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Mogador – Absinthe Tales Of Romantic Visions

Mogador (2012) Absinthe Tales Of Romantic VisionsMOGADOR

Absinthe Tales Of Romantic Visions (2012)

Mentalchemy Records

Terzo disco in poco più di tre anni per i comaschi Mogador che, dopo l’omonimo album d’esordio del 2009 e il successivo “All I Am Is Of My Own MaKing” del 2010, la scorsa estate hanno pubblicato Absinthe tales of romantic visions.

Rimasti momentaneamente in due, Richard Allen (batteria, percussioni, voce) e Luca Briccola (chitarre, basso, tastiere, flauto, voce), con la collaborazione del cantante e polistrumentista Marco Terzaghi, hanno lavorato alla stesura del materiale per questo terzo lavoro, lasciandosi ispirare dalla letteratura e dell’arte Romantica del XIX secolo.

La totale immersione nelle atmosfere romantiche è ben descritta dal titolo e dall’elegante cover dell’album, il cui colore verde brillante richiama palesemente la bevanda alcolica preferita dagli artisti dell’Ottocento: l’assenzio. Noto alle cronache come l’infuso alcolico che ispirò il modo di vivere bohémien, l’assenzio fu sistematicamente assunto da pittori, poeti e scrittori per “liberare la mente”, diventando il simbolo della loro estraneità ai valori della borghesia. Proprio alle liriche e all’immaginario artistico di quella generazione di artisti i Mogador hanno attinto per comporre i brani di Absinthe tales of romantic visions.

Il pezzo di apertura, Whispers To The Moon, si ispira all’opera “Due uomini davanti alla luna”, dipinta nel 1819 dal pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich. Vicino alla poetica del sublime, Friedrich rappresenta una natura in continuo movimento, in cui le forze cosmiche, sfuggendo al controllo razionale, evocano un moto universale e scatenano emozioni di sgomento o estasi. Nei suoi paesaggi dall’impianto irregolare, in cui lo spazio tende all’infinito, l’artista suscita profonde emozioni. Non è un caso se i Mogador dedicano all’opera un brano strumentale dalla forte connotazione romantica. L’elemento naturale, caratterizzato dal frinire di grilli, lascia presto spazio ad un elegantissimo pianoforte, vero protagonista del brano. L’ingresso ordinato della sezione ritmica sposta nettamente il brano verso territori jazz, nei quali tuttavia si riscontrano non poche affinità con il sound più classico di PFM e Banco.

Le successive Dreamland e She Sat And Sang mettono in musica due poesie di Christina Rossetti, poetessa italo-britannica, sorella dell’artista preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, nota per la sua forte inclinazione verso tematiche femministe e amorose. In Dreamland la chitarra hard, il basso corposo e la ritmica sostenuta presentano diverse affinità con i Flower Kings di Roine Stolt. Tutt’altra storia invece per She Sat And Sang, brano caratterizzato da una raffinata intro di chitarra acustica in stile Howe e arricchito dalle preziose collaborazioni della cantante Agnes Milewski e del violinista Filippo Pedretti. La performance della Milewski è da brividi, un limpidissimo mix di folk e arie celtiche ben supportato dal violino di Pedretti e dal basso e dal flauto di Briccola. L’incedere lento e cadenzato rievoca la tradizionale ballata inglese “Scarborough Fair”, ma a dar vita alla struggente e bucolica visione della Rossetti sono le straordinarie stratificazioni vocali della Milewski. In assoluto uno dei punti più alti dell’album!

La breve We Never Said Farewell, di Mary Elizabeth Coleridge, ricorda i Jethro Tull di “Heavy Horses”: ritmiche spezzate, chitarre folk, flauto, piano vivace e un cantato marcato, a tratti stentoreo.

Dopo la Rossetti e la Coleridge è il turno di Emily Brontë con Where Were Ye All?. La massiccia presenza di chitarre elettriche e organi, unita ad un uso più diversificato delle voci creano le tipiche soluzioni sinfoniche dei Glass Hammer.

L’elemento naturale ritorna in Hardships, brano ispirato al quadro “Il naufragio”, dipinto dal paesaggista Claude Joseph Vernet nel 1772. Gli scrosci d’acqua di un temporale in mare, suoni e rumori ambientali introducono uno dei brani più oscuri dell’album. Numerose le affinità (tematiche e musicali) con la contemporanea rilettura di “The rime of the ancient mariner”, di Samuel Taylor Coleridge, compiuta dagli Höstsonaten di Zuffanti.

I brevissimi intermezzi Incantation Of The Muse e The Sick Rose hanno la delicata consistenza di acquerelli musicali. Il secondo brano, tratto da una poesia del pittore/poeta William Blake, si arricchisce del prezioso cameo di Jon Davison (voce di Glass Hammer e Yes).

I versi di Alone, opera di Edgar Allan Poe, sono qui interpretati dalla calda voce di Gabriele Bernasconi, vocalist dei Clairvoyants. Le atmosfere classiche del brano si ricollegano ai Renaissance di “Scheherazade and Other Stories”, con un pianoforte dominante e morbide armonie vocali.

Con Song Of Saul Before His Last Battle si vira verso sonorità più heavy dalle forti venature dark. I versi di battaglia di Lord Byron ben si prestano ad enfatizzare le aspre chitarre di Briccola e l’eclettico drumming di Allen.

Il testo di Le Poison,  che anticipa il germe del Decadentismo di Charles Baudelaire, è letteralmente declamato da Curzio Galante, per una lenta discesa nei torbidi umori della “fata verde”.

Prometheus segna il ritorno a Byron e a soluzioni heavy prog. Alla voce c’è nuovamente Bernasconi che, visto il suo background musicale, stavolta può dare ampio sfogo alla sua ruvida ugola. Le atmosfere epiche e (a tratti) spettrali di questa mini suite mostrano la grande versatilità dei Mogador, che riescono a spaziare dal prog sinfonico classico al più moderno prog metal.

A chiusura d’album c’è spazio anche per una curiosa ghost track, Absinthe Rag, un ragtime che, come regola vuole, vede il piano di Briccola assoluto protagonista con la vivace ritmica di Allen.

Una raccomandazione è d’obbligo: Absinthe tales of romantic visions è un disco da ascoltare dalle cinque alle sei di pomeriggio, giusto per ricreare l’atmosfera bohémienne dell’“ora verde”.

“Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo. Che differenza c’è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane, meravigliose”.

Oscar Wilde

 

Per maggiori info: www.mogadormusic.com/

Per acquistare l’album: www.mentalchemyrecords.com/

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