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Mogador – Chaptersend

Mogador (2017) ChaptersendMOGADOR

Chaptersend (2017)

Mentalchemy Records

Il 9 aprile 2017, a cinque anni dalla pubblicazione di “Absinthe Tales Of Romantic Visions“, i Mogador presentano presso il locale All’UnaeTrentacinqueCirca di Cantù il loro quarto album in studio, Chaptersend. Registrato al Mentalchemy Dungeon Studio tra il 2014 e il 2016, prodotto e mixato da Luca Briccola (chitarre, basso, flauto, cori), l’album vede impegnata una formazione che include, oltre a Richard Allen (batteria, percussioni, voce) e Marco Terzaghi (voce), anche i nuovi entrati Salvatore Battello (basso, chitarre, cori), Samuele Dotti (tastiere, cori) e gli ospiti Jon Davison, cantante degli Yes, Ida Di Vita (violino) ed Elisa Salvaterra (flauto).

Chaptersend presenta una formula inedita per un lavoro dei Mogador. L’album, infatti, può essere diviso in due distinte parti: la prima composta da sette brani di recente composizione che gettano le basi per il futuro corso della band, la seconda da sei brani già apparsi – anche se in forme diverse – nei precedenti lavori dei Mogador. Questo secondo segmento include la rielaborazione di Fundamental Elements Suite – già presente nell’omonimo album d’esordio del 2009 – , operazione che idealmente chiude un capitolo della storia della band comasca.

 Il deciso richiamo agli elementi condiziona anche le scelte di Roberto Rinaldi, che caratterizza l’artwork inserendovi i tradizionali simboli di Aria (triangolo giallo volto verso l’alto, prodotto dall’unione del triangolo del fuoco con la base del triangolo dell’acqua), Fuoco (triangolo rosso rivolto verso l’alto), Terra (triangolo verde volto verso il basso, prodotto dall’unione del triangolo dell’acqua con la base del triangolo del fuoco) e Acqua (triangolo azzurro rivolto verso il basso).

Summer Sun dà inizio alle danze con una spedita apertura folk prog dominata dal violino della Di Vita che rimanda agli episodi più movimentati di “Many Meetings On A Blithe Journey“. Le recenti svolte musicali di Briccola, unite ai decisi affondi di chitarra, basso e batteria, riconducono il sound nei ranghi dell’heavy prog stile Uriah Heep. È compito di piano e violino ammorbidire i toni e favorire spunti melodici e corali che la Di Vita muta in un saltarello prog dalle calde coloriture mediterranee.

La devastante intro heavy prog di The Escapologist risente delle influenze di “Beware The Selvadic” e pone in evidenza la cifra stilistica di Briccola. Il testimone passa poi nelle mani di Dotti che con le sue macchine vintage ridisegna scenari di puro rock settantiano, impreziositi tanto dagli arpeggi di Briccola quanto dalla versatile voce di Terzaghi. I riff matematici di Luca, però, non tardano ad arrivare, agevolati dalla serrata ritmica di Richard e dalle oscure svisate d’organo di Samuele.

Un bucolico prologo acustico, abbozzato dal piano di Dotti e dal flauto della Salvaterra, apre la mutevole Deep Blue Steps. Nell’andatura fratturata si evidenzia il complesso apporto ritmico di Allen che, complice anche il suo cantato atmosferico, muove il brano su coordinate sghembe ed inusuali. Nel segmento finale si ravvisa una gioiosa complessità sonora che rievoca lo spettro del gigante buono, prima che la romantica coda di un ectoplasmatico piano sfumi il brano in tremolanti echi d’altri tempi.

La delicata Still Alone (ai tempi di “Absinthe Tales Of Romantic Visions” intitolata “Alone”) muove i primi passi tra gli arpeggi wilsoniani di Briccola e le fluide melodie delle tastiere. L’improvvisa svolta elettrica segna il ritorno all’oscuro heavy prog degli Uriah Heep, con Terzaghi intento a declamare i versi di Poe con una timbrica sempre più ispirata a Shaw.

Nelle produzioni Mentalchemy, la storia, la letteratura e l’arte sono spesso fonti preziose a cui attingere per rievocare struggenti storie d’amore. La malinconica Josephine’s Regrets non si sottrae a questa pratica. Il brano, infatti, si ispira alla figura di Giuseppina, prima moglie di Napoleone Bonaparte. La storia narra che la bella Creola, dopo l’annullamento del matrimonio dovuto all’impossibilità di dare un erede al marito, si ritirò nel castello di Malmaison, nei pressi di Parigi, dove visse gli ultimi anni della sua vita coltivando rose. A lei si deve la nascita della prima rosa tea.

La romantica melodia del brano viene cesellata dall’elegante pianoforte e dagli ipnotici arpeggi di chitarra. Su di essa si intrecciano la voce marcata di Terzaghi e i limpidi vocalizzi di Davison, rievocando le atmosfere di raffinata classicità che tanto caratterizzano “New Progmantics” (tra le prime produzioni Mentalchemy).

In Breaking Day l’andatura jazzata e il piano elettrico in evidenza definiscono una breve ma piacevole parentesi canterburyana che distende i toni prima del sostenuto prog rock di Gentleman John. Dedicato alla memoria di John Morgan, scrittore ed esperto di etichetta la cui tragica morte è ancora avvolta dal mistero, il brano riesce a stemperare il gusto tutto italiano per le melodie romantiche con le più aspre soluzioni prog metal nordeuropee. Chitarra elettrica e organo vintage dividono la scena con pianoforte e flauto, alternando riff e svisate heavy à la Tull ad aperture corali che strizzano l’occhio ai The Samurai Of Prog.

Con Tell Me Smiling Child (Version 2017) si apre la seconda sezione di Chaptersend. La composizione, in origine pubblicata nell’omonimo album di debutto, nel 2009, con liriche tratte da “Past, Present, Future” della poetessa inglese Emily Jane Brönte, viene qui privata della sua veste classica e trasformata in una ballata prog folk dalle sonorità profonde e dall’incedere cadenzato.

A catalizzare l’attenzione, però, è la rielaborazione di Fundamental Elements Suite. Il primo movimento è The Tide’s Undertow, dedicato all’elemento Acqua, che uno zampillante pianoforte rende scorrevole tra il romanticismo dei Genesis old style e le melodie del prog sinfonico scandinavo. Segue The Salamander, dedicato all’elemento Fuoco, che mostra un piglio decisamente più heavy con riff micidiali, drumming tirato e un acido organo settantiano. A fasi alterne si apprezzano spunti jazz rock e affondi opethiani – questi ultimi nobilitati dal coinvolgente solo di Briccola nel finale. Floating In The Void, dedicato all’elemento Aria, ha un inizio assai bucolico con flauto, tastiere e basso in primo piano. Negli sviluppi, però, Briccola, Allen e Dotti dirottano il brano verso un più sostenuto heavy prog che mostra i muscoli con riff abrasivi, ritmiche articolate e improvvise divagazioni di flauto e organo. Chiude l’album Mammon’s Greed, dedicato all’elemento Terra. Il brano si compone di due distinte parti: Eternity’s Gift, abilmente confinata in una raffinata dimensione acustica, e Infinity’s Price, volta a marcare il profilo più duro e abrasivo del nuovo percorso sonoro intrapreso dai Mogador.

Per maggiori info: Mogador | Facebook


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