungere all’unica meta.

Una carica emotiva indescrivibile pervade l’intera La femmina balba (personaggio sognato da Dante nel XIX canto). I suoni avviluppanti plasmati da Olivieri creano il substrato ideale per il canto doloroso e da brividi di Spitaleri: E sotto il cielo di “maggior fortuna” / malferma sulle gambe, monca e pallida / parla di sé la “strega dei peccati”. / Balba è la sua parola e seducente il canto / e gli occhi del poeta la dipingono / dolce sirena gravida d’inganni, / di melodie d’amore incanta gli uomini. / E scopre il ventre ‘l mio saggio signore / sospinto dalla donna casta e pudica / profonde l’aria un tragico fetore […]. Nell’insieme, i colpi centellinati di Moresco e Gallucci sono perfettamente inseriti e calibrati. Sul finire il “lamento” sintetico di Olivieri richiama alla mente frangenti di “Concerto Grosso” newtrollsiano.

Episodio particolare, che si discosta per larghi tratti da quanto ascoltato sinora, è Avari e prodighi. Atmosfera “spensierata”, suoni eighties, andamento e canto che si muovono un po’ sulle corde di Eugenio Finardi, intermezzo solitario di basso: sembra quasi di ascoltare un altro gruppo! Legati mani e piedi, stesi in terra / mercanti loschi ed uomini di affari / tristi banchieri e grandi imprenditori / pregano insieme prodighi ed avari. / Schiavi dell’ingordigia e del denaro / avuto con la forza e la menzogna / ora giacete immobili e siete voi a pagare / il prezzo del peccato con la gogna. Oggi è Francesco, un tempo era Adriano / verso l’unica meta fino a Dio, / l’effimero di un trono, le cariche terrene / ci illudono e ci spingono all’oblio […]. Sul finire Spitaleri, indossati i panni del narratore (canto XX), prova a riportare tutti in “carreggiata”, ma il brano seguente sembra non “ascoltarlo”:

Contra miglior voler voler mal pugna;

onde contra ‘l piacer mio, per piacerli,

trassi de l’acqua non sazia la spugna.

E, infatti, anche la prima parte di Golosi segue il “nuovo corso” dei Metamorfosi. L’andatura “eccentricamente” luminosa e quasi beffeggiatoria, guidata dal solito tentacolare Olivieri, è quasi una sfida (vinta) lanciata all’ascoltatore. Il canto ruvido di Spitaleri, però, lascia già intendere il cambiamento, non definitivo, che avverrà sul finire, quando Moresco aumenta i suoi colpi e Olivieri dirige le sue mani sull’organo. Come anelli senza gemme cavi gli occhi volgono a noi / volti pallidi ed evanescenti, branco di finti eroi / pelle che si informa dalle ossa ruba la dignità. / Schiave di una buia mente, spinte da una bieca follia / furono le fauci ingorde, cibo, vino e vana allegria / l’oste porta adesso il conto, pagheranno la cecità, / di colpe senza pietà […].

Ripiombano le tenebre con Lussuriosi Purgatorio e i suoi suoni possenti condotti dall’instancabile Olivieri. Graffiante il canto di Spitaleri, mentre il martellante duo ritmico è una vera “spina nel fianco”. La seconda parte dell’episodio diventa rarefatta, lasciando spazio all’emozionante canto. Si incontrano, si baciano, / si abbracciano e poi fuggono / degni figli di Sodoma, / di Venere e Mercurio. / Avvolti dalle fiamme, / di sesso e di lussuria, / pagate il giusto prezzo / con il fuoco e la castità. / Giunti sull’altra sponda / del fiume fiammeggiante / l’angelo presto illumina / la via della mia mente. / E tuona il gran maestro: / “più in là andar non posso / ti lascio e ti incorono, / signore di te stesso”.

Si giunge, dunque, sulla sommità del monte Purgatorio ed ecco il Paradiso Terrestre. Tre minuti in solitaria per Olivieri: mai titolo fu più indicato per un’esecuzione al piano di tale portata. Poi Moresco inizia la sua marcia e il tastierista sfoggia l’intera “tavolozza”. Il brano funge da lunga intro all’episodio-lampo Beatrice in cui Olivieri riprende il suo cammino soave al piano, con la sola compagnia del toccante Spitaleri: Un turbinio di angeli in un vortice di fiori / appaga una decenne sete, mistica visione. / La sua bellezza immensa, dipinta nel bagliore / i suoi giusti rimproveri, metafora d’amore.

Le tastiere incalzanti di Olivieri, ben assistite dalle ritmiche, caratterizzano Il carro e l’aquila, episodio in cui tornano a “scontrarsi” Chiesa e Impero, con Spitaleri che riprende i suoi toni aggressivi: Più rapida di un fulmine scoccato su nel cielo / travolge il carro un’aquila e trema il grande impero, / segue una volpe eretica ma fugge in tutta fretta, / il drago del dio Satana spacca, distrugge e infetta […]. E sul finire una sorta di omaggio a Doug Ingle si mescola ai volteggi sintetici del solito Olivieri.

Il viaggio della seconda cantica dantesca si chiude con la commovente ballata E rinnovato volo. Il faro è Spitaleri, il suo canto melodioso ed emotivamente carico è carezzato da suoni leggermente palpabili e il rafforzo “collettivo” del coro della A.IT.A. (sez. laziale) nel finale rende tutto più solenne. Alito di vento amico / accarezzi cime verdi / sole al centro ed orizzonti / liberi dal triste velo / e rinnovato volo vero il cielo. / Luce di una notte buia / che mi penetra negli occhi / lascio il monte alle mie spalle / di lamenti e dure pene / e rinnovato volo verso il cielo […].

Purgatorio chiude così una trilogia unica creata da una band unica: da ascoltare e riascoltare tutta d’un fiato.

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