Home / Recensioni / Opeth – Heritage

Opeth – Heritage

OPETH

Heritage (2011)

Roadrunner / Warner Music

 

Il 14 settembre 2011 è la data di pubblicazione del decimo album in studio degli Opeth, Heritage.

Nella loro ormai ventennale carriera, gli Opeth, hanno sconfinato piacevolmente in lungo e in largo in ambito metal: dal death al gothic, dal symphonic al black, ecc. Il loro sound è andato man mano definendosi, tanto da diventare un vero fenomeno di culto tra i metallers di tutto il mondo.

Ma poteva un artista poliedrico e creativo come Mikael Åkerfeldt rinchiudersi in una gabbia dorata e vivere di rendita proponendo sempre la solita pappina metal? A mio avviso no! Non poteva e non doveva.

Nel 2001 la svolta. Mikael inizia un nuovo percorso di sperimentazione dopo la collaborazione con Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, per la produzione di “Blackwater Park”. Già nel 2002/2003 Åkerfeldt decide di pubblicare due album “gemelli”: “Deliverance”, dalle sonorità più pesanti e vicine al death metal, e “Damnation”, molto più vicino a sonorità rock anni ’70. Questa “scissione” creativa porta sempre più Mikael ad interessarsi di rock progressivo anni ‘70 e a riscoprire le radici del folk nordico.

Un vero artista si attiene a ciò in cui crede, non a ciò che gli viene chiesto di fare!

Proprio per questo motivo non mi scandalizzano le parole di Åkerfeldt in merito alla pubblicazione di Heritage: “Non ci importano le opinioni della gente, se gli estimatori del death metal non apprezzeranno il disco, saranno fatti loro”. Sulla stessa linea anche le dichiarazioni del bassista Martin Mendez: “Non siamo obbligati ad accontentare tutti! La questione in realtà mi interessa poco, e chiaramente è impossibile soddisfare i gusti di tutti. Credo che chi si lamenta per la mancanza di screaming vocals non si sia davvero impegnato ad ascoltare la nostra musica. Se il disco non vi piace, almeno dite qualcosa che abbia senso!”.

Sorvolo pietosamente sulle affermazioni denigratorie diffuse in rete, dagli “ex-ammiratori”, prima della pubblicazione di Heritage (che a loro volta hanno interessato anche il progetto Storm Corrosion). Credo che prima di giudicare un disco lo si debba ascoltare con attenzione, con la mente sgombra da sciocchi pregiudizi.

Heritage è sicuramente un album di transizione, dalla natura variegata e complessa, che tuttavia porta avanti il percorso di sperimentazione avviato con “Damnation”. Il prezioso contributo di Wilson orienta ancor più le atmosfere verso il progressive anni ’70. Heritage = Patrimonio: la chiave di lettura dell’album è forse già nel titolo. L’album sarebbe dunque una sorta di compendio di quei generi musicali che hanno portato gli Opeth ad essere quello che sono oggi.

Anche la cover fornisce numerosi spunti simbolici: nel cielo compaiono dieci stelle, tante quanti gli album in studio pubblicati; le teste degli attuali componenti del gruppo continuano a vivere come frutti di un rigoglioso albero (emblema della scena musicale anni ’70), mentre i teschi degli ex-componenti giacciono al suolo, dove li sta per raggiungere la testa di Per Wiberg (che ha abbandonato il gruppo poco dopo la registrazione dell’album); le ingarbugliate radici nel sottosuolo nascondo un demone bifronte, figura allegorica del “rinnegato” passato metal dalla band; la città in fiamme potrebbe essere Opet, la città della Luna (alla quale la band si è ispirata per il nome) e il lungo corteo di persone, chissà cosa potrà mai significare(?!).

La formazione vede: Mikael Åkerfeldt (voce, chitarra, Mellotron), Fredrik Åkesson (chitarra), Per Wiberg (Mellotron, organo, pianoforte, tastiere), Martin Mendez (basso) e Martin Axenrot (batteria, percussioni).

L’album parte con la title track, Heritage, una delicata introduzione per solo piano, preludio della splendida fuga di The Devil’s Orchard. Un’aggressiva apertura che mostra, sin dalle prime battute, un certo richiamo a sonorità anni ’70. Organi vintage e batteria jazz fanno fronte ad un ostinato passaggio di chitarra e basso – vero tema portante del brano – che rimarca “Luglio, Agosto, Settembre (Nero)”. Non mancano momenti lirici e altri più drammatici, con numerosi cambi di tema e aperture sinfoniche, e non si può fare a meno di apprezzare l’eccellente tecnica dei componenti del gruppo.

I Feel The Dark inizia placidamente su un arpeggio di chitarra acustica e un tappeto di Mellotron. L’atmosfera, fin qui cupa e oscura, a metà brano inizia a crescere, alternando sfuriate elettriche a momenti più delicati.

Slither è forse il brano che più guarda al passato della band, anche se le sonorità sono più affini al buon vecchio hard rock britannico anni ’70. È una “Kill The King” del 2011!

Ma dove si inizia ad apprezzare la svolta progressive degli Opeth è in brani come Nepenthe, con improvvisazioni jazz-rock, e Haxprocess, con richiami ai primi King Crimson. Notevole il drumming di Martin Axenrot in entrambi i brani.

Famine non fa altro che confermare le nuove istanze progressive. Flauto e percussioni protagonisti insieme a chitarre elettriche e Hammond. Ad un primo ascolto le soluzioni jazz-rock ricordano gli Area, mentre nei passaggi più heavy viene fuori la sorprendente anima prog degli Opeth, con un flauto à la Anderson.

The Lines In My Hand è una cavalcata progressiva tirata dall’inizio alla fine. Ancora un’ottima prova di Axenrot alla batteria. Eccellenti le linee di basso, gli arpeggi di chitarra acustica e le incursioni di organi vintage. Si lascia apprezzare molto il cantato di Mikael, limpido ed esteso, con buona pace di chi rimpiange growl e scream.

Per Folklore vale un po’ lo stesso discorso fatto per Famine. Grande uso di chitarre (acustiche ed elettriche), organi, Mellotron ed una voce filtrata ed effettata che fa il verso ai Tull di “A Time For Everything?” (o più in generale di “Benefit”).

Marrow Of The Earth, brano che chiude l’album, è un po’, come l’iniziale Heritage, uno strumentale dal sapore classico, un delicato epilogo affidato quasi unicamente a morbidi arpeggi di chitarre.

Nel complesso Heritage mostra l’estrema disinvoltura degli Opeth nel rapportarsi con sonorità decisamente prog, merito anche della supervisione di Wilson. Suona così naturale che sembra non abbiano suonato altro negli ultimi venti anni. Sicuramente un’ottima partenza per la nuova evoluzione stilistica della band.

L’album è il secondo capitolo della trilogia “Grace For Drowning“, Heritage e “Storm Corrosion“, realizzata da Åkerfeldt e Wilson.

“Se attraverso la tua condotta e la tua opera non riesci a piacere a tutti, accontentati di piacere a pochi. Piacere a molti è una brutta cosa”.

Friedrich Schiller

Check Also

roberto dante (2017) the circle

Roberto Dante – The Circle

DANTE ROBERTO The Circle (2017) Autoproduzione Un esordio particolare quello di Dante Roberto. Si, perché …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *