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“La notte anche di giorno” – Il surreale racconto di Stefano Agnini

Stefano Agnini - La notte anche di giorno

Dalla vetta del monte di Portofino, lo sguardo si perdeva all’infinito e, improvvisamente bloccato da un banco di nebbia lontana, planava vorace sul mare come un gabbiano a caccia di cibo per gli occhi. Il cielo volgeva già al termine del suo risveglio e la luce spegneva i riflessi nell’acqua come desiderasse avvisarci che era il tempo di ritornare a casa. Echi di rintocchi di campane della chiesetta nella valle frantumavano le loro lunghe code nel silenzio sempre carico di brulichio della natura. Mi tornavano alla mente le parole di Ivano Fossati: “Con il mare proprio sotto casa mia, il mio destino in fondo quale vuoi che sia”. I feti nelle culle d’acqua. I corpi dei pescatori rubati dalle onde e riportati a riva, gonfi e verdi. Percy Bysshe Shelley morto annegato al largo di La Spezia durante il viaggio di ritorno a Lerici e ritrovato a Viareggio. “Thalatta! Thalatta!”: l’urlo di gioia di 10.000 greci quando videro il Mar Nero dal monte Teche. Le piccole percezioni inconsce di Leibniz che formano il rumore del mare. Il mare del non dicibile che è l’inconscio, come scrive Italo Calvino. A tratti, mi sembrò di scorgere in lontananza tra le prime ombre della notte una minuscola e vaga figura femminile che affiorava e si immergeva, come se volesse giocare. D’istinto gridai, pur sapendo che non mi avrebbe potuto sentire: “Chi siete? Avete bisogno di aiuto?”. Mi parve che ella si voltasse, quasi avesse udito le mie parole. Ma subito tornò ai suoi giochi d’acqua. Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo: “Dimmi chi sei! Che stai facendo?” Questa volta fu evidente che si girò di scatto e mi guardò. In pochi istanti, balzando sulla superficie del mare, si avvicinò. Avevo mosso la sua curiosità. “Tu, chi sei?” – mi chiese senza emettere alcun suono. Le sue parole non dette mi entravano direttamente nella mente. Non sapevo cosa risponderle e riuscì a dirle solamente: “Sei una sirena?”. Lei mi rispose, pacata: “Ti sembro forse una sirena?” Illuminata dalla luna, aguzzai la vista e notai che, in effetti, non aveva nessuna caratteristica della sirena. I suoi capelli parevano rami frondosi, agghindati di ghiande, e con la mano sinistra, femminile e lunare, teneva sollevato un lembo di mare, quasi fosse la stoffa di un’ampia e lunga gonna, per potersi muovere più agevolmente. Distolsi lo sguardo perché mi sentivo turbato, oltre che affascinato e, volgendolo in alto, mi accorsi che non era la luna a rischiarare la notte ma un sole oscuro simile alle prime fasi di un’eclissi parziale. Fui preso da sgomento e corsi via lungo il sentiero che portava al bosco, senza voltarmi, in cerca solamente di un riparo. Giunsi presso un crocevia, dove c’era una baracca che serviva da luogo di ritrovo per i viandanti. D’improvviso, una bianca cerbiatta mi tagliò la strada, bramendo di dolore. Udì lo stormire di foglie, il galoppo dei cavalli, l’abbaio di cani da seguita, lo sferraglio delle picche da caccia, i segnali dei corni. Sempre più nitidi. Sempre più vicini. Sempre più spaventosi. Mi resi conto che stavo vivendo un’epifania dello spirito, che tutto questo poteva risolversi e scomparire all’istante, con un atto di volontà che mi portasse a sentire compassione per quella figurina che vagava giocosa nel mare. E fu un attimo: sentii il cessare del vento, il rifiuto dei cavalli di proseguire la loro corsa, il latrato di stanchezza dei cani, il riposo delle picche e l’affievolirsi dei corni. Il bramire della bianca cerbiatta diventò un canto d’amore. I primi impercettibili segnali dell’alba rintoccavano amplificandosi come piccole onde tra il groviglio fitto dei rami.

Stefano Agnini, febbraio 2015

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